Background: Kaladai

Grant Mills

Lurker
Terminato il mio bg, lo raccolgo qua in un unico post. Man mano che (si spera) anche voi terminerete, provvederò a raccoglierli e a postarli tutti.

Buona lettura;) (anche se nn credo che qualcuno avrà voglia di sorbirsi tutto il mattone:asd: )

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I dettagli sulla mia nascita sono insignificanti. Quelli sulla mia morte, quando questa avverrà, lo saranno altrettanto. Tutto quello che potranno raccontarvi su di me è una menzogna; come la vita, del resto. L'unica cosa importante è il sangue che facciamo scorrere, il numero di morti che ci lasciamo alle spalle. Il nostro personale mucchio di cadaveri è il segno più tangibile del nostro passaggio su questo mondo; e il nostro più grande dono alla vita, perchè in nessun altro momento possiamo dirci più vivi, in nessun altro momento esistiamo con più intensità, del momento in cui lottiamo per la sopravvivenza, in cui togliamo la vita.

Sono un assassino. Ho elevato l'omicidio, e con esso la mia vita, a una forma di arte. Il senso della mia vita coincide con la mia missione, ma non sforzatevi di indagare più a fondo. Non riuscireste mai a capirLo.

Per quel che posso saperne la mia storia, la mia vera storia, comincia, come per tutti gli assassini, durante la Notte della Morte. E' in quella notte che le Streghe Elfe vagano per le vie delle città come spiriti rabbiosi, entrando nelle case e strappando i bambini in fasce dalle mani dei genitori, che spesso perdono la vita nel vano tentativo di difendere la loro prole. Sono questi bambini, rubati dal seno delle loro madri assassinate, gli eletti che verranno addestrati nei freddi templi di Khaine per diventare perfette macchine di morte.

Non posso ovviamente ricordare il primo momento in cui entrai in uno di questi templi, ma quello che non mi abbandonerà mai sono i frammenti di ricordo dei primi anni di vita. La morsa della fame; il sapore dolciastro del sangue, a cui sono stato abituato fin dai primi mesi di vita; le urla delle vittime sacrificali; il pianto dei bambini a cui veniva negato il cibo, per fortificare il loro spirito; l'odore aspro delle felci di Naggaroth, bruciate durante le cerimonie in onore del Dio dell'Assassinio; le corse per nascondermi quando ricevevo un pezzo di pane, per timore che gli altri riuscissero a sottrarmelo; la fredda pietra sotto i piedi. E infine, al quinto anno di età, il primo coltello. Non posso scordare la sensazione di calma perfezione interiore che ho provato quando ho visto per la prima volta il mio volto riflesso nel lucido metallo. Un'arma meravigliosa, finemente forgiata e bilanciata dai migliori artigiani di Naggaroth per essere letale sia nel combattimento ravvicinato che come arma da tiro. Il manico di pelle, forse umana o forse di qualche altro animale, difficile ricordarlo, rilassante e piacevole al tocco. Credo di aver passato ore a guardarlo, seguendo i riflessi della luce lungo il filo della lama.

Piccolo e sciocco com'ero, non credo di essermi reso conto di cosa quel coltello significasse realmente. Significava che l'infanzia era finita, e un nuovo inferno mi si spalancava davanti. Il giorno stesso fui presentato a Raevak, il mio istruttore, e la mia vita cambiò completamente.

***​

All'idea di conoscere un "vero" assassino, la mia mente cominciò a vagare nel vortice delle possibilità. Immaginavo che questo Raevak fosse alto due volte un elfo normale, oppure che fosse sempre avvolto dall'ombra anche in piena luce del sole, o ancora che potesse uccidere con un semplice sguardo. Rimasi pertando alquanto deluso quando, all'indomani, fui condotto al cospetto di un elfo in tutto e per tutto normale, a partire dai capelli neri tagliati molto corti, passando per il mantello di pelle che lo proteggeva dai freddi venti di Naggaroth, giù fino ad arrivare agli stivali di cuoio neri. Il ritratto stesso della banalità, insomma. Penso che assunsi una faccia imbronciata, come quella di un ragazzino a cui avessero sottratto il suo giocattolo preferito, tanto che Raevak mi apostrofò con tono brusco:"Che diavolo hai da guardare, moccioso?". Credo che risposi borbottando qualcosa come "sembri un contadino". L'assassino non si scompose, ovviamente, un assassino non perde mai la calma. Si limitò a sorridere....avrebbe avuto anni di tempo per far scontare l'offesa a quell'arrogante moccioso.

