Del Fato d'un Éothéod

Dopo molti giorni di infidi e nascosti sentieri verso Nord-Est, ora il Wold, nella sua grazia, accoglieva così Wotangar: irte montagne circondavano una valle gravida di insediamenti, campi coltivati, fattorie e magnifiche praterie con fresche brezze ad attraversarle, come se il respiro della natura soffiasse delicato per portare sollievo a chi ivi si trovasse.
Sleipnhild, dal candido manto, ora trovava nuove forze e più forte galoppava con possenti muscoli muovendo i pesanti zoccoli sul morbido suolo del Mark, nitrendo felice, fiero, nel suo ritorno alla natia Patria, mentre il padrone, in un liberatorio gesto, allargava le braccia abbandonandosi alla tanto agognata meta.

L'idillio però, forse in quanto tale, raramente è destinato a durare a lungo.
In lontananza fecero capolino una decina di Cavalieri armati che, quando l'ebbero notato, mossero in tutta fretta verso Wotangar in assetto da battaglia.
Senza opporre resistenza alcuna, il Rohir si lasciò circondare attendendo paziente le domande che il comandante aveva per certo da porgli; ora Rohirrim, equipaggiati di tutto punto, puntavano lance contro di lui senza proferir parola, pronti però a punire ogni suo movimento inconsulto, finché un Uomo, più anziano e severo degli altri, parlò con decisa voce.
"Verso dove cavalchi, di questi tempi, figlio di Rohan?"
Wotangar sorrise, sicuro di sé.
"Cavalco verso il luogo dove l'esercito del Riddermark è radunato e confido che tu, mio signore, possa indicarmi la via"
Il vecchio Uomo in un primo momento fissò sbigottito gli occhi del suo interlocutore e poco dopo declinò lo sguardo scuotendo il capo.
"Abbassate le lance"
Ordinò freddamente ai suoi Cavalieri.
"Ragazzo, è chiaro che da troppo tempo manchi da casa. Di alcune cose devi essere messo al corrente, ma ti avverto, nulla di ciò che dirò sarà piacevole. Cavalchiamo insieme, dunque"

