Un surreale silenzio avvolge la radura dove Wotangar e la sua Eored sono appostati.
A quanto pare, non molto distante da lì, alcune sezioni di fanteria sono rimaste insaccate da un'armata di Uruk proveniente da Isengard.
Il mattino è piacevolmente fresco, soprattutto se si è coperti da una pesante armatura di piastre, il cielo, pare sereno, pochi raggi filtrano la foschia mattutina, andando a illuminare gli scudi, così ben rifiniti da parere quadri.
I cavalli sono tranquilli, ma fastidiati dal puzzo dei nemici che si leva nell'aria, ammorbando la piana, scossa dal furore della battaglia.
"Uomini! In formazione!"
Il comandante inizia ad impartire gli ordini. Il momento è vicino. Non è la prima volta e non sarà l'ultima...non deve essere l'ultima. "Il nemico, vuole le nostre terre! Le nostre magnifiche terre! E' venuto fino a qui per prendersele con la forza! Ma finchè ci sarà un solo uomo del Mark, vivo, questo non avverrà!"
Una breve pausa segue. "Che l'acciaio ed il coraggio, siano le vostre difese! Che i cavalli e l'onore, la vostra forza! Avanti ora, trasformiamo il campo in uno scannatoio!" I cavalieri battono le armi sugli scudi: hanno perfettamente capito il messaggio.
"Serrate i ranghi! Andiamo in guerra!"
Il corno tuona la carica, centinaia e centinaia di cavalli iniziano a correre, i cavalieri in corsa urlano, sbraitano, agitano al cielo le armi.
La terra trema, vibra furiosamente, gli Uruk, intenti a combattere, vengono colti di sorpresa, si voltano attoniti: la situazione sfugge loro di mano. "Manovra!"
All'ordine, l'ala si flette, si duplica...adesso o mai più!
L'impatto è terrificante: il nemico viene sbalzato morente a terra, alcuni cavalli cadono, rotolano, vengono uccisi dagli orchi.
La mischia è un tripudio di carne, acciaio e sangue.
Wotangar, ben saldo in sella al suo cavallo, Sleipnir, lancia fendenti di spada come se la sorte stessa di Edoras dipendesse da lui, fino a che, colpendo un orco, quest'ultima gli rimane, come incastrata nel cranio del nemico, e nel tentativo di riprenderla, viene disarcionato violentemente.
Rialzatosi frettolosamente, crolla di nuovo a terra, con un gemito: un uruk gli si è avventato contro nel tentivo di strangolarlo; il nostro, irrigidisce il collo, e ringraziando i suoi avi per avergli donato una forza notevole, afferra con una mano la mandibola del mostro, e con l'altra, parte della testa...tira, con tutta la potenza che ha in corpo...la pressione sul suo collo si allenta rapidamente: ha divelto la mascella del suo aggressore, il quale muore, tra rantolii e convulsioni.
Celere, Wotangar raccoglie una picca dal terreno, e recisa la testa dal cadavere, la infilza, alzandola al cielo come un macabro stendardo.
I soldati di Rohan, incitati da quella visione, aumentano il ritmo della battaglia, fino a che il combattimento non diviene una bolgia esasperata.
Gli uruk cadono, falciati, come spighe di grano mature; sono infine costretti a chiamare la ritirata, decimati e stremati.
"Prendeteli tutti! Uccideteli!"
Ordina il comandante. "No! Fermi!"
Tra lo stupore generale, che causa un tentennamento dei soldati, Wotangar si oppone. "Se li inseguiamo, finiremo direttamente in bocca alla loro retroguardia! Non possiamo correre un simile rischio! Non ora che abbiamo salvato i nostri compagni!"
"Come osi contraddire un mio comando!? Vigliacco traditore!"
Tuona infervorato il comandante.
A quelle parole, il nostro, perde il controllo di sè stesso, sferrando un destro, più simile ad un colpo di trabucco che ad un pugno, al suo superiore, e fancedolo crollare al suolo.
Che gesto sconsiderato!
Fortunatamente viene riconosciuta la buona fede delle sue parole, ma l'insubordinazione viene punita: mesi e mesi nelle prigioni, e il divieto più assoluto di un suo ritorno nell'esercito del Mark.
Che fare dunque? La risposta è una sola.
Sacca in spalla, un triste arrivederci alla sua terra, la promessa, la dannata promessa che un giorno farà ritorno da eroe.