Dai 5 ai 15 anni, fui addestrato da Raevak. Definirlo un sadico e un carnefice non gli renderebbe onore. Sporco bastardo, se esiste qualcosa dopo la morte, spero che per lui sia doloroso. Mmm, forse vorreste sapere com'è morto. Bè, davvero non riuscite a immaginarlo?

Comunque, dove eravamo rimasti? Ah, l'addestramento. Raevak mi insegnò a padroneggiare quasi ogni tipo di arma, a travestirmi per scivolare inosservato tra i nemici, a sintetizzare veleni in qualsiasi ambiente naturale, più un'infinità di altri trucchi che le persone comuni imparano soltanto dopo anni e anni di servizio militare. Nel corso della sua formazione, ogni assassino compie delle scelte, sceglie quali modalità d'azione predilige. Io mi specializzai sulle azioni nel Vecchio Mondo, il mio istinto mi diceva che sarebbe stato determinante per il futuro che si andava delinenando. Imparai le lingue dei Nani e degli Umani, persino i loro dialetti. Imparai a mangiare come loro, a pregare come loro, a muovermi come loro. Imparai a essere uno di loro.

Infine, all'alba di una mattina primaverile del mio quindicesimo anno di età, la mia vita cambiò nuovamente. Due elfe vestite con gli abiti rituali delle sacerdotesse di Khaine, con l'aggiunta di un pesante cappuccio nero per renderle irriconoscibili, mi svegliarono e scortarono fuori dal Tempio, fuori dalle mura della città. Ricordo con chiarezza sconcertante quella cavalcata nella pallida luce del primo sole, come se fosse avvenuta ieri. L'odore del mio destriero, pungente e aspro; il paesaggio desolato sospeso a metà tra le ombre della notte e il chiarore del giorno; il vento sul volto, forte e inebriente come una droga da battaglia. Infine, mi apparve da lontano la sagoma di Raevak, in piedi solitario su una collina. Man mano che mi avvicinavo, potevo sentir crescere la mia tensione, il battito del cuore nelle orecchie che si trasformava in un boato martellante, coprendo persino il suono degli zoccoli dei cavalli.

Arrivato in cima alla collina, smontai da cavallo e con un paio di passi mi portai davanti al mio tutore. Raevak mi rivolse un breve cenno del capo; quindi, cominciando a camminare, mi disse:"Da questa parte, Kaladai". Restai scosso per una manciata di secondi, pensando al fatto che in 10 anni di addestramento non mi aveva mai chiamato per nome, ma sempre con epiteti come "femminuccia", "moccioso"....o peggio. Guai in arrivo, credo di aver pensato. Non mi sbagliavo.

Seguii il mio maestro, passo dopo passo, verso una scura rupe rocciosa.

Raevak camminava molto rapidamente, tanto che mi ritrovai velocemente distanziato di almeno una trentina di metri. La mia mente era completamente persa in un labirinto di tensione e pensieri incontrollati, tanto che mi risultava estremamente difficile persino poggiare un piede dopo l'altro. Alla fine, mi costrinsi a tornare con i piedi per terra, focalizzando lo sguardo sulla rupe davanti a me, cercando di escludere qualsiasi altra cosa dalla sfera del mio pensiero cosciente. In breve, raggiungemmo la base della torreggiante formazione rocciosa. Raevak si era fermato, sembrava intento a riflettere; quindi si rivolse verso di me e cominciò a parlare:"Su questa montagna si trova la tana di un pegaso nero. Voglio che tu gli dia la caccia, lo uccida e mi porti uno dei suoi corni come prova del tuo successo. Non stiamo soltanto mettendo alla prova la tua forza, le tue abilità combattive. No, c'è molto di più in gioco. Devi rintracciare la bestia e trovare un modo per impedire che ti scappi in volo; devi riuscire a sopravvivere in uno degli ambienti più ostili del mondo. La tua prova comincia subito, e ti consiglio di portarla a termine con successo, o d'ora in avanti verrai attaccato a vista da qualsiasi adepto di Khaine incroci la tua strada".

A quel punto, il mio corpo e la mia mente presero due strade diverse. Il mio corpo, estremamente più pragmatico, si voltò e cominciò la scalata della parete della rupe. Si muoveva con gesti meccanici, ripetivi, sufficienti comunque a spingermi inesorabilmente qualche centimetro più in alto. La mia mente era invece fissa sulle parole di Raevak, escludendo ogni segnale dal mondo esterno. Credo che in quel momento sarei potuto passare davanti ad un drago nero e non notarlo neanche. Mi sentivo sulla lama di un coltello: da un lato, la gloria, il raggiungimento dello status di assassino; dall'altro, la morte e l'infamia. Tutto appeso al battito delle ali e al bizzarro istinto di una sottospecie di cavallo alato. Piano piano, riscesi fino al mondo reale. Concentrai la mia mente sulla ricerca degli appigli migliori per salire e riuscii a raggiungere una buona spianata per trascorrere la notte. Ero certo che la caccia sarebbe durata a lungo, pertanto sarebbe stato inutile correre il rischio di affrettarsi spostandosi con il buio. Ovviamente, non mi era concesso alcun fuoco da campo, e il vento urlava come un prigioniero torturato. Mi accasciai dietro una roccia di grandi dimensioni, lottando contro il freddo per strappare almeno un paio di ore di riposo alla notte.

Mi svegliò il riflesso del pallido sole del nord contro le rocce intorno a me. Rocce lisce, scolpite dalla violenza delle tempeste di Naggaroth. Per un attimo considerai che se una tempesta mi avesse raggiunto su questa montagna avrei avuto le stesse possibilità di sopravvivenza di un goblin nella sala del trono di Karaz-a-Karak. Ma il cielo era limpido, e il pensiero venne allontanato in fretta dai caldi raggi del sole. Continuai la salita, inerpicandomi faticosamente per tutta la mattina. Mi muovevo alla cieca, non avendo la minima idea di dove potesse essere la tana del pegaso nero. Potendo volare, poteva aver scelto il punto più irraggiungibile dell'intera montagna. La mia speranza, ovviamente, era che non fosse così. Passarono ore, e poi giorni. Mi nutrivo di piccoli animali, soprattutto uccelli necrofagi; per l'acqua, invece, la scelta era tra le mie scarse scorte e l'acqua putrida che sgorgava dalle nere terre di Naggaroth. Non ci voleva un esperto per capire che una dieta del genere mi avrebbe portato alla tomba, e un senso di urgenza crescente cominciò a pulsare nel retro della mia mente. Dovevo trovare quella dannata bestia, e dovevo farlo in fretta. Agendo spinto dalla fretta, permettevo a me stesso di correre dei rischi. Più di una volta rischiai di perdere la presa e precipitare giù in basso per centinaia di metri. Esplorai decine di grotte, e centinaia di semplici fenditure del terreno. Sempre più in alto, sempre più in fretta. Infine, la caccia giunse al termine.

***​

Mi trascinai a forza sull'ennesimo pianoro, non potendo evitare di gettare un'occhiata alle mie braccia, rabbrividendo per la loro magrezza impressionante. Continuare così per un'altra settimana avrebbe significato la mia morte. D'altronde, anche scendere a valle senza il corno di pegaso nero avrebbe avuto lo stesso effetto. Esplorai con lo sguardo la brulla piattaforma di roccia su cui mi trovavo, poi alzai gli occhi fino alla cima della montagna, ormai dannatamente vicina. La mia preda doveva trovarsi nelle vicinanze, a meno che non avessi saltato il suo rifugio durante la salita. Ma era un'eventualità a cui non volevo pensare.

