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Silvermarty

Utente
NOME: Silver Skyscare
RAZZA: Elfo
CLASSE: Control Wizard
LIVELLO: 60

Provengo da Myth Drannor , sono Seelya Vara Sky e fin da bambina ho avuto una predilezione per le arti magiche al contrario dei miei genitori : Alathieus Sky guerriero, una uomo fermo,pelle bronzea, dagli occhi verdi e dai capelli castani e Farael abile spadaccina, anch’essa pelle bronzea, occhi castani e capelli castani.
La mia storia inzia a Myth Drannor, durante l’invasion i miei erano al fronte per dare la possibilità alle famiglie di intraprendere il viaggio verso Evermeet; così come molti altri venni affidata a un vecchio saggio. Durante il viaggio, il saggio chierico, Thanthil il suo nome tentava per quanto nelle sue conoscenze di ampliare le nostre, ma non poté fare molto quando proprio durante questo viaggio venimmo attaccati. Il vecchio tentò con tutte le sue forze di proteggerci ma loro erano in molti e noi eravamo molti ragazzi, con delle basi di addestramento che facevano ridere, molti di noi vennero rapiti,i più ribelli uccisi e i più grandi riuscirono a correre il più lontano possibile lasciando i più piccoli in balia del male, l’unica cosa che ricordo di quel trambusto è il vecchio che urlava: “Namaarie, Vanya sulie” – addio e che i venti ti siano favorevoli mentre si scagliava verso i demoni, era suo uso parlare solo in elfico, diceva sempre che è così che una razza sopravvive alle altre; avevo da poco iniziato a correre tentando di evitare i colpi dei demoni, quando sentii il dovere di tornare indietro e tentare almeno di recuperare più compagni possibili, sciocca decisione di una sciocca ragazza; fu così che guadagnai una cicatrice d’argento che mi porto rovinosamente alle spalle e che mi cambiò per sempre il nome in Silver Skyscare, si perché l’artiglio nero che me la provocò mi lasciò una scia di veleno argentato e non mi decapitò solo perché un ladro, che stava saccheggiando qua e là tra le rovine mi salvò la vita e mi portò sana e salva ad Evermeet. Ricordo il sorriso, ricordo il suo sorriso mentre mi salvava dal demone, fu più rapido della lama stessa, e luminoso, un attimo di luce in tutto quel maledetto buio. Del viaggio fino alla capitale ho dei ricordi frammentati,ricordo benissimo però il terrore di quando mi svegliai diversi giorni dopo, e la foga con la quale tastai il collo, accorgendomi della mancanza della mancanza della treccia, probabilmente tagliata via invece del collo, e la schiena alla ricerca della cicatrice, e quando la trovai mi ricordo la rabbia e la delusione, era lì sotto la scapola destra, erano lì.
Erano due le cicatrici, una piccola data dalla lama del uomo che mi aveva salvata e l’altra più lunga e profonda, dell’artiglio del demone; non mi chiesi nemmeno dov’ ero, ero viva e questo bastava, ma dei ragazzi che erano con me ed il vecchio non ce ne era traccia, scoprii solo alcuni giorni dopo che ne erano sopravvissuti pochi e tutti salvati dal ladruncolo Morlagor (mano-svelta) ,un elfo di bell’ aspetto un po’ burbero, dalla pelle colore del sole accentuata dagli occhi blu e dai capelli ramati e neri.
Una mattina mi accorsi oltre le tante cose che erano cambiate che oltre alla lunghezza dei capelli, anche il colore era sbagliato, chiesi a Morlagor se ne conoscesse il motivo e mi disse che per curare la ferita del demone, aggravatasi dopo l'evento, ero stata affidata ad un curatore di sua conoscenza che mi aveva dato una pozione particolare e come effetto collaterale mi aveva schiarito i capelli a tal punto da risultare quasi biondi, si notava molto la differenza dai capelli scuri del colore del legno che avevo prima, disse che era passeggero come effetto, però, non passò mai.
Una volta ripresi completamente dalle ferite, il ladro ci prese con se nella casa che aveva trovato come se fossimo stati suoi figli, ci disse che anche lui aveva una figlia, ma che l’aveva persa di vista insieme alla madre durante l’assalto, ci disse anche che probabilmente era morta la bambina, era solo un’infante. Ci insegnò molte cose, ma soprattutto ci insegnò a fare sempre centro, in tutto.
Passarono delle lune prima che facessero ritorno i miei genitori che poi ricompensarono Morlagor, che dopo aver passato del tempo con noi ragazzi, impiegò in modo fruttuoso, abbandonando la vita da ladro e passando ad una vita più in regola da buon guerriero, affiancando spesso mio padre durante le ribellioni. Nel tempo mi dedicai molto all’addestramento e alla conoscenza, presa sotto l’ala protettiva di Shialaevar e mandata da lei stessa a Taltempla. Ricevetti un giorno una lettere dalla mia famiglia per una buona nuova, la famiglia si era allargata. Mi allontanai senza permesso da Taltempla per raggiungere la mia famiglia, ma a metà strada venni intercettata d aun messaggero di Shialaevar con ordine immediato di rientrare per degli allenamenti extra, per essermi permessa tale oltranza.