Sleipnir è sellato e ferrato, i due si allontanano, nel calare del sole.
Ultima modifica di PeliFromHell : 28-09-2010 alle ore 13:43
Una mela.
Si inizia sempre con una mela, poichè la fame aguzza l'ingegno.
Rubare non è reato, quando l'alternativa è morire di stenti.
La storia di Wotangore è una storia triste, penosa.
Si può a 10 anni vedere i propri cari squartati dagli orchi? Si, ed a Wotangore non fu risparmiata questa visione.
Per sua fortuna venne addottato dallo zio paterno, nobile combattente del Mark, e trascorse l'adolescenza col cugino Wotangar, di una decade più adulto.
Questi era un buon parente, onesto e sempre pronto a difendere i suoi cari, in poche parole sembrava il perfetto Rohir.
Ma Wotangore non aveva di questi capisaldi, infatti egli non sopportava i cavalli (cosa che costò molta rabbia allo zio), in quanto riteneva che se non fossero state genti di Rohan e signori dei cavalli, i suoi genitori sarebbero stati risparmiati, ed inoltre per lui l'onestà non era un concetto applicabile, per l'appunto un giorno così parlò:
"Onestà?! E' per caso la nuova meretrice di Edoras? La vita non è stata onesta con me e vi sbagliate se credete che io lo sia con lei."
Tutto ciò, unito alla passione che aveva per lo sgusciare, il nascondersi e l'innato istinto cleptomane, sviluppato durante anni di fame e forti languori, ne facevano un ladro abile, astuto ed estremamente sadico.
Furono due, gli eventi che segnarono l'inizio della sua vera e propria esistenza.
Il primo avvenne quand'egli era da poco sedicenne, in taverna.
"Potrei avere un'altra birra? Oppure anche quest'osteria è talmente corrotta, come il resto del regno, da non poter più aiutare coloro che sono al suo interno?"
Wotangore era palesemente ubriaco, e la sua lingua non aveva freni, tanto che l'intera sala tacque, fissandolo con occhio incerto.
"Ebbene si, parlo anche di voi, maleodoranti proprietari di cavalli, quegli stupidi animali, di cui voi altri vi proclamate signori!"
Concluse Wotangore, esplodendo in una fragorosa risata.
"Ora hai passato il segno ragazzo, prenderai ciò che merita la tua animale impudenza"
Quattro uomini si alzarono da un tavolo, il primo, avente fluenti capelli biondi, si avvicinò, e con un cenno di sfida sollevò la pesante mano per colpire, ma, ad un tratto, qualcosa gli trattenne la chioma, facedolo urlare di dolore: dietro di lui apparve una testa la cui capigliatura, corta, era d'un castano nocciola talmente sfumato da parere rosso, e sfolgoranti, apparvero due occhi verdi come i boschi di Lorien...Wotangar tratteneva i capelli del malcapitato.
Questi, si girò per sferrare un repentino gancio destro, ma, perdonatemi se sorrrido, ci vuole ben altro per atterrare un cavaliere del Mark, infatti Wotangar si piegò per schivare, e scagliò un montante nel mento dell'avversario che distrusse ogni sua forma di resistenza.
La taverna sussultò, nessuno osò sfidare nuovamente il ragazzone, difensore del cugino.
Wotangar senza alcuna remora si voltò verso il parente, e lo colpì con un ceffone di dorso degno di un colpo d'ascia.
"Parla ancora come ti ho sentito fare poc'anzi, e non puoi immaginare quanti di questi solcheranno il tuo volto."
Da quel dì, Wotangore apprese un nuovo sentimento, lui che aveva sempre disdegnato qualunque forma di rispetto, ora ne provava assai per suo cugino, e seppur fosse così diverso da lui, un legame tratteneva entrambi, un legame che superava quello di sangue: l'amicizia genuina che unisce gli opposti.
Il secondo evento concluse la sua adolescenza, all'età di ventuno anni.
Wotangore si trovava in un bosco abbastanza distante da casa, in cerca di funghi, quei funghi che lui come del resto i suoi famigliari, amava molto, quand'ecco che udì un tintinnare di metallo e un respiro molto affanoso.
Strisciò nascosto tra gli alberi, e ivi scorse un orco (o un Uruk, di fatto lui non ne sapeva la differenza poichè non aveva mai visto una delle due razze, ma quello era per certo della specie che uccise la sua famiglia) che probabilmente si era da tempo smarrito durante una marcia.