Estrassi le mie due corte spade e mi diressi verso la grotta più vicina. L'imboccatura era abbastanza grande, un cerchio dal raggio di almeno tre metri. Questo lasciava supporre che la caverna fosse abbastanza spaziosa, e forse quel maledetto cavallo alato l'aveva trovata accogliente. Raggiunsi l'ingresso e guardai dentro. La grotta era abbastanza grande, quasi quanto una delle catapecchie di legno abitate dai barbari umani. Adagiata nella parte più lontana c'era la mia preda, il pegaso nero. Rimasi paralizzato dallo stupore, avevo quasi smesso di sperare che l'avrei trovato. Comunque, la fortuna non mi aveva concesso altro che un rapido sorriso, visto che l'animale era sveglio e guardingo. Ed estremamente irritato. Si alzò in piedi sbuffando, puntando il corno verso il mio torace. Realizzai che voleva caricarmi, per aprirsi la strada fuori dalla grotta. Non potevo permetterlo. Non dopo essere arrivato fin là.

Il mio istinto mi guidò contro ogni razionalità a controcaricare l'animale. Una mosse folle, quasi sicuramente letale. Ma gli anni di allenamento erano serviti a qualcosa. All'ultimo istante, scartai di lato abbassandomi. L'animale mi sorpassò senza avere il tempo di aggiustare la mira, mentre io lo colpivo ad una gamba. Il rumore del suo corpo che collassava a terra mi regalò il primo sorriso delle ultime settimane. Comunque, sapevo che il mio avversario era ben lungi dall'essere spacciato. Nel tempo che impiegai a rialzarmi in piedi e girarmi, il pegaso era già rivolto verso di me, il corno che sembrava dirmi: "Fossi in te, me ne starei lontano". Stava retrocedendo lentamente verso l'ingresso, per scappare in volo. Lo incalzai mulinando le lame, un colpo dopo l'altro, ma non potevo avvicinarmi troppo senza correre il rischio di rimanere impalato, e i miei colpi riuscivano a ferirlo solamente di striscio, quando non venivano del tutto bloccati dalla dura pelle della bestia.

Improvvisamente, il pegaso si impennò scalciando violentemente, centrandomi il petto con un violento colpo di zoccolo. Finii a terra, riuscendo a mantenere la presa su una sola arma, mentre l'altra volava lontano. Senza neanche vederlo, intuii che il mio avversario si stava girando per fuggire in volo. L'adrenalina invase il mio corpo come una scarica elettrica. Balzai in piedi, correndo dietro al pegaso. La zampa ferita l'aveva rallentato, e guadagnai terreno prima del suo decollo. Abbastanza terreno da concedermi un'unica possibilità. Tirai l'unica arma rimasta verso il fascio di muscoli responsabile del movimento della sua ala destra. E colpii. Rivolsi una preghiera a Khaine mentre la bestia cadeva pesantemente a terra, gravemente ferita. Mi avvicinai e, con tutta calma, estrassi la mia arma, assaporando il sangue sulla sua lama, prima di spingerla violentemente nel cervello dell'animale. Quindi, tagliai il corno del pegaso e scesi a valle. C'era molto lavoro da fare.


Qua termina il racconto vergato dall'assassino di proprio pugno, ma non si può sperare di conoscere realmente qualcuno dalle proprie parole. Come qualsiasi Elfo Oscuro sa bene, tutti mentono. O perlomeno, omettono la verità. Le prossime righe sono il tassello mancante del mosaico, per chi avesse interesse a ricomporlo interamente.


La costa del mare degli artigli, spazzata dalle onde. Una foresta, immersa nelle tenebre. Un passo dopo l'altro, verso il cuore del bosco, per un tempo che sembra infinito...poi finalmente una radura, e quel monolito. Pietra nera, intarsiata di rune. E la voce, quella voce, martellante, ripetitiva, impossibile da mettere a tacere...quella voce che continuava a ripetere il suo nome

Kaladai...Kaladai...


L'elfo oscuro si sveglio urlandò, gli occhi spalancati, le mani che arrancavano cercando di afferrare l'aria. Un attimo di vuoto totale, poi la sua ferrea disciplina mentale riprese il sopravvento. Respirò a fondo più e più volte, cercando di calmarsi. La notte era serena, il cielo limpido risplendeva di migliaia di stelle sfolgoranti. L'aria era fresca, come sempre in quella stagione, nel nord est del Middenland.

Infine, parecchi minuti dopo, fu in grado di analizzare a mente calma il suo sogno. Era un enigma. Non gli era mai capitato nulla del genere prima, e non riusciva a ricollegarlo in alcun modo alla sua vita, o ai motivi della sua presenza nell'Impero. Ma di una cosa era sicuro: voleva vederci chiaro. D'altro canto, era comunque diretto verso la costa: la missione era compiuta, doveva tornare a Naggaroth. Lungo la strada, non gli sarebbe costato nulla investigare su quella visione.

***​

L'aveva trovata facilmente. Troppo facilmente. La foresta era davanti a lui, invitante come un piacere proibito. L'assassino percepiva fin troppo chiaramente che tutta la faccenda aveva un che di soprannaturale; dopotutto, la sua razza era esperta in sortilegi e incantesimi. Una parte di lui stava urlando:"Scappa!", ma la mise a tacere. Non aveva intenzione di scappare davanti a nessuno.....mortale o Dio che fosse. Estrasse le sue due corte spade, anche se era sicuro che non gli sarebbero state di alcune utilità. Quindi superò i primi alberi, scivolando oltre i raggi solari bloccati dalle loro folte chiome, dentro la piacevole oscurità del bosco.

Passo dopo passo, non soltanto penetrava nella foresta, ma si allontanava dalla dimensione reale per entrare in un mondo onirico, dalle percezioni ovattate. Quasi non si accorse di essere giunto nella radura, di fronte al torreggiante monolito. La voce si sollevò nuovamente nella sua testa, con la violenza di un uragano.

Kaladai...Kaladai...

L'assassino guardò incuriosito la sua mano che si sollevava, animata di vita propria, protendendosi per raggiungere la superficie di pietra nera del monolito.

"NO!" Urlo alla voce nella sua mente, riprendendo il controllo del suo corpo "Chi sei? Che vuoi da me?" E per un attimo fu il silenzio. Poi la voce tornò, questa volta più calma, suadente.

Bravo, Kaladai...non molti si sono dimostrati in grado di resistermi, finora. Potrei spezzare la tua volontà e prenderti con la forza, ma mi saresti poco utile dopo. Invece, credo che possiamo giungere ad un accordo fruttuoso per entrambi. Sai chi sono, ormai lo hai capito. Consacrami la tua anima, e io ti darò gloria e potere, e una guerra perenne. So che la tua venerazione per Khaine è solo una facciata, è un dio troppo esigente per uno spirito indipendente come il tuo. Io ti offro la libertà di fare quello per cui sei nato, ossia uccidere, finchè lo farai in maniera conforme ai miei scopi. Cosa mi dici, elfo oscuro?

Kaladai sapeva di non avere molte alternative. Ma non gli importava...dopotutto, perchè avrebbe dovuto rifiutare? Tutto quello che aveva desiderato, gli veniva offerto su un vassoio d'argento. Chi diavolo aveva bisogno di un'anima? Lui no di certo. D'impulso, toccò il monolito.

Non ci fu alcuna esplosione di luce colorata, non provò nulla...dolore o piacere che fosse. Semplicemente, seppe che il contratto era stato stipulato. A tempo debito, avrebbe saputo cosa fare. Solo nel mezzo del nulla, all'inizio di un sentiero di oscurità e dolore, l'elfo che aveva donato la sua anima al Grande Manipolatore sorrise felice, per la prima volta da decenni.
 
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