I due, capeggiando la colonna di Cavalieri, presero il sentiero meridionale quand'ecco che, dopo molti minuti di silenzio, il Comandante parlò nuovamente:
“Il mio nome è Nahrmund. Da decenni comando le pattuglie che rendono sicure queste lande, sotto la giurisdizione della città di Harwick, e mai avrei potuto presagire una situazione così tragica per il nostro popolo”
“Quale motivo ti spinge a parlare così?” Lo interruppe il giovane Rohir “Vedo un ridente paesaggio e ricche scorte per l'inverno da poco iniziato, né morte né fame appestano queste terre, ed inoltre se tutte le pattuglie dispongono della vostra celerità nell'intercettare gli ospiti, non v'è preoccupazione alcuna che possa affliggervi”
Nahrmund sospirò malinconico.
“Ciò che tu vedi ora non è altro che un miraggio, una minuscola isola tenuta salva da innumerevoli sacrifici, forse troppi per ciò che in realtà essa vale. Il cibo tra non molto scarseggerà, poiché distrutto dagli invasori, ed i primi venti invernali che da pochi giorni soffiano, presto diverranno bufere. Orchi di Mordor affollano le nostre lande con numeri sempre maggiori ed Esterling, siano loro dannati ed i loro spiriti condannati ad eterna agonia, ci assediano da Oriente”
A quelle parole, pronunciate con rabbia, Wotangar rimase attonito: non avevano mentito gli stregoni incontrati pochi giorni prima e le sue paure, finora solo presagite, prendevano orribili forme di realtà.
“No...no! La guerra è iniziata ai Guadi dell'Isen, da lì l'invasione è partita...come è potuta giungere sino a qui? Come può l'esercito di Re Theoden non aver fermato il Nemico? Se davvero siete sotto attacco, perché non schierate le guarnigioni del Wold in battaglia?!”
Il giovane Rohir ora si era fatto incalzante, mentre, solida come l'acciaio, la realtà lo stritolava.
“Nessun esercito è mai stato radunato, nessun esercito è mai partito, nessun esercito si è mai opposto alla morte che dilaga nella nostra bellissima terra”
Sibilò Nahrmund, carico di rancore.
“I miei due figli hanno dato la vita per difendere i Guadi dell'Isen, e per cosa? Per vedere Orchi che scuoiano vivi contadini indifesi, per sentire il puzzo della carne morta aleggiare nell'aria ogni mattina, per farci sentire indegni e vili in quanto non siamo riusciti a rispettare il lascito degli Avi? Possa il maledetto Vermilinguo soffrire per l'eternità, poiché la sua viscida menzogna ha umiliato i Rohirrim tutti”
Per lungo tempo il vecchio Uomo raccontò a Wotangar di come Grima Vermilinguo fosse riuscito, tramite la magia di Saruman il traditore, a soggiogare la mente di Re Theoden rendendolo pressoché assente da tutte le gravi questioni che richiedevano il suo intervento, ed il giovane Rohir ad ogni parola sentiva doloroso veleno pervadergli il cuore, vedendo sempre più vano il sacrificio del padre presso i Guadi e rendendosi conto di come la situazione fosse precipitata ben oltre l'immaginabile.
“Nessuno da Edoras è più giunto per sincerarsi delle nostre condizioni, né una singola armata è stata approntata per fermare l'invasore. Meduseld è ormai servo di Ortanch” Continuava Nahrmund, ormai rotto da rabbiosa commozione “Ogni città cerca di sopravvivere e difendersi come può organizzandosi in base alle proprie risorse, senza più poter contare sul comando centrale che un tempo coordinava in armonia ogni regione del Riddermark”
Wotangar, per la prima volta da quando era partito, si sentì senza più certezze.
Avvertì chiaramente inutili tutti i suoi sforzi e perse, per pochi attimi, l’obiettivo che lo aveva sin lì guidato; visibilmente scosso, fissò Nahrmund come per trovare un appiglio alla quale aggrapparsi per sfuggire dal nero baratro e, con voce insicura, quasi flebile, gli disse:
“Tali notizie squarciano il mio petto come pugnali, bruciando le mie convinzioni come avido fuoco. Quale dunque è ora il mio compito? Quale guerra devo combattere?”
L’anziano, proseguendo nella stanca cavalcata, lo guardò e sorrise, rivolgendogli parole serene con fare paterno.
“Da dove provieni, ragazzo? Quale regione del Regno ti ha donato i natali?”
Confuso ed ancora frastornato, il Rohir riuscì solo ad articolare poche parole.
“Aldburg...provengo da Aldburg...ai piedi delle Bianche Montagne”
“La città fortezza di Aldburg! Tanto magnifica quanto nobile!” Esclamò il vecchio, con una felice scintilla negli occhi “Devi andarne fiero, ragazzo. Quella città è stata la più antica luce del Riddermark: fu Eorl a posare la prima delle sue innumerevoli pietre ed ora è Eomer figlio di Eomund a governarla”
Nahrmund poggiò quindi la pesante mano sulla spalla di Wotangar ed i suoi occhi, del buio blu dei mari profondi, si fecero severi ed autoritari.
“Ebbene, non credi che la guerra giungerà anche ad Aldburg? Quand’essa sarà fuori le mura, chi potrà difendere la Patria terra se non i suoi figli? Tu hai ricevuto un compito il giorno in cui traesti il tuo primo respiro, come ognuno di noi d’altronde: proteggere il luogo che ti ha donato la vita, anche a costo di perdere quest’ultima, poiché la morte di un Rohir in battaglia può permetterne la nascita di altri cento nei tempi a venire”
Wotangar fermò lo sguardo, finora balenante ed insicuro, accennando un calmo sorriso.
“Cavalca verso Aldburg, figliolo. Eorl Primo Re sarebbe in collera con me se trattenessi ulteriormente uno dei guardiani della sua città”
“In ben altro ruolo ti sei calato, mio signore” Replicò il giovane Rohir, ora saldo e deciso “Hai ravvivato una Fiamma talmente debole da potersi spegnere anche per un lieve soffio di vento, rendendola nuovamente possente e luminosa. Ti sono debitore, e non solo a parole: quando il bisogno sarà incalzante giungerò in tuo soccorso, abbine la certezza"
"Basta così! Avremo tempo per le smancerie quando quegli stramaledetti Esterling saranno a marcire sotto terra, divorati dai vermi!" Sbottò Nahrmund "Va', per la furia di Felarof, cavalca verso Aldburg e porgi i miei omaggi alle Bianche Montagne!"