Si sentì sopraffatto, sentendolo annusare l'aria. "Mi troverà e mi scorticherà vivo" Pensò, in un fremito di puro terrore.
Un brivido lo scosse dall'interno, quella paura aveva svegliato qualcosa dentro la sua mente.
Estrasse il pugnale dal piccolo fodero, lo stesso pugnale che suo cugino gli regalò per il suo ventesimo compleanno dicendogli: "Spero tu abbia abbastanza senno per poterlo usare, ma d'altronde non ci sarò io a difenderti per tutta la vita."
D'un tratto il timore scomparì, Wotangore si fece scuro in volto ed un sorriso si delineò sulle sue labbra, i suoi occhi brillarono d'una luce maligna.
Una risatina sommessa vibrò nel bosco, raggiungendo le orecchie dell'orco.
"Vieni fuori! Ho fame e fretta! Ti sbudellerò come un cervo!"
Lo istigò la creatura, che da alcuni minuti ne aveva riconosciuto la presenza nell'aria.
In risposta un'altra risatina più forte; l'orco non riusciva ad individuarlo, troppo rapido e silezionso.
Un fulmine improvviso, Wotangore si parò alle spalle della bestia, conficcandogli il pugnale a salire tra le scaglie della armatura, all'altezza del collo.
Ora la risata s'era fatta sguaiata e sadica, quasi folle.
L'orco cadde sulle ginocchia, moribondo, il pugnale fu estratto dal suo corpo, e con precisione chirurgica venne usato per sgozzarlo come un capretto.
Wotangore pulì la lama e sputò sulla carcassa: era soddisfatto; fischiettando, proseguì la sua cerca di funghi.
Non fece mai parola con nessuno di quell'evento.
Un altro anno passò, ed ecco che avvenne la vicenda che costrinse Wotangar a lasciare Rohan, sicchè Wotangore, non idugiò a seguirlo nell'ombra, a ricalcare i suoi passi.
D'altronde l'unico motivo per cui risiedeva ancora a Rohan, era appunto suo cugino, quindi che senso avrebbe avuto rimanervi se questi se ne fosse andato?
Nessuno, o per lo meno così pensò.
Credette dunque di pedinarlo per proteggerlo, ma nessuno poteva immaginare che il più delle volte sarebbe stato lui ad essere protetto dal cugino, e non viceversa...
Ultima modifica di PeliFromHell : 01-02-2010 alle ore 14:05
Passo Gambecorte, come tutti gli hobbit ama vivere in tranquillità fumando erba pipa mentre pesca lungo i ruscelli della Contea. Le giornate trascorrono oziose e ogni desiderio è frenato da una certa pigrizia innata degli hobbit.
Una mattina come le altre, dopo la prima colazione, munito di viveri, erba pipa e canna da pesca s’incammina al ruscello non lontano da casa e come se guidato da una forza invisibile prosegue oltre arrivando fino al battello per la città di Brea. Cosa stà accadendo? Perché si è spinto fino a lì? Tutto è strano quasi come vivere un sogno, come se le azioni compiute fino a qualche attimo prima non fossero state dettate da se stesso. Ma perché si è spinto in luoghi di cui non aveva memoria? Passo si sente confuso e passano alcune ore prima di decidere se salire o meno sul battello che, forse, avrebbe cambiato il suo destino. Non è tanto la paura a frenarlo quanto un infinità di domande senza risposta che lo tormentano. Alla fine la curiosità vince sul dubbio e decide di attraversare il Brandivino. La distanza che lo divide dall’altra sponda è breve ma chiudendo gli occhi ha l’immagine della Contea viva in se. I ricordi, i sapori e le abitudini che si sta lasciando dietro uniscono tristezza e forza e di sicuro saranno importanti per il viaggio che lo attende.
Non aveva mai visto la Gente Alta e si sentiva spaesato davanti a tante novità tutte insieme. Passarono diversi giorni e riuscì a fare amicizia con alcune persone tra cui degli hobbit del posto, mentre alloggiava al Puledro Impennato. Per non perdere alcune abitudini ogni tanto andava a pescare seduto al ponticello fuori Brea. Non era prudente rimanere fuori dalla città nelle ore tarde e Passo era molto attento in questo senso.
Una sera durante la pesca, l’uso smodato di troppa erba pipa, gli fece commettere una leggerezza e si addormentò mentre la notte sopraggiunse silenziosa.
Le urla echeggiavano, fiamme e frecce scheggiavano l’aria fredda della notte. Non era un incubo, non era immaginazione ma un attacco di briganti alla città di Brea. Passo preso alla sprovvista e ancora intontito dal brusco risveglio non fece in tempo a muoversi che un soldato colpito da un brigante gli finì addosso spingendolo giù dal ponte. L’acqua fredda fu come una lama affilata che trafigge all’improvviso ma indispensabile per acquisire lucidità.
Non aveva mai visto così tanta violenza e sangue e davanti a tutto ciò si sentiva inerme. Senza farsi notare, cosa assi semplice per un hobbit, cercò di raggiungere la locanda per chiedere aiuto; non sapeva che fare. Arrivato illeso alla locanda non riusciva a non pensare alle persone che aveva appena visto sofferenti o in fin di vita. Prese una decisione sul momento dettata più dall’emotività che dalla ragione. Si procurò bende e altri medicinali di vario tipo alla locanda e un piccolo bastone di ferro per difendersi e si gettò nella battaglia perché il non far nulla era ancor più doloroso da sopportare.
Ci sono momenti dove la vera forza in battaglia è la determinazione e il cuore più che la forza fisica. Questo Passo lo aveva capito e sfruttando le sue doti innate riuscì a portare soccorso a molti soldati mentre tutti attendevano rinforzi per non soccombere ad un tale violento e sanguinoso attacco.
Era quasi l’alba, il cielo rosso all’orizzonte fu come un segno di speranza che si accese nei cuori delle persone a Brea. Mai un alba era stata più attesa soprattutto se portò con se i rinforzi tanto sperati. Brea ormai salva e i briganti in fuga verso l’entroterra sono un immagine che rimarrà per sempre nella mente e nel cuore di Passo.
Il destino ci pone di fronte a cammini che non vorremmo percorrere, ma non sempre siamo in grado di poter scegliere cosa fare o meno. In questi casi bisogna farsi forza cercando la forza dentro di noi.
Passo, riconosciuto dagli abitanti di Brea come un hobbit coraggioso nella vittoria sofferta sui briganti, superò il primo ostacolo che un misterioso destino gli aveva posto davanti.
Ultima modifica di Wanted Death : 01-01-2012 alle ore 11:25
Charrabbiamo | Wanted Dark | Charrendiamo | Wanted Archmage | Last General Yuria | Wanted Wall | Sheyla Wood
LOTRO - Passo - Hobbit Minstrel of Custodi della Fiamma di Anor
Arvendir, figlio di Aranhir, padre di Edhreth nasce nell’anno 2978 T.E. del nostro mondo. Nobile discendente di una delle più antiche famiglie del popolo di Elros, all’età di 2 anni si stabilisce insieme ai suoi cari nella regione di Anòrien, il cui nome in Sindarin significa "terra del Sole",essa forma una stretta striscia di terra che consiste delle valli dei Monti Bianchi, e i cui confini sono delimitati dal Rivo Mering a ovest, e dalle foci dell'Entalluvio a nord. Il confine più a est è delimitato dal grande Anduin. Non vi sono città nell'Anòrien,solo villaggi, ma seguendo la linea della Grande Via che conduce ad Arnor, in questa regione furono costruiti i Fuochi di segnalazione di Gondor. Il padre, Aranhir, fu uno dei più valorosi combattenti Nùmenoreani a difesa del defunto Capitano Dùnedain Arador. Dopo la morte dello stesso e la dispersione della sua guardia, egli decise di migrare con la sua compagnia a più a sud nella regione di Enedwaith. Lì militò pervent’anni ma le continue battaglie decimarono le sue fila e decise di rifugiarsi nella regione di Anòrien. Qui conobbe Erwyn, sorella di una delle guardie del Fosso di Helm. Aranhir pensava che in questa regione sua moglie e i suoi 4 figli sarebbero stati al sicuro, essendo protetta a est dai Raminghi di Gondor e a ovest dalle genti di Rohan, ma si sbagliava. Nell’anno 3002 T.E. trasferitosi nella città di Osgiliath col figlio maggiore Arvendir, trovò la morte in un’assalto deglio Orchi di Mordor.
Qui ha inizio la storia del nostro eroe. Arvendir era un giovane uomo, alto, dal volto bello e nobile, dai capelli scuri e dagli occhi verdi, dall'espressione orgogliosa e severa. Fu uno dei pochi superstiti di quella sanguinosa battaglia che gli portò via suo padre. Distrutto dalla perdita paterna, decise di tornare nell’Anòrien per un breve periodo, ma all’arrivo vide il proprio villaggio distrutto e saccheggiato. Tragli uomini che raccoglievano i corpi dei caduti riconobbe il fratello Erechnir, anche lui bello, alto e fiero come il padre, giunto in soccorso di quella regione assieme una truppa di Rohirrim*.
*: Essendo i genitori di due stirpi diverse i vari fratelli decisero di intraprendere strade disgiunte, Arvendir con caratteri chiaramente Nùmenoreani era molto affezionato al padre che decise di seguire a Gondor, mentre Erechnir, più unito alla madre e affascinato dal Regno di Rohan, decise di partire all’età di 17 anni con lo zio Eometh per divenire una Guarda del Fosso di Helm come lui, mentre gli altri due fratelli erano rimasti con la madre essendo troppo giovani per poter mettersi inviaggio.
Erechnir disse ad Arvendir che egli era il solo dei fratelli a non esser caduto e che la madre era in gravi condizioni. “Dov’è?” tuonò con voce piena di rabbia “Portami da lei, ora!” “L’abbiamo portata ad Edoras per farla curare, ma il curatore ha chiaramente detto che non ci sono speranze” rispose il fratello e così si incamminarono alla volta di Edoras.
Dopo un viaggio di 2 giorni, giunsero ad Edoras. All’esterno della città fu allestito un campo per i feriti. Qui Ganthil e il suo assistente Herendir si prendevano cura degli sfortunati. All’arrivo Erechnir avvertì il fratello che Ganthil era uno stregone di età avanzata originario della città di Dol Amroth e che era meglio rivolgersi con un certo tono al vecchio burbero. “Se realmente è uno stregone così anziano, saprà per certo come curare nostra madre, in un modo o nell’altro gli farò trovare la cura, fidati di me giovane Rohirrim” disse Arvendir.
“Herendir! Herendir!! Arrivano dei guerrieri, digli di trovarsi un altro campo per farsi curare, qui non c’è più posto! E non fare come al tuo solito, non confonderli fra gli altri malati o ti ritroverai a mangiare fieno per un anno!”Tuonò il mago. Herendir, a differenza di Ganthil era un Elfo di nobile stirpe molto altruista,vedeva in ogni essere vivente la grandezza e la bontà dei Valar che avevano dato vita ad ognuna delle razze della nostra Terra. L’Elfo era originario di Lòrien, e decise di seguire Ganthil per imparare sotto il suo insegnamento la forza distruttrice della Natura, e di come essa è in grado di salvare la vita a chi non merita di cadere. Ma la bontà, non è sinonimo di gentilezza… “ Falla finita vecchio burbero, sistemerò i nuovi nella tenda di fronte alla tua e proprio perché sono guerrieri dovrai curarli per primi, ci servono forti valorosi per superare questo inverno!” Herendir accorse in soccorso dei fratelli, ma presto si rese conto che non era l’infermità a portarli a Rohan, ma il dolore. “Cosa posso fare per voi, nobili guerrieri? Non sono stati certo gli assalti degli orchi a portarvi qui.” Arvendir alla vista di un Elfo di tale stirpe rimase stupìto, non ne aveva maivisto uno prima d’ora, egli aveva una pelle così chiara che rifletteva al sole e gli occhi in egual modo del colore del Cielo. “Mae govannen Herendir, sono Erechnir, colui che ha portato qui le genti di Anòrien bisognose di cure, questo è mio fratello maggiore Arvendir di Gondor, siamo qui per sapere delle condizioni di nostra madre Erwyn.” Disse
“Oh, vostra madre non si trova più in questo campo, come molti altri, il Re Theoden ha ordinato di sgomberare il campo e di spostarlo lontano da Edoras, egli ha bisogno di mirare le sue terre per poterle difendere, non mi chiedete la logica di questo ordine ma così ha deciso.”
“Dove state spostando ilcampo allora? La questione è urgente, e poi non ho tempo di parlare con un assistente, chiamami lo stregone senza indugiare, anzi ci vado da solo” Disse con fermezza il Gondoriano.
Continua……..
Non so perchè ma ha unito delle parole quando ho copiato il testo sul forum. Ho cercato di correggerle ma probabilmente ne ho persa qualcuna
Ultima modifica di Arvendir : 29-06-2011 alle ore 00:31