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| La Locanda del Corno d'Oro RP, eventi ed immagini |
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06-05-2007, 18:19
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#13
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Esperto
Data registrazione: Jun 2005
Residenza: Reggio Emilia
Messaggi: 106
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Morgana
La mia storia: Gilwen Stormgar (Morgana)
Mio bisnonno Aldegar Stormgar è originario di Esgarorht sul Lago Lungo e nel 2941 ha combattuto a fianco di re Bard l'Arciere contro il drago Smaug di Erebor e nella Battaglia dei Cinque Eserciti. Questi grandi avvenimenti sono motivo d'orgoglio per la mia famiglia da sempre. Nel 2945 mio bisnonno si traferì con la sua amata Leofwen nella rinata città di Dale e scelse per il suo primogenito il nome di Bardwald, in onore dell'eroe e nostro primo re Bard l'arciere ammazza-draghi.
La sua fu una vita felice ed avventurosa, di mestiere era armaiolo, che ancora i suoi figli e quindi anche mio padre tramandano, di fama coraggioso guerriero. Purtroppo non ho sui ricordi se non i racconti di mio nonno. Ero troppo piccola quando se ne andato ad incotrare di nuovo i suoi compagni di battaglie e impavide battute di caccia, di bevute e canzoni da ubriaconi. Mi sarebbe piaciuto condividere con lui quei giorni.
Barwald, mio nonno, sposò una dolcissima donna di nome Ethelyn ed ebbero come primogenito Aldebarn, mio padre. Di loro ho splendidi ricordi e molta nostalgia. Ricordo le passeggiate nei boschi per incontrare gli elfi di Bosco Atro, è grazie a loro che molti elfi sono diventati miei cari amici. Ricordo le visite alla Montagna Solitaria e al suo splendente regno dei nani, è tutta colpa di quei simpatici e scorbutici barbuti se birra e sidro sono diventate le mie bevande preferite, accidenti ai loro: “avanti bevine ancora ragazzina! Se vuoi diventare come il tuo bisnonno ci devi mettere animo e coraggio ! Che vuoi che sia un altro boccale !”. Ma non pensate male, non sono solita ubriacarmi tutte le sera ... anche se non può mancare un boccale di sidro nei miei desiderei per un pasto da re.
E così manco solo io, è la primavera del 2998 e per la prima volta vedo la luce di Anor, mi chiamo Gilwen Stormgar. Mio padre e mia madre Ethelyn sono affascinati dalla dolce lingua degli elfi e il mio nome lo testimonia: gil significa stella. Sono una ragazza di bell'aspetto, così dicono dalle mie parti i miei corteggiatori, sono corvina di capelli e di occhi chiari e brillanti come una stella, dice sempre mia madre. Amo la compagnia degli amici e non solo quelle delle “bevute naniche”, amo ascoltare le storie antiche degli elfi e degli uomini di passaggio nella mia città di Dale, crocevia per molti dalle parti del Lago Lungo. Sono affascinata dall'avventura e dalla magia antica, è dai tempi di mio nonno che ho fatto la scoperta dei poteri della magia e della natura. Durante un'escursione un po' avventata tra gli alberi di Bosco Atro un maledetto ragno gigante ci ha colti di sorpresa e se non fosse stato per Lorelyn accorso in nostro aiuto, chissà forse non sarei qui a raccontarvi la mia storia.
Lorelyn è uno elfo stregone della corte di Thranduil e dopo quel giorno nella foresta è diventato mio mentore. Da lui ho imparato tutto quel che so delle arti antiche e da lui ho conosciuto le notizie che arrivano da Dol Guldur e dall'est, di un'oscurità che ritorna e minaccia di nuovo i popoli liberi.
Sono ancora pochi mesi che mio nonno ci ha lasciato, è da quel giorno ho deciso qual'era il mio destino. Mio padre e mia madre non hanno mai condiviso la mia scelta di imparare le arti magiche e di diventare un'avventuriera, ma io ho fatto la mia scelta. Ho sempre detto a mio padre che la nostra famiglia ha l'animo avventuroso e nemico giurato dei sovverchiatori e dei nemici della libertà, ed io volevo essere come il mio avo Aldegar e combattere nella mia battaglia contro un drago. Il mio caro nonno Bardwald ridacchiava sotto i suoi lunghi baffi quando saltavo sul tavolo di casa impugnando uno di quei meravigliosi pugnali che si fabbricavano in famiglia. Mia madre scuoteva la testa e i miei fratelli Bardwald II e Galenwen mi guardavano con i lori occhi interrogativi. Chissà cosa pensavano tutti, che forse ero pazza o forse ubriaca ... maledetta la birra nanica! Ma nessuno mi ha potuto fermare e sono partita, direzione occidente da dove sapevo dal mio mentore Lorelyn che un gruppo di nobili e valorosi eroi si stava radunando per combattere l'oscurità.
Durante il viaggio ho imparato molte cose, nei villaggi che incontravo ho fatto pratica nell'arte di tessere vestiti da avventuriero e mi sono dedicata alla cura della terra che mi doveva dare sostentamento nelle lunghe marce e nei pasti frugali ma sostanziosi dell'eroe che volevo diventare. E ovviamente, come donna e per necessità, non potevo esimermi dall'imparare l'arte di cucinare meravigliosi piatti corroboranti.