Non dovetti attendere molto per rientrare a casa, ma quando arrivai invece di una bambina, mi ritrovai una ragazza, alta occhi celesti, pelle bronzea, capelli castani scuri ed una cicatrice particolare sulla mano; subito legammo e fummo come sorelle da sempre, aveva una carica esplosiva, quando rideva sembrava famigliare ed estranea insieme.
Nostra madre tornò tra le prime file dei guerrieri e perì, anni dopo, per mano delle bestie di Malar e anche nostro padre, a distanza di poco durante una delle ribellioni dei Drow; rimanemmo così solo noi tre, Morlagor, mia sorella ed io, ma ancora per poco, perchè da lì iniziai ad avere necessità differenti quindi aiutai mia sorella ad ambientarsi nella città,e la condussi dalla mia Protettrice, diceva sempre che le arti magiche avevano qualcosa di fascinoso, perché prendesse lei sotto la sua ala come aveva fatto con me in precedenza, ma quando la presentai, Shialaevar disse che in lei non scorreva sangue di mago, ne spirito di ghiaccio, disse anche però, che l’avrebbe aiutata a scoprire la sua vera indole mentre io era via. Si perché quello fu il mio ultimo saluto a Leuthispar.
Qualche giorno prima Morlagor l’aveva portata a Ruith per completare in qualche modo il suo addestramento in modo diverso dal solito, l’aveva portata al porto militare e gli aveva fatto vedere qualcosa di diverso, un mondo , una linea di terra al di là del mare e i guerrieri che si imbarcavano, o cavalieri che partivano alla volta del confine per reprimere i ribelli, le fece vedere diverse strade, per un diverso futuro. E fu lì, nella piazza del porto con le bacheche dell’avventura come le chiamava nei racconti il vecchio chierico, che Morlagor la lasciò mentre si imbarcava per chissà quale avventura, non glielo disse, se ne andò e basta, con un sorriso e di nuovo ebbe quella sensazione familiare eppure no; in un certo modo lei sapeva che non lo avrebbe più rivisto così lo salutò come si saluta qualcuno di importante: Indice e medio uniti che sfiorano la fronte le labbra ed il cuore << Morlagor che fu un tempo Eresthin di Myth Drannor “Amin estela ta nauva anlema “ - Spero che sarà un lungo viaggio – >>
Purtroppo mia sorella non accolse la decisione in quanto “nessuno stolto abbandona Leuthilspar” , aveva detto " Seelya non andare, rimani, rimani e vivremo al sicuro, non dovremmo combattere, non dovremo più perdere nessun altro" le dissi di Morlagor, ma mancai di coraggio nel dirle faccia a faccia tutto sulla motivazione e poi sulla decisione presa e così le lasciai una lettera. Non dimenticherò mai, temo, i suoi occhi celesti, blu dalle lacrime. La vidi piangere per la prima volta di nuovo dopo la caduta dei nostri genitori. Ed io non ero riuscita altro che a rispondergli con dolore misto a rabbia "nessuno mi chiama più con quel nome", gli avevo dato un bacio sulla fronte e le avevo lasciato la lettera fra le mani.
Fatta scorta di provviste, mappe, monete e pozioni partii alla volta dell’est ,alla ricerca di nuovi luoghi da visitare , in modo da espandere le mie vedute e di ampliare le mie conoscenze e forze; portando nel cuore il motto di famiglia “tutti i doni che ci sono stati dati sono per coloro che hanno bisogno di aiuto, è per coloro che combattiamo ed è per loro moriamo”. Presi la rotta più breve poiché non passava per le isole Moonshae e approdava direttamente a Waterdeep.
Arrivati a Waterdeep avanzai, dubbiosa tra marinai e cavalieri fino alla piazza e come ogni piazza vuole, al centro vi erano delle bacheche; una in particolare attirò la mia attenzione, in quel momento era stranamente vuota di persone, strapiena di manifesti, papiri, locandine di affari, tra tutti quei fogli ne scorse uno che sembrò chiamarla a gran voce, sembrava che tutte le parole non dette si fossero riversate in quel manifesto.
Sentii una forza nuova attraversarmi nel leggerlo e tutti i ricordi di quella notte tornarono vividi, pensai che era arrivata l’ora di prendersi una rivalsa sul destino. Così senza aspettare l’alba, mi accinsi a comprare con alcune monete un destriero nobile, ma per sopravvivere risparmiai il denaro per altro e mi accontentai di un cavallo non di razza, come mi aveva insegnato Eresthin, il cavallo è nobile solo se è nobile di cuore chi lo cavalca, il che detto da un uomo che in passato era stato un ladro diceva molto e non diceva niente … mi voltai un ultima volta a salutare il mare e mi avviai ,questa volta, alla volta del nord, per incontrare la compagnia del Pugno Fiammante!
 