"Aspetta, Cavaliere!"
Una voce si levò dalla colonna di soldati ed un Uomo dai rossi capelli si affiancò velocemente a Wotangar.
"La buona sorte ha voluto che udissi la tua destinazione. Il mio nome è Eofrej di Harwick ed alcune settimane fa ho inviato mia moglie Rogwine con i nostri tre figli proprio ad Aldburg, presso la casa dei suoi Avi, poiché fosse maggiormente protetta dalle spesse mura della città fortezza"
Wotangar sorrise annuendo e gli chiese:
"Ebbene, cosa desideri che le dica quando la incontrerò?"
"Ti prego, fratello, di raccontarle come tu mi abbia visto vivo ed in salute, così da placare per un poco le sue ansie"
"Porterò a termine quanto mi chiedi, senza dubbio alcuno"
Rispose Wotangar, accennando nuovamente un sorriso.
"Avrai missioni sicuramente più impellenti e di più grande entità, ma per la fratellanza del sangue che ci unisce, ti prego ancora, veglia su di loro: sono tutto ciò che ho"
Bisbigliò commosso Eofrej all'orecchio del Rohir, scostandosi poi con un rapido movimento.
"Farò ciò che è nelle mie possibilità per tenerli al sicuro" Replicò Wotangar "Sei un buon marito ed un buon padre, Eofrej di Harwick, e per questo hai la mia ammirazione"

"Che il Fato vi assista e che il vostro acciaio stronchi il Nemico in battaglia! Per Rohan e per l'onore degli Éothéod!"
Al grido del giovane Rohir, Sleipnhild s'impennò, prima di scattare furente e distaccare la colonna di Cavalieri con possente corsa.
Con solo il maestoso suono di Thauron il corno ad echeggiare nella valle come tuono, Wotangar continuava la sua marcia verso casa...
 
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Massiccia e severa, un'antica costruzione si delineò agli occhi di Wotangar il quale, riconoscendola, subito si lanciò al galoppo per raggiungerla il prima possibile: maestoso, ivi si ergeva il Sacrario di Eorl, costruito molti secoli prima sul luogo dove il Primo Re di Rohan era valorosamente caduto in battaglia, innalzandosi un'ultima volta a difesa degli Éothéod suoi figli contro gli Esterling invasori.
Tanto semplice quanto nobile, il memoriale era costituito da otto blocchi di pietra alti quanto un Uomo e disposti circolarmente fino a culminare, come unico punto di fuga, in un imponente bassorilievo raffigurante Eorl in sella a Felarof rampante, con la spada sguainata e rivolta al cielo; su ogni blocco di pietra erano invece immagini e rune degli Éothéod, meglio illuminate dal grande braciere posto al centro del cerchio, a raccontare gli eventi che avevano segnato più profondamente la vita del Primo Re di Rohan, dalla Grande Cavalcata, dove fu il pugno degli Uomini del Nord a portare morte e terrore sul Nemico, all’eroica caduta, il cui solo accenno stringeva il cuore e colmava di lacrime gli occhi di ogni Figlio del Riddermark.
Wotangar, raggiunto il memoriale, smontò da Sleipnhild lasciandolo brucare la verde erba che rigogliosa circondava la costruzione e, toltosi il pesante elmo, si pose davanti all’ingresso sbarrato dalle lance incrociate dei due guardiani che, come da tradizione, proteggevano quel luogo.
“Con il vostro permesso, è possibile porgere omaggio al Primo Re?”