Eccomi allora pronta a dare la vita perchè la Fiamma di Anor splenda su tutti noi e sugli uomini liberi! Io sono Morgana ... perchè non Gilwen? Ho scelto questo nome di battaglia, perchè è il mio ricordo di casa. Tanto tempo fà, avevo pochi anni ed erò già una peste, durante una bella cena in famiglia avevamo alcuni ospiti illustri venuti da lontano e di passaggio. Erano due elfi di Bosco Atro, amici della mia famiglia sin dai tempi di Aldegar. Quella cena si concluse con mia madre all'arpa ad accompagnare il canto melodioso degli elfi. Io però non potevo essere da meno e presa l'arpa di mano a mia madre inizia con un tremendo frastuono, degno delle peggiori taverne naniche! Era incredibile quanto fossi rumorosa e fastidiosa con quel povero strumento. Ricordo ancora il riso divertito dei due ospiti che mi guardavano e scherzando mi accompagnavano cantando in un modo così stonato che non pensavo potesse mai riuscire ad un elfo. Alla fine, tra un bicchiere di sidro e l'altro loro mi battezzarono mor-gann, oscura suonatrice d'arpa. Oscura! Povera me! Era certamente per i capelli corvini quel nome, o solo per il suono informe della musica? Non vi dico quante volte questa storia mi è stata raccontata dai miei cari, e mio nonno non si tratteneva dal prendermi in giro ogni volta che c'era occasione di trovarsi tra canti e balli in presenza di elfi e mi presentava così: “amici silvani, ecco a voi Morgana la terribile! Non datele mai un'apra tra le mani vi prego !”
Ma voi non preoccupatevi, non suonerò mai più un'arpa ... forse un liuto! Chissà! Resto comunque per voi Morgana, la terribile nemica dell'oscurità!
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07-05-2007, 09:17
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#14
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Vecchio postatore
Data registrazione: Mar 2007
Messaggi: 1.126
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Brancaleone
Storia di un Nano
Cresciuto nella roccaforte nanica sotto la Montagna Solitaria,sono stato allevato e cresciuto con il nome di Branca tra la mia stessa gente.Fin dalla mia giovane età sono stato addestrato all'arte del combattimento e grazie ai nani più vecchi e saggi sono stato anche messo a conoscenza delle tecniche di forgiatura delle armature.Le gesta di Thorin Scudodiquercia e della sua compagnia di nani hanno sempre rieccheggiato nelle caverne delle mie dimore e quello spirito di scoperta di tesori e nuovi luoghi mi ha sempre affascinato.E grazie anche ai racconti dei vecchi nani che decido di abbandonare la roccaforte dove sono cresciuto per partire alla scoperta del mondo in cerca di fortuna e nuove conoscenze.Mi spingo verso le terre di Rhun ad est della mia terra e proseguo a sud in un interminabile viaggio fino ai confini piu’ a sud delle terre di Harad. Mi raccontano di strane bestie che risiedono in quei deserti, felini giganteschi dalla irsuta criniera e con gli occhi spietati. Capisco finalmente lo scopo del mio viaggio e della mia ricerca: un nemico degno di una grande sfida. Mi addentro nelle lande selvagge e trovo la mia meta: un gigantesco esemplare maschio. Mi guarda ergendosi difronte a me con l’orgoglio di un capo branco. Non c’e’ piu’ tempo per pensare, non c’e’ piu’ tempo per prepararsi. Piu’ volte ripenso a quello scontro dove la mia vita era vicino a salutare per sempre il mio corpo. Da allora porto anche il nome della mia vittima “ Leone” come porto per sempre il suo ricordo nel mio occhio destro: la cicatrice della sua ultima zampata”. Tutti ora mi chiamano Branca Leone . La mia fame si placo’ dopo quello ed altri innumerevoli scontri e cominciai a ripensare alle antiche dimore.Cosi’ tornai verso la Montagna Solitaria ma ai confini di Bosco Atro incontrai un vecchio stregone di nome Gandalf.Mi disse dell’ombra che avanzava e del bisogno che avevano di aiuto nell’Eriador le genti libere. Da allora il mio scudo e le mie armi combattono per distruggere l’ombra. Se incontrerete questo burbero nano ricordate che non parlo molto, ma il mio cuore e’ fiero e la mia anima libera e mai rifiutero’ di dividere con un viandante una buona birra.
Brancaleone Nano Guardian
Ultima modifica di Véon : 07-05-2007 alle ore 16:51
Motivo: formattazione
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07-05-2007, 16:39
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#15
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Vecchio postatore
Data registrazione: Jun 2004
Messaggi: 2.909
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Xiv Dekuson Scudo di Dwalin
I suoni dello scontro si ripercuotevano sulle spesse pareti di roccia, un nano dai capelli rossi è nel centro della sala, questi con un poderoso colpo al ventre si libera dell’avversario che finisce a terra dove altri cinque suoi compagni sono gia privi di sensi. Il nano ansimante doveva ancora vedersela con quattro avversari ancora in piedi. La ferita sull’occhio sinistro perdeva sangue copiosamente e la vista gia offuscata dalla birra gli impedii cosi di vedere arrivare il pugno violento dell’attaccante successivo. Incassato il colpo il nano barcollante fu investito da destra da un altro nemico che lo scaglio contro il bancone in legno al centro della sala, facendogli fuoriuscire tutto di un colpo il fiato. Il nano si riprende giusto in tempo per afferrare un boccale appoggiato li a fianco ed usarlo per colpire con forza sul capo dell’avversario facendolo accasciare a terra. Guardando i tre avversari rimasti in piedi, il nano solleva il boccale, sul viso segnato fa capolino un sorriso beffardo.
“alla vostra salute” bevve un sorso per poi scagliare il boccale in testa su quello più a sinistra e come un leone di montagna si fionda restanti due fendendo l’aria con pugni che sembrano magli da fabbro.
“BASTA!! FERMATEVI!!!” Una voce possente risuono nella sala. Il fragore di molti passi seguì subito le parole e il nano fu accerchiato mentre reggendolo per la collottola stava colpendo l’ultimo avversario con le ultime energie rimastegli.
Un ombra si fece avanti fra le luci che gli annebbiavano la vista e la stessa voce di prima disse “Xiv…” un sospiro dimesso e aggiunse “gettatelo in una botte di acqua ghiacciata e poi portatelo nelle mie sale” quattro coppie di mani a quel punto afferrarono il nano ormai esausto e lo trascinarono via.
Pochi minuti dopo ancora tremante con capelli e barba grondanti d’acqua il nano venne portato al cospetto di Dwalin come era stato ordinato. La sala privata era immersa nel buio rotto solo dalla luce di un braciere posto vicino al trono in legno. Arazzi alle pareti trattenevano nelle ombre i poco calore.
“Xiv, cosa devo fare con te?”
Gli occhi gelidi del signore della montagna erano puntati sul giovane ferito, che ricambiava lo sguardo spavaldamente aiutato in questo dalla massiccia dose di birra accumulata precedentemente. Vedendo che il giovane nano non rispondeva il nobile si avvicino e riprese:
“è la terza rissa nella taverna questo mese, questa volta hai steso nove delle mie guardie personali, i migliori guerrieri dell’ErenLuin” gli appoggio le mani sulle spalle “sentiamo per quale motivo stavolta?”
“importa veramente il motivo? È stata solo una discussione leggermente animata padre”
“importa eccome e soprattutto a me”
“Dicevano che non ero degno..dicevano che se non fosse stato per te non sarei mai stato ammesso nella guardia di thorin’s hall, che non ho il diritto di sedermi al loro tavolo in taverna…perche non ho mai partecipato ad una vera battaglia” Dicendo questo Xiv abbasso la testa per non mostrare al suo signore il dolore che provava in quel momento per il suo orgoglio ferito.
“gia capisco” disse Dwalin mentre giratosi si allontanava lentamente “sei orgoglioso, sei proprio come tuo padre, orgoglioso e irascibile, il sangue del guerriero scorre in te, sei giovane e forte e il tempo delle tue battaglie non è ancora sopraggiunto”
“Padre io voglio combattere, voglio che mi sia riconosciuto rispetto, non per il tuo nome ma per la mia ascia” Lo sguardo di Xiv si alzo ad incrociare quello di Dwalin “lasciate che vada a Gondamon ho sentito che nella valle a sud ci sono problemi con i Goblin”
“Gondamon, Gondamon sarebbe solo l’inizio…”
“è giunto il tempo!” Una voce profonda e sicura si levo dalle ombre dietro Dwalin “il cammino a cui era destinato si è ormai aperto, è tempo che vada Dwalin, è tempo che sappia!” dalle ombre si fece avanti una figura alta ed imponente, una lunga barba bianca che incorniciava un viso segnato a senza tempo, un bastone su cui si appoggiava senza fatica il corpo di un uomo vestito di grigio. I due nani si voltarono verso quella figura che appariva maestosa fra le ombre.
“Gandalf, quando sei arrivato non sono stato avvisato…”
“non c’è tempo per questo Dwalin, amico mio”
Lo sguardo dei due si incrocio e il nano abbasso il capo in un cenno di assenso alle parole dello stregone. Mentre Xiv rimuginava ancora sulle prime parole pronunciate nell’ombra dall’uomo.
“cosa dovrei sapere?” chiese titubante
“molte cose, il passato, il presente, la via del futuro” disse Gandalf appoggiandogli le mani sulle spalle. “
Il vecchio si sedette su uno sgabello e guardo negli occhi il nano.
“Iniziamo dal passato” lo sguardo dello stregone passo su Xiv “Dwalin penso che tu abbia una storia da raccontare”
“Xiv è vero, finora ti ho tenuto nascosta la verità” la voce del Vecchio Lord era titubante e stranamente emozionata per lui “Figlio mio, ecco vedi per me sei mio figlio, ma in realtà non sono io il tuo vero padre”
Il nano dai capelli rossi a questo punto, frastornato non riusciva a rispondere
“lo stesso Gandalf ti portò da me quando eri appena nato. La tua famiglia era stata sterminata dai goblin, mentre era in viaggio fra la montagna solitaria e qui. Eri l’unico superstite e la notte successiva Gandalf mi chiese di prendermi cura di te. E per me tu sei mio figlio e ono fiero di essere tuo padre”
“ma perché non i avete detto nulla?”
“erano parole difficili da dire…”
“E’ stata una mia richiesta” intervenne lo stregone “era importante che tu fossi al sicuro e che tutti ti pensassero figlio di Dwalin”
“perché?”
“Non fu un caso che ti trovai appena dopo l’attacco dei goblin, io ti stavo cercando allora. Stavo raggiungendo la carovana di mercanti della tua famiglia, ma sono arrivato tardi”
“non capisco perché cercavi la mia famiglia, cosa è questa storia che io fossi al sicuro, le tue parole sono come nebbia che si addensa in me”
“La conoscenza è oscura anche al più saggio degli stregoni, devi sapere che l’anno della tua nascita, altri tredici eroi dei nani ebbero degli eredi. E voi quattordici siete stati educati e cresciuti per essere pronti, ora che le nubi si addensano ad oriente.”
“Nubi ad oriente? Ma chi era mio padre? Un mercante? Un eroe?.....voi avete usato mio pa…Dwalin per i vostri scopi!!!” l’ira si stava impadronendo del giovane nano
“Calmati Xiv, non mi ha usato per i suoi scopi, non ha usato te. Non ancora.”
“Posso rispondere alle tue domande. Tuo padre era si un mercante uno dei piu grandi creatori di armature che i ricordino, ma era anche un grande guerriero. Combatte a fianco di Dáin Piediferro nella battaglia dei cinque eserciti. Quando ti trovai, intorno alla carovana giacevano piu di quaranta goblin morti. E tuo padre era li ferito mortalmente, con una ferita troppo profonda per guarire e fu lui a dirmi di affidarti al suo vecchio amico Dwalin”
Le ombre si stringevano ancora piu fitte sui tre nella stanza, ognuno assorto nei suoi pensieri, il vecchio prese dalla tasca la sua pipa e incomincio a riempirla con dell’erbapipa con movimenti lenti. Dwalin seduto sul suo trono lo sguardo fisso sul braciere. Xiv invece sconvolto dalle parole del grigio stregone camminava avanti ed indietro per la sala.
Dopo un paio di tiri dalla sua pipa, Gandalf si schiarì la voce e riprese:
“Il suo nome era Dekus, chiamato l’Incudine nera, sia per la sua abilità alla forgia che per la forza con cui i suoi colpi si abbattevano sui nemici del suo Re” un altro tiro seguito da cerchi di fumo “Quando la sua armatura di nero dipinta si apriva la strada sul campo di battaglia, le schiere nemiche si ritiravano” ora il vecchio si alzo e si pose davanti a Xiv obbligandolo cosi a fermarsi “lui e gli altri tredici nani, di cui ti accennavo prima, inoltre facevano parte di un ordine segreto. Questo ordine aveva il compito di vigilare sulle terre libere erano conosciuti come i Custodi” pose le sue mani sulle spalle possenti del nano “E’ ora che tu prenda il suo posto fra i custodi, le ombre dell’est si fanno opprimenti, le genti libere devono essere protette, è questo il tuo destino!”
“ma Gandalf non ha mai combattuto in una battaglia, come può essere pronto per quello che gli chiedi?” intervenne a quel punto Dwalin
“Di questo ne discuteremo tra noi, Lord Dwalin! È stata una scelta tua tenerlo al riparo dal mondo esterno” lo sguardo dello stregone si fece tagliente “non c’è più tempo per prepararlo oltre. Lungo la via che gli si presenterà davanti avrà modo di migliorare e dimostrare che nel suo sangue scorre il sangue dell’incudine.”
“Padre sono pronto, se questo è il mio destino lo affronterò come tu mi hai insegnato a testa alta!”
“Dwalin avrà dei buoni maestri e compagni di viaggio degni, ora Xiv, vai a preparare le tue cose. Dovrai partire appena possibile.” Nel dire questo prese una lettera dalla borsa da viaggio “Recati a Gondamon e contatta Mastro Biosasso alla forgia, dagli questa lettera ed esegui i suoi ordini, sarà la tua porta per entrare nei custodi”
Con un gesto della mano a quel punto Gandalf fece capire al giovane nano che doveva andare ed appena questo fu uscito, inizio un fitto dialogo con Dwalin
Un ora più tardi i tre si ritrovarono fuori dalle porte della grande sala, un vento freddo proveniente da ovest sferzava i loro mantelli, mentre la neve si accumulava sui lastroni di pietra. Era il tempo dei saluti.
“Vai per la tua strada Xiv, prendi questo scudo che ti protegga dalle nere freccie” disse Dwalin porgendo uno scudo rotondo finemente decorato.
“Padre, saro il tuo scudo in prima linea contro le schiere del male! Proteggerò con la vita la nostra terra!” detto questo i due si abbracciarono commossi.
“E’ tempo di partire! ti accompagnerei per il primo tratto ma devo affrettarmi anche io, ciò che era perduto è stato ritrovato ed il tempo stringe!” Gandalf si rivolse al giovane nano “vai ora e che la luce risplenda sul tuo cammino e la fiamma riscaldi il tuo cuore, vai Xiv Dekuson Scudo di Dwalin è giunta l’ora”
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15-05-2007, 13:43
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#16
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Mega postatore
Data registrazione: Apr 2007
Messaggi: 392
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Khamea
Uno dei miei primi ricordi è un cavallo bianco: il problema è che non so e non riesco a collocarlo in un contesto più ampio, vedo solo il cavallo.
Dopo il cavallo vedo gli occhi di mio padre, Korman.
So che questo nano dalla corta barba rossiccia, che non si separa mai dalla sua ascia, che ha, solo apparentemente, modi bruschi e spicci, non è il mio vero padre.
Non lo so da tanto, anche se dentro di me lo so da quando, mano a mano che il tempo passava, cominciavo a sentirmi differente dai miei compagni di gioco, perché io crescevo in altezza e loro rimanevano piccoli, io torreggiante in mezzo agli altri, mi sentivo anormale, bizzarra e strana, come se la natura si fosse divertita con me a sbilanciare le proporzioni che sono così armoniose nei corpi dei nani che mi circondano. Perché crescevo a dismisura e mi assottigliavo crescendo?
Passavano gli anni e nessuna barba cresceva per rendere più grazioso il mio viso, queste braccia e queste gambe così spaventosamente lunghe e sottili mi facevano vergognare. Mi sentivo diversa, diversa perché avevo una predilezione per la musica e per le arti, perché, per quanto mi sforzassi e mi esercitassi, non riuscivo ad intagliare le gemme che nostra Madre concede, diversa perché non assomigliavo a nessuno, nemmeno a mio padre.
Certe notti, mi sveglio ancora in preda ad incubi. Vedo il cavallo bianco, vedo una bambina rannicchiata in un albero concavo e sento tanta paura, mi sento sola, abbandonata, rumori che non conosco popolano il mio incubo, grida, ringhi, urla di battaglia ..mi sembra di udire anche una voce lontana, che grida un nome che non afferro…ma poi vedo mio padre che abbraccia quella bambina ed improvvisamente l’incubo si trasforma in un bel sogno. So che quel sogno è il reale. So che quel sogno, è quello che è accaduto alla Khamea bambina, abbandonata in un tempo che posso supporre non più lontano di 40 anni , in un luogo che non conosco perché non ricordo.
Khazahal Korman ha aspettato raggiungessi la maggiore età per raccontarmi, con le lacrime agli occhi, di quella bambina trovata in un luogo lontano da qui.
Quello che mi ha detto non cambia l’amore che provo per lui, a cui si è aggiunta la gratitudine per avere lottato per me all’interno del Clan, per farmi accettare dagli altri, l’aiuto e il sostegno che mi ha dato perché coltivassi la mia vera natura. Non mi ha mai obbligata ad impugnare un’ascia anche se, vederlo pulire accuratamente la sua tutte le sere, chiamarla per nome con la dolcezza che si riserva ad una persona amata, mi faceva domandare perché, per le mie deboli braccia così orribilmente lunghe, quell’ascia sembrasse così pesante, perché pur essendo la figlia di un nano così nobile ed ardito, non riuscissi ad eguagliarlo in battaglia.
Ma il mio amato khazahal non ha mai piegato la mia indole a quello che poteva essere conforme a ciò che ci circondava: mi ha insegnato a maneggiare una spada, che più si addiceva alla mia costituzione magra e sgraziata, dopo avermi presentato a colui che mi ha introdotta alla musica e ai canti, il paziente Olivic, mi ha lasciato suonare il mio liuto nelle notti buie, sopportandomi più di quanto mi abbia mai detto, anche se ogni tanto, quando cercavo di cantare un inno magico, scuoteva la testa e borbottava tra sé e sé a bassa voce (ma non abbastanza bassa perché i nani non riescono ad abbassare mai troppo la voce): "La magia può andare bene solo se accompagnata da una buona dose di asciate".
Ed ora sono qui, con lui al mio fianco, che continua a guidare i miei passi con la sollecitudine e l'affetto che solo un padre può dare.
In questi giorni bui che stiamo vivendo, con minacce non ancora ben definite che ci aspettano, sostengo le sue battaglie e quelle della nostra compagnia, con canti ed inni ed ho imparato a maneggiare la spada con molta maestria. Mi piace molto sedermi con lui e i suoi amici intorno ad un fuoco a bere birra, mentre si raccontano grandi imprese. Non so perché il vino o la birra degli Alti, a cui somiglio, mi sembrano annacquati, sono buoni solo per sciacquasi la bocca, come direbbe mio padre.. Non mi permetterei mai di offendere un uomo, così si fanno chiamare, denigrando la qualità della bevanda, ma dopo aver bevuto per tutti questi anni la vera birra, tutte le altre bevande alcoliche mi sembrano più delicate dell’acqua.
Mi chiedo se riuscirò mai a sentirmi completamente nana o completamente…non so cosa. Mi sento sempre inadatta e inadeguata. Sarà perché sto ancora crescendo e sto cercando di migliorare giorno dopo giorno. Vorrei avere una sorella a cui confidare le mie paure. I nani sono così schivi e non sono riuscita a trovare tra loro, una vera amicizia.
Khazahal Korman, pur essendo molto comprensivo, non ha la sensibilità che sento sarebbe necessaria per potergli confessare quello che davvero sento.
Chissà se un giorno riuscirò a di essere davvero me stessa o se troverò un posto in cui mi sentirò davvero a casa, senza bisogno di cercare di essere accettata (non intendo di essere presa ad accettate…scusate la battuta… l’umorismo nanico che emerge) .
Certamente sono destinata a rimanere sola, senza trovare un compagno, come molte delle nane con cui sono cresciuta e che sento ridacchiare tra loro, mentre esaltano le doti in battaglie notturne private dei loro consorti..
Trovo bellissimi i nani, con le loro barbe fluenti e i loro corpi forti, ma li sento lontani per indole e carattere.
Gli Alti sono troppo glabri e mi sembrano troppo orgogliosi e fieri.
Con le altre genti che popolano la Terra di Mezzo, ho avuto troppi pochi contatti per poter esprimere giudizi. Ho visto quelli che noi chiamiamo Kevha, ma non ho mai parlato con uno di loro. Ad osservali, mi sembrano freddi e davvero troppo alti e magri e sicuramente non sono belli.
Ma d’altra parte perché chiedermi se il mio destino può essere legato alla sorte di un altro essere in maniera inscindibile, unica ed eterna? Come potrebbe qualcuno trovare bello un essere così alto, sottile e senza barba?
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15-05-2007, 22:28
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#17
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Vecchio postatore
Data registrazione: Jan 2006
Residenza: Pistoia
Messaggi: 2.271
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Biosasso Testadipietra
Il suo nome era Brimbur Testadipietra e faceva parte di una rispettosa famiglia nanica dell'Ered Luin. Al contrario di molti suoi coetanei non era stato educato alla battaglia e aveva solo una capacità di base nell'uso dei vari tipi di Ascia perchè era il figlio del fabbro, Grendobor Testadipietra, che l'aveva dapprima educato all'estrazione di minerali, successivamente alla loro raffinazione ed infine alla loro trasformazione in letali armi da guerra. Brimbur era stato emarginato dai suoi coetanei perchè non era capace di sostenere un combattimento o una rissa e veniva sconfitto inevitabilmente in pochi secondi; inoltre la sua famiglia aveva la caratteristica peculiare di non avere capelli e per questo, gli narrava il padre, venivano chiamati i Testadipietra da moltissimi secoli. La mancanza di capelli aveva accentuato la solitudine del giovane Brimbur perchè i suoi coetanei lo giudicavano indegno di rappresentare la razza nanica in immaginarie battaglie campali ed assalti a fortezze...dicevano che un nano che non sa combattere, perdipiù pelato, non è un vero nano. A causa di questa emarginazione si era dedicato interamente alla raccolta di minerali per il lavoro di suo padre ed all'apprendimento di tecniche sempre più avanzate nella rafinazione di minerali. Nonostante la giovane età riusciva a plasmare asce che erano dei piccoli capolavori, ed avrebbe avuto un futuro assicurato come fabbro di grande prestigio se un malaugurato giorno non fosse successa una terribile tragedia per la sua famiglia. Il capofamiglia Grendobor Testadipietra era solito frequentare la taverna del paese dopo aver terminato i lavori di fabbro per bere birra fino a tarda ora da quando la sua compagna (la madre di Brimbur) era fuggita per seguire un mercante nano di cui si era invaghita...ed era successo più di 1 anno prima ma il povero Grendobor non si era più ripreso; quella sera aveva bevuto qualche birra di troppo e, sentendosi offeso per una battuta sulla sua ex moglie, aveva scatenato una rissa e, a causa del grande quantitativo di alcol presente nel sangue, si era infervorato talmente tanto da arrivare a uccidere il nano che l'aveva schernito. Il successivo arresto e la condanna furono inevitabili, come la disperazione che colse il nostro Brimbur che, senza la protezione del padre, fu costretto a fuggire dal paese natio e divenne un vagabondo in movimento perenne senza una meta definita. Il suo triste peregrinare lo spinse verso est e si mosse per diverse settimane elemosinando e nutrendosi di frutti e bacche prodotte dalla terra; attraversò la terra dei mezzuomini e proseguì oltre viaggiando lungo la strada maestra. Era un nano allo sbando, aveva diseredato il suo cognome ed il suo attaccamento alla vita vacillava pericolosamente finchè il secondo sconvolgimento fondamentale della sua vita accadde all'improvviso in una fredda e piovosa giornata invernale. Brimbur si era fermato sulla sponda di un ruscello, attratto da alcuni pesci che nuotavano, ed i morsi della fame lo avavano costretto a provare a pescare a mani nude, ma i pesci erano molto agili e non riuscì a prenderne neppure uno. Sfinito e disperato cominciò a raccogliere le pietre levigate dall'acqua del ruscello e tempestò i pescì, più con rabbia che con volontà di colpire, finchè non gli capitò per le mani una "pietra" dalla forma e dalla levigazione diversa dalle altre. Si accorse di questo particolare solo dopo aver lanciato il "proiettile" ed incuriosto da suo sesto senso che si era risvegliato quando la "pietra" gli era passata tra le mani, cominciò a ricercare sul fondo del fiumiciattolo il suo proiettile. L'acqua era limpida e, nonostante la pioggia, riuscì a recuperare la sua scoperta, rimanendo sbalordito dal materiale che gli era capitato tra le mani. Gli anni che aveva passato a raccogliere, classificare e plasmare minerali gli aveva conferito una capacità eccezionale di riconoscerli a prima vista, anche quelli più rari e strani, e non poteva avere dubbi, non gli era capitata tra le mani una pietra qualunque, ma era sicuramente "Vero-argento". In tutta la sua vita aveva visto il Mithril per non più di 2 o 3 volte, ma gli era bastato per rimanerne incantato dalla leggerezza del materiale e dalla sua incredibile resistenza, ricordava anche che suo padre l'aveva chiamato con un nome che non aveva mai sentito prima, quasi fosse un segreto, ma questo era un particolare che si era presto scordato. Mentre ammirava la più inaspettata delle sue scoperte fu risvegliato bruscamente da un rumore di voci che provenivano da dentro il piccolo boschetto che si estendeva a lato del fiume. Più che le voci incomprensibili, lo spaventarono i grugniti da cui erano accompagnati, non potevano essere umani, e preso dal panico cercò un posto dove nascondersi. Poco più avanti l'erosione del fiume aveva creato una piccola gola alta qualche metro e con le pareti friabili ma non scoscese. Brimbur non perse tempo, si infilò nella tasca della camicia il Sasso appena scoperto e si diede ad una veloce scalata lungo la parete dell'argine del fiume, per nascondersi in cima e spiare i nuovi arrivati. Sbucarono 3 umanoidi che trascinavano dietro di loro un elfo legato da capo a piedi con una corda. Appena uscirono dalla macchia di alberi si guardarono in giro con fare circospetto e cominciarono a comunicare tra di loro in un idioma sconosciuto ed incomprensibile, mentre il prigioniero si dibatteva inutilmente. Brimbur cercò di ricordare e paragonare le tre figure che scorgeva poco sotto, con qualcosa di visto nei libri letti mesi prima nella sua città natale, e quando capì che i tre carnefici erano dei miserabili orchetti fu preso da un'incontrollabile paura che lo immobilizzò sul posto. Mentre i tre, vicino all'argine del fiume, presumibilmente dibattevano sul da farsi, Brimur cercò di organizzare un piano di fuga che consisteva nel correre a gambe levate in direzione opposta a quella in cui si erano fermati gli orchetti, ma fu preso da una crescente ed inarrestabile furia omicida nei confronti di queste bestie immonde, così l'indole nanesca prese il sopravvento e senza più un briciolo di lucidità, si buttò all'assalto. Rotolò un paio di volte durante la discesa, ma quando atterrò nel letto del fiume era in perfetto equilibrio e lo sguardo bruciava di fervore e pazzia. I 3 orchi furono presi di sorpresa e dopo lo spavento iniziale, ripresero coraggio, quando si accorsero che dovevano combattere contro un "solo" nano; due di loro sguainarono le armi (sagome di acciaio dalla vaga forma di spade) ed avanzarono minacciosamente, mentre il terzo nemico rimase vicino al prigioniero. Brimbur puntò i piedi e si preparò ad affrontare l'assalto, ma quando i nemici furono abbastanza vicini, con un rapido muovimento del piede tirò verso l'alto una piccola pietra e la colpì con l'ascia a mò di mazza. Il sasso saettò diritto diritto nel capo ad uno dei due orchi che crollò al suolo privo di sensi. Il secondo orco, caricò immediatamente, rivalutando mentalmente il nano e considerandolo ora un pericolo per la sua incolumità. Le armi si scontrarono ferocemente e Brimbur ribattè colpo su colpo, trovando nel suo istinto un alleato molto prezioso, scoprì di avere delle doti di combattente che non aveva mai allenato ma che bastavano a tenere a bada un orco alla carica. Quando il suo avversario provò un affondo veemente ma goffo, si scoprì completamente il fianco, che venne prontamente squartato dall'implacabile ascia di Brimbur. Ormai il furore del nano stava giungendo all'apice, non sentiva altro che frenesia e odio verso il suo ultimo nemico, cominciò ad avanzare, quando vide che l'orco aveva estratto un arco, incoccato una freccia ed ora lo stava fissando impassibilmente. Brimbur si fermò, come si fermò il mondo intorno a lui, vide attimo per attimo le dita che lasciavano lentamente la corda tesa, la freccia che partiva inesorabilmente verso di lui, verso il suo petto, verso il suo cuore. Non si mosse, rimase immobile, guardò la freccia fino a che non sentì la stoffa lacerarsi e percepì un dolore fortissimo esplodergli nel petto, il colpo gli fece perdere l'equilibrio, ondeggiò una volta, una seconda e una terza, poi cadde di fianco sul duro letto di sassi. La vista gli si offuscò e sentì le forze venirgli meno, l'ultima cosa che vide fu una freccia piantata orizzontalmente da parte a parte nel collo dell'orco arciere, poi due elfi che sbucavano dalla foresta, poi la nebbia, poi il buio e il silenzio...poi il cinguettìo degli uccellini, poi il buio, poi la nebbia...poi la luce! Aprì gli occhi e li richiuse subito, la luce era troppo forte, non aveva mai pensato a cosa potesse succedere dopo la morte, ed ora, forse, non era preparato a vedere tutto ciò. Almeno era morto con onore ed aveva tenuto alto l'onore dei Testadipietra. Quando gli occhi si abituarono alla forte luminosità, vide un'esile figura stagliarsi sopra di lui, sopra di lui e sopra il suo...letto, sì era su un letto ed era proprio morbido, provò a sollevarsi ma non riuscì a far altro che accennare il movimento, che la testa girò vorticosamente e perse nuovamente i sensi. Quando tornò ad aprire nuovamente gli occhi, vide che l'esile figura vista in precedenza non era più presente, si girò intorno e vide una camera ben ammobiliata,, con i mobili intarsiati secondo geometrie a lui sconosciute, la finestra aperta e le tende socchiuse mosse dal vento mostravano un panorama pieno di alberi verdi e maestosi, mentre in sottofondo sentiva un forte scrosciare d'acqua che prima non aveva percepito. Si alzò dal letto e si accorse che indossava una tunica leggera e sottile, quasi troppo delicata per le sue abitudine, e sotto, un grande bendaggio lo circunnavigava per tutto il busto; provò a tastarsi delicatamente il petto, avvertì subito un forte dolore interno, e desistette così da altre esplorazioni mediche. Improvvisamente la porta si aprì ed entrarono due elfi che, agli occhi inesperti di Brimbur, sembravano identici: alti, snelli, coi capelli neri ed ovviamente le immancabili orecchie a punta. i loro vestiti erano molto più colorati ed appariscenti rispetto alla sua tunica, quando, con freddezza, gli intimarono di seguirli. Uscendo fuori dalla stanza si accorse di essere finito in una città elfica, non sapeva se era vivo o morto, ma questa era sicuramente una città elfica che sin inerpicava in maniera straordinariamente naturale sui maestosi alberi presenti in questo bosco. Camminarono per alcuni minuti senza proferire parola, finchè uno dei suoi accompagnatori, gli indicò una porta aperta, lui la varcò con passo incerto, ignaro di quello che poteva trovare di fronte. Era una stanza senza finestre, eppure era luminosa, le pareti erano state costruite con un materiale luminoso...oppure c'era di mezzo la magia elfica. Nel centro della stana era presenza un pulpito, circondato da panchine intarsiate, e su una di esse sedeva un Elfo che gli fece cenno di avvicinarsi. Con passo traballante e con il dolore che cominciava ad infiammargli il petto, Brimbur si mise a sedere accanto all'elfo che portava una tunica bianchissima, un diadema tra i capelli ed emanava una forte aura di potere, che mise molto a disagio il nano. Di questo incontro Brimbur si ricorda ben poco: gli fu spiegato che era stato salvato da un sasso che teneva in tasca, e che aveva impedito alla freccia di trapassarlo da parte a parte; il colpo era stato sufficiente, però, a spezzargli una buona quantità di costole; la pattuglia di elfi lo aveva portata in questo luogo in condizioni fisiche malandate ed aveva rischiato di morire per il fisico debilitato dal suo lungo vagabondare; l'elfo rapito era un messaggero elfico che era caduto in un'imboscata degli orchi e per fortuna il suo salvataggio aveva permesso l'arrivo di una missiva di estrema imposrtanza; l'elfo gli disse che lo avrebbero curato per ringraziarlo del suo coraggio dimostrato, ma poi se ne sarebbe dovuto andare perchè la presenza di un nano era un elemento destabilizzando per la vita in questo così incontaminato. Passarono così diversi giorni di convalescenza e l'unico elfo con cui fece amicizia e che lo prese in simpatia fu il messaggero che aveva salvato. Cecolondir, così si chiamava l'elfo, gli insegnò l'arte della musica e gli fece apprendere le basi mediche dell'arte della guarigione finchè non arrivò inesorabilmente il momento di andarsene. Brimbur rivide nuovamente l'elfo dalla bianca tunica che gli consegnò il suo "Sasso salvatore" e gli disse di aver inciso delle rune magiche protettive che lo avrebbero aiutato nelle sue future avventure; fu bendato, consegnato ad una pattuglia di elfi e spedito ai margini del bosco; gli diedero una mappa ed alcune razioni, poi se ne andarono velocemente come erano arrivati. Il nano rimasto da solo prese in mano il dono del "bianco" elfo, osservò l'iscrizione e sorrise, quelle non potevano essere rune perchè riusciva a leggere distintamente tre lettere B I O, se quelle erano rune magiche...lui era un elfo! Poi pensò tra sè che del vecchio Brimbur nulla era rimasto, ed oramai era giunto il momento di risalire la china, di trovare una nuova strada, una nuova professione, un nuovo nome...pensò, pensò...pensò a lungo finchè, stremato, osservò il suo amuleto protettivo e come colpito da una folgorazione esclamò: mi chiamerò BIOSASSO, d'altronde se sono vivo è in parte merito suo. Così impugnò il mandolino regalatogli da Cecolondir e, intonando un simpatico motivetto e strimpellando le corde dello strumento musicale, si avviò verso ovest in cerca di avventure e riscatto.
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22-05-2007, 17:41
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#18
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Super postatore
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Agaar Mordiroccia
Scritta in Lingua Comune:
Sono nato nelle profondità della fortezza di Erebor, nell’anno 2943°sotto il regno di Dain II Piedediferro. Mio padre è il celebre eroe dei cinque eserciti Norgel II dei colli ferrosi, trasferitosi qua con mio fratello Bafurr e con tutta la mia famiglia, dopo la rifondazione del regno sotto la montagna.
Sono descritto dai miei amici più cari come un nano scorbutico,iracondo e attaccabrighe ma stimato anche come abile guerriero.
Era l’anno 2989 nelle terre di Arda, Balin e uno gruppo di nani avevano lasciato Erebor per affrontare un arduo viaggio verso la conquista di Khazad Dum. Nello stesso giorno Gloin radunò mio padre e un gruppo di saggi nani nella sala consigliare, per organizzare una spedizione nei pressi del sacro monte Gundabad.
Alcune voci parlavano di un radunamento di forze orchesche alle estremità nord delle Montagne Nebbiose e Dain aveva deciso di inviare una compagnia a perlustrare la zona.
Partimmo da Erebor e costeggiammo sempre la foresta di Mirkwood senza mai entrarci, rimanendo ai piedi delle Montagne Grige, fino ad arrivare a fiume Anduin. Il Guado del fiume è stato molto ostico nei mesi invernali ma tutto fini senza problemi. Perlustrammo i confini delle Montagne Nebbiose e la base del monte Gundabad per alcuni giorni ma non trovammo vere e proprie mobilitazioni degli orchi, tranne un piccolo gruppo in una valle più a sud. Cosi decidemmo di tornare a fare rapporto. L’ultima notte ci accampammo dentro le rovine Framsburg, l’antica capitale dei Éothéod, da tempo caduta. Ma una sorpresa accolse i miei compagni durante la notte, io ero sparito. Un Troll delle Pietre enorme mi aveva catturato durante il sonno, legato e privato delle mie armi mi aveva portato in una radura sotto le montagne. Ero tutto ammaccato e indebolito ma il mio odio verso quella spregevole razza mi ha indotto a lottare con tutte le mie forze. Era quasi l’alba quando riuscii a slegarmi e mi avventai sul Troll con tutte le mie forze. E proprio quando il sole stava spuntando dalle Montagne, la mia compagnia entrò nella radura alla carica, trovarono un nano che lottava con le unghie e i denti aggrappato alla caviglia dell’enorme Troll ed e allora che l’enorme montagna di grasso si trasformo in pietra. Da allora il mio soprannome fu per sempre Agaar Mordiroccia. Mio padre mi racconto alcuni giorni dopo che una avventura simile era accaduta molti anni prima a un suo vecchio amico di nome Bilbo Baggins e alla sua compagnia.
Le continue escursioni contro gli accampamenti della spregevole stirpe di Bolg, non mi ha impedito di occuparmi della principale attività di famiglia, la ristorazione. Mio nonno Norgel I detto Felakgundu (scavatore di grotte), soprannome acquisito in gioventù quando faceva il minatore, era proprietario della Locanda del Cinghiale Infuriato nella vicina città di Dale.
E’ proprio qua che davanti a un calderone di patate spezziate e barili di Birra scura, che mio Nonno usava raccontarmi fantasiose storie di un vecchio pazzo ( cosi le definiva mio padre) sulle origini della mia famiglia. Mio nonno sosteneva che la mia famiglia discendeva da Thrar dei Barabadifuoco di Tumunzahar ( Nella lingua degli elfi, Nogrod), uno dei Sette Padri dei Nani creati dal grande Mahal (Aulë il Fabbro dei Valar). Proprio questa storia mi ha portato, con grande sconcerto di mio padre, nelle lontane Blue Mountains Meridionali a sud del golfo di Lune alla ricerca delle mie vere origini e poi a nord nel pieno delle Ered Luin, e qui conobbi per la prima volta Xiv Dekuson e i Custodi della Fiamma di Anor.
Scritta in Angerthas Moria :
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"Amo la mia birra come amo le mie donne, robuste ed amare. "
Il Mio Blog
Ultima modifica di Agaar : 11-10-2008 alle ore 21:57
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