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Malamak

Lurker
tu abbi fede che prima o poi torno e ti wikizzo come dico io!!!! Oltre che iniziare a fare un po' di sano ruolo...
 

Silvermarty

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1. Non è mai il viaggio che prevedi

Dopo un paio di giorni di marcia ,dovetti fermarmi a cercare un riparo sicuro, o almeno un riparo decente. Era venuta giù l’acqua come mai avevo visto prima, avrei potuto cavalcare oltre e arrivare almeno alle Swoard Mountains, ma l’acqua e la terra avevano creato una fanghiglia e i piedi affondavano rovinosamente impedendo un percorso sicuro, nemmeno il cavallo, per quanto possente riusciva a superare quel tratto. Decisi di fermarmi in una locanda che avevo intravisto qualche ora prima, rimaneva in disparte rispetto a quella strada, riparata dalle fronde degli alberi, l’avevo notata solo per il fracasso delle accozzaglie di armature che dovevano esserci all’interno. Anche tornare indietro fu un’impresa, ma arrivai in un posto caldo e asciutto. Fermai il cavallo poco distante dalla locanda e ne legai la briglia ad uno degli alberi. Presi la sacca del cibo e controllai, c’era ancora qualcosa di salvabile, ma l’avrei tenuto per il viaggio, e mi avviai alla taverna. Più mi avvicinavo più si sentiva il mormorio festante di uomini ubriachi e dei loro calici pieni. Non c'era nome sulla porta della locanda, ne fuori, ne intorno. Dalla finestra scorsi l’interno, distese di tavoli con guerrieri di ogni specie attorno e donne in abiti succinti che non perdevano tempo nell’ammaliarli, a riempire loro le brocche di birra, se non qualcos’altro.
Ero partita con addosso la casacca da allenamento che mi era stata data alla città di Taltempla, ottima per viaggiare di notte, semi-leggera e scura, ma con quella dannata pioggia, si era appesantita e ed era ormai più di intralcio che di aiuto. Avanzai ancora verso la locanda ed entrai, c’era un bardo in un angolo che ubriaco più degli ospiti, allietava la serata con stonati canti d’avventure, da fuori era sembrata molto più stretta la taverna, dentro si stendeva un corridoio con tavoli a destra e a manca e alla fine di esso il bancone dove stava un uomo a rimpinzare brocche per i lor signori già mezzi ubriachi. Mi guardò di sottecchi, guardò di sottecchi anche la sacca di monete che portavo nascosta nella cintura, poi, mi fece cenno di sedermi al bancone, mi lanciò con fare veloce una birra e disse << se è una birra per sollevarti gli animi che cerchi, eccola. Se è una stanza che cerchi con quelle poche monete rosse ci farai ben poco ragazzo>>, aveva avuto buon occhio nel vedere quella sacchetta, ma ne avevo un'altra, in un posto ben più sicuro, con calma, tra un sorso di birra e un altro, inizia a slacciare via la falda di cuoio protettiva di allenamento, così poi da poter calare il manto e il relativo copricapo, che copriva metà del viso, e riuscire a prendere da sotto la casacca delle monete d’oro dall’altro sacchetto di monete, incastrato sul cuore. Ne presi giusto un paio, e gliele appoggiai sul bancone e disse << vedo , ragazzo, che sei ben più di quel sembri…vediamo quanto tempo hai bisogno per ristorare l’anima?>> con calma risposi <<una notte>>.
<<una notte sola dici…guardò di nuovo quelle due monete d’oro>> le prese si voltò verso una donna che era appena arrivata alle sue spalle e le disse in modo burbero <<Rabahasa veloce nelle cucine>> la donna accennò un movimento con la testa , si girò e tornò dalla stanza dalla quale era arrivata. Poco dopo era arrivata un piatto fumante di qualcosa che, anche non capendo bene cosa fosse, divorai, e ovviamente il boccale, rimase sempre pieno. Mentre stavo mangiando, quello che poi riconobbi come selvaggina, un uomo, un elfo dalle movenze, appoggiò la sua birra di fianco alla mia chiese <<quanti?>>
<<un paio di giorni nemmeno>> risposi
<<potevi anche aspettare di più, stare con lei>>
<<cos’è vuoi sostituire quel mezzo bardo ubriaco?>> presi su altra birra
<<elfo da strapazzo, non infastidire l’ospite, lei paga!>> l’uomo, che aveva visto l’elfo avvicinarsi repentinamente si era frapposto tra la mia birra e la sua poi rivolto a me disse <<Rabahasa ti mostrerà il tuo letto, porta su con te la birra, è uno spreco lasciarla qui>> e fece cenno di seguire la donna. Rabahasa era una donna semplice, dai capelli rossi e gli occhi scuri come il carbone, la sua carnagione bianca rosea, non era molto alta, ma aveva comunque un bel portamento, strano per una donna da locanda, la segui su per delle scale, che si trovavano dietro il bancone, e mi condusse in una camera, più isolata rispetto alle altre. La stanza comprendeva un letto, uno specchio e un tavolino con su due secchi e una brocca d’acqua per lavarsi. Si assentò giusto un attimo per ricomparire con degli abiti che mi passò. Li guardai, era una gonna...una gonna ampia, la guardai e le chiesi se avesse qualcos’altro da indossare, non rammentavo di averla mai indossata una gonna ampia, e lei con un sorriso flebile, quasi avesse saputo in precedenza quella richiesta, mi porse una casacca e dei pantaloni sgrezzi ed usci dalla stanza, poco prima di andarsene mi disse <<da quanto tempo sei su questa terra?>>, voleva sapere la mia età <<126 anni>> le risposi <<ragazza vattene alle prime luci dell’alba, e sta attenta a non lasciarti cose addietro>> e se ne andò. Mi lavai e sistemai la casacca bagnata ad asciugare, guardai la brocca vuota, e agoniai dell’altra birra, affilai "tear of heaven" (lacrima del paradiso) il pugnale regalatomi da Morlagor durante la permanenza sotto la sua protezione;la stanchezza iniziò a farsi sentire, l'aria si era fatta calda e mi coricai com’è che stavo. Sembrò come cadere da un dirupo e non trovare mai il suolo ad attendermi, continuavo a cadere e poi, di colpo, il sogno iniziò, il ricordo iniziò. Una me bambina che corre nella città da Myth Drannor insieme ad altri ragazzi, elfi e umani, si perchè convivevamo in pace con l'altra razza. Conobbi una ragazza da bambina, spesso attraversava il confine solo per allenarci, in realtà era più un gioco. Abitavamo nella parte ovest della città, là dove poco più avanti un fiume e le sue cascate creano paesaggi da sogno. Vivevamo con tranquillità, spesso passavo intere giornate tra la balia Irune e il maestro Somorel, venivamo istruiti e venivamo indirizzati verso il nostro destino, all’età di 10 anni, quel maledetto esodo verso Evermeeth, dovetti dire addio, oltre che alla città anche alla mia amica, non potè venire con noi, mia madre , che la trattava come una figlia ormai, la affidò ad una famiglia di Ashabenford. Da Myth Drannor, con carovane e cavalli andammo proprio ad Ashabenford, dove salutai Sage e senza molti convenevoli ci avviamo per calvacare sulla strada Moonsea fino a Tilverton, ma per uscire da Myth Drannor, ci mettemo quasi 4 giorni, anche in quel caso venni separata dai miei genitori. Da Tilverton ad Arabel, dove incontrai Morlagor, nel Cormyr, fino a Iriarebor, dove finalmente mi ricongiunsi con Akarial, la sorella di mia padre, alta, castana e occhi verdi, la fotocopia di mio padre, viaggiò con noi fino a Baldur’s Gate tramite il fiume Chionthar , anche lei aveva il sangue di ghiaccio, ci accompagnò fino al porto, ma non si imbarcò con noi, disse <<Aa’ menle nauva calen ar’ ta hwesta e’ ale’quenle>> - Possano le tue strade essere Verdi e possa il vento accompagnarti. Mi raccontarono che per la traversata venni incantata in un sonno ma non da chi,non dissi mai a Morlagor di ricordami di Aka, avevo la vista annebbiata, ero sicura di aver visto qualcosa sulla sua casacca uno stemma, ma il sonno prendeva possesso di me <<Seelya non dimenticarti di …>> mi sussurrò e di nuovo, come capitava ormai ogni terzo Valanya (sabato) del mese, mi svegliai, l’alba era giunta. Piegai la casacca d’allenamento e la misi nel sacco che aveva lasciato Rabahasa, e misi il tutto nel sacco del cibo. Mi rivesti della casacca e dei pantaloni sgrezzi, e cercai di fissare le sacche di monete in posti sicuri. Scesi le scale silenziosamente e mi incamminai verso l’uscita, notai l’uomo che si era avvicinato la sera prima steso su un tavolo insieme a due donne, un umana e una mezzorca, tentai di vedere il volto, volevo essere sicura di chi fosse, ma dei rumori dalla cucina, mi diedero la spinta a lasciarlo lì ed andarmene. “Vanya Sulie” (vento favorevole) mi aspettava all’albero, lì dove lo avevo lasciato, lo sellai e ripartii verso For (nord). Rabahasa mi aveva consigliato di passare per la scogliera, che sarebbe stato veloce come percorso per qualsiasi destinazione, ma la scogliera poteva risultare pericolosa per un mago solitario, optai quindi per la strada che passava nell’interno, prossima meta, Triboar.
 
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Silvermarty

Utente
Il suo viaggio non la condusse mai fino alla destinazione prefissata. qualche giorno di viaggio dopo la locanda, arrivata a Triboar, all'ingresso della città, incontrò una persona, che mai si sarebbe sognata di incontrare. Morlagor era lì, col suo sorriso beffardo che giocherellava con "Hell's Tear" sorella gemella di "tear of heaven"; fu un segno rincontrarlo lì dopo il sogno alla locanda, si unì a Lui nel viaggio a neverwinter, e in quel viaggio i miei piani cambiarono, io raccantai a lui di ricordarmi di Aka, e lui mi disse che era ancora viva, e che si trovava a Luskan e che mi avrebbe portato da lei, perchè "la famiglia era importante" e lui lo sapeva bene, avendo perso durante la battaglia, moglie e figlia. Ripartimmo alla volta di Neverwinter, ma solo per attraversarla ed andare a Luskan.
 
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