Chiese il Rohir con voce sommessa.
Le guardie dalla verde divisa, udita la richiesta, scossero le candide criniere degli elmi con un cenno e ritirarono le armi, lasciando così libero il passaggio.
Wotangar incrociò brevemente lo sguardo dei cerulei occhi Rohirrim in fronte a lui e lentamente entrò nel cerchio di pietra, colmo di reverenza e mal celata emozione, mentre le lance nuovamente si incrociavano alle sue spalle.
Il Rohir rimase fermo per alcuni attimi come bloccato da una sensazione, come se quel luogo lo avesse paralizzato tanto erano l’orgoglio ed coraggio che trasudavano dalle sue rocce, sentimenti selvaggi, sentimenti antichi, genuini ed indomabili, forti ed invincibili, sentimenti di un popolo pronto a scegliere di buon cuore la lama anziché la catena.
Wotangar camminò sino alla grandiosa immagine di Eorl scavata nella roccia e lì, dopo aver sguainato la spada ed averla conficcata nel terreno affinché fosse tutt’uno con il sacrario stesso, vi si inginocchiò di fronte e chiudendo gli occhi si raccolse in preghiera.
A lungo viaggiò il suo pensiero durante quei minuti, molte corde da tempo silenti vennero nuovamente scosse e dolori che parevano spenti tornarono ad ardere, ma questa volta come cicatrici e non più come ferite ancora sanguinanti.
Pregò per Wotanhelm, suo padre, affinché fosse il desco dei valorosi quello alla quale sedeva e fossero i suoi Padri la compagnia con la quale incrociava il boccale durante l’eterno abbraccio del riposo dei giusti, sperando che fosse soddisfatto della condotta di suo figlio e che ne approvasse le gesta con l’orgoglio, quel sentimento mai espresso a parole che rappresentava, malgrado tutto, l’obiettivo più arduo da raggiungere.
Wotangore, suo cugino, fu immancabilmente presente nelle sue preoccupazioni, unitamente alla spontanea certezza che in qualche modo se la sarebbe cavata poiché il suo istinto, predominante nella sua persona ben più della ragione, lo avrebbe guidato verso le giuste strade e forse, un giorno ancora lontano, lo avrebbe anche riportato a casa; Wotangar rivolse poi il pensiero ai Custodi della Fiamma di Anor, fratelli di spada accomunati da un unico ardente fuoco nei cuori, rimasti uno degli ultimi luminosi bastioni ad opporsi alla malvagia ed insaziabile tenebra che dilagava nella Terra di Mezzo: il loro coraggio sarebbe stato lo scudo dei Popoli Liberi e mai avrebbe vacillato, neppure di fronte a Sauron stesso.

Infine non tardò ad arrivare lei, Rodelleth.
Mesi erano trascorsi ma quel dolore era stato sempre presente, quasi a fare da sottofondo ad ogni azione di Wotangar, quasi a ricordargli quanto poco in realtà fosse necessario per perforare la spessa armatura che doveva vestire e quanto ogni sua certezza fosse fragile sotto il peso del dubbio di aver compiuto la scelta sbagliata.
Sapeva come una parte di sé fosse rimasta là, nel Bosco Atro, e sapeva che mai quella parte avrebbe fatto ritorno.
Sui sentieri che collegano Ost Galadh a Taur Morvith, Gathburz a Dol Guldur, nei boschi di Emyn Lum, nei luoghi dove Wotangar aveva conosciuto gli anni più felici della sua vita, ora vagava quel frammento di sé, in compagnia dell’unica persona con la quale sarebbe valsa la pena di spendere un’intera esistenza.
La storia di una figlia del Popolo degli Elfi che aveva rubato l’anima ad un Éothéod ed i racconti dei loro sacrifici l’uno in nome dell’altro: pareva tutto più simile ad una dolce fiaba per bambini che a qualcosa di realmente accaduto.
Ma i crudeli eventi non risparmiarono quella fiaba, domandandone il prezzo più alto.
Wotangar era un Uomo di Rohan, i suoi doveri avrebbero richiesto anche la sua vita se necessario e dunque non si erano fatti scrupoli a strapparlo dal suo sogno ad occhi aperti.
In fondo, nell’abisso del suo essere, non lo aveva ancora accettato.

Il Rohir aprì gli occhi e lentamente lesse la scritta in runico incisa sul fondo del bassorilievo:
“Her . Eorl . mearces . fyrmest . cyning . afeol”
“In questo luogo Eorl, Primo Re del Mark, è caduto”
Wotangar alzò lo sguardo fino a trovare il volto del Re e fissandolo come fosse suo interlocutore, parlò nella lingua dei suoi Avi:
“Eorl, Helm, sta ons bij”
“Eorl, Helm, aiutateci”

Un corno d’allarme risuonò e Wotangar, bruscamente risvegliato dalla contemplazione, imbracciò prontamente spada e scudo tornando in tutta fretta all’ingresso del memoriale.
Una squadra di Esterling a cavallo si era lanciata all’attacco del Sacrario di Eorl ed i due guardiani, dopo aver dato il segnale, si erano disposti in formazione difensiva, chiudendo con i rotondi scudi l’accesso.
“Qui giungono per deturpare ed offendere i nostri luoghi sacri! Non importa cosa ci manderanno, ma tra queste pietre mai nessuno di quegli sporchi esseri metterà piede!”
Ringhiò uno di loro mentre l’altro, rivolgendosi a Wotangar, urlò:
“Avanti Cavaliere, unisciti a noi! Il tuo signore Eorl è caduto difendendo il Mark, chi ora difenderà lui, se non noi?”
Un impeto d’orgoglio afferrò il Rohir: in fondo è ciò che va difeso a motivare il difensore e quell’odio, quella rabbia che si scatenava dentro di lui nei confronti degli Esterling lo guidavano, istintivamente, nel cuore della battaglia.
Una lancia venne prontamente scagliata da uno dei guardiani e, con la forza di un fulmine, andò a conficcarsi nel ventre del primo degli assalitori, facendolo cadere da cavallo e stramazzare al suolo; Wotangar afferrò a sua volta una lancia e, montato su Sleipnhild, calò il pesante elmo dalle purpuree criniere sul capo, per poi suonare una minacciosa nota di corno.
Il bianco cavallo scattò furibondo verso il Nemico mentre si rendeva esasperato il tintinnare delle placche di metallo che lo ricoprivano tanta era la foga con la quale bramava l’impatto, ed il suo Cavaliere, apprestandosi a combattere, lo esortava ad accelerare ancora il galoppo.
Gli Esterling, dagli ampi vestiti di accesi colori e dalle maschere di dorata cotta di maglia come era in uso presso i popoli Orientali, spronando anch’essi i cavalli nella crudele lingua da loro conosciuta, puntarono direttamente l’ingresso del sacrario nella speranza di scansare i difensori.
Wotangar notò un movimento elusivo della squadra e decise di non assecondarlo onde evitare di cedere loro il passo, così proseguì per la medesima direzione mentre gli Esterling, terminata la manovra e tornati come previsto sui loro passi, ebbero a trovarsi sul suo tracciato, subendo frontalmente la sua furente carica.
All’ultimo momento il Rohir sollevò la lancia, andando a colpire in pieno volto uno dei suoi avversari e questa, tanto violento era stato l’impatto, esplose in centinaia di frammenti scagliando il malcapitato al suolo con copiosi fiotti di sangue a fuoriuscire dalla maschera di cotta di maglia, tra le convulsioni, poco prima del sopraggiungere della morte.
Il selvaggio urlo di Wotangar ora dominava il campo di battaglia e nulla potevano i fendenti degli Esterling, annullati dalla pesante corazza e dall’ampio scudo, poiché ormai era come se stesse combattendo di fronte ad Eorl stesso e l’orgoglio, di cui i Rohirrim sono fin troppo impregnati, lo tratteneva saldamente nella sua morsa permettendogli di mostrare con arroganza la sua superiorità.
“Folli e stolti, se credete che l’Occidente possa crollare sotto i vostri deboli colpi!” Li scherniva il Rohir, aumentando in loro la rabbia e facendoli perdere il controllo.
Come un lampo Nehalennia scintillò da dietro lo scudo ed avidamente andò ad immergersi nella gola di un avversario, poi nel fianco di un altro, scatenando urla di tumulto e dolore fra gli Esterling che, frustrati, si accanirono con ancor più violenza contro Wotangar.

Un corno da guerra vibrò nell’aria, uno scalpitio crescente, grida sempre più vicine, un istante di silenzio innaturale.
Veloce come il tuono, brutale come un artiglio selvaggio, l’onda d’acciaio investì barbaramente gli Orientali: una grande pattuglia del Wold era scesa in battaglia caricando il fianco sinistro della squadra di Esterling con tale furia che i frammenti delle loro maschere e corazze zampillarono come tizzoni da un ardente fuoco.
“Abbiamo udito l’allarme del Sacrario di Eorl! Smaniavamo di poterci unire alla sua difesa!”
Gioì il Vessillifero della pattuglia.
“Rohirrim! Asce da guerra!”
Ordinò il comandante.
Tutti i Cavalieri, deponendo le lance, impugnarono la letale arma dotata di un manico di media lunghezza e, con colpi che avrebbero abbattuto anche alti abeti, scannarono l’ormai terrorizzato e disperato Nemico.
Nulla più che cadaveri dilaniati e sfigurati rimase degli assaltatori.

“Vi ringraziamo, fratelli. Il vostro intervento è stato un aiuto tanto insperato quanto gradito” Disse Wotangar chinando il capo rivolto alla numerosa pattuglia “Avete notizie degli insediamenti a Sud, in direzione delle Bianche Montagne?”
“Nere nubi stanno per giungere in quei luoghi, Cavaliere” Sospirò uno dei Rohirrim “Pare che grandi polveri si alzino in quella direzione. Se è lì che devi andare, posso solo pregare che la tua cavalcata sia più rapida della loro”
“Prego per questo anche io” Rispose Wotangar corrugando la fronte “Lunghi giorni di sentieri mi attendono. Che Eorl vi benedica e protegga, Figli del Riddermark!” Li salutò, mentre Sleipnhild si apprestava a proseguire la via per Aldburg.

Un ultimo orgoglioso sguardo al Memoriale, la spada alta rivolta al cielo, un ultimo bisbiglio nel vento: “Eorl, Helm, sta ons bij”
La lunga cavalcata poteva ora riprendere...
 
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Pungente gelo ed aria rarefatta, colossali mura e profumo d'eternità: Aldburg la magnifica, dopo anni, incontrava nuovamente lo sguardo di Wotangar.
Casa, finalmente casa.
La città fortezza si stagliava con severa durezza a ridosso delle Bianche Montagne, i cui picchi innevati parevano far parte della fitta rete di torri difensive attornianti la cinta muraria costituita dall'antica pietra dei monti, mentre i suoi cancelli, benedetti da Eorl stesso, guardavano la stretta e rocciosa discesa che tramite la strada maestra conduceva alla lontana valle.
Lacrime solcarono inarrestabili il volto del Rohir mentre Sleipnhild galoppava di gran carriera sull'aspra salita in direzione dei portoni spalancati e, pur con il freddo vento a dolere sulla gote bagnate dal pianto, Wotangar sorrise felice, in quanto ora la città del Primo Re lo accoglieva ancora una volta, come molto tempo addietro; superato l'ingresso, una maestosa piazza d'armi dominava la vista con la severa statua equestre di Eorl in nera roccia al centro di essa, le ampie scuderie sulla destra e l'area militare, dove solevano svolgersi gli addestramenti dei soldati, sulla sinistra.
Wotangar, senza fermarsi, prese la via centrale in direzione della Grande Sala mentre i suoi pensieri erano rivolti ad Eomer, Signore di Aldburg, ed a ciò che avrebbe dovuto comunicargli una volta giunto al suo cospetto.
Pericoli incombevano ed antichi Nemici erano prossimi a scendere in battaglia.

La rossa divisa attirò immancabilmente l'attenzione dei Rohirrim che, ai bordi delle vie, osservavano il Cavaliere in sella al bianco Sleipnhild galoppare veloce e, rivolgendosi alla persona più vicina, essi prendevano a bisbigliare con aria stupita, come se prima di quel momento avessero considerato Wotangar caduto da molto tempo in qualche sperduto luogo della Terra di Mezzo; il Rohir avvertì ogni singolo sguardo ed in tutta risposta mostrò un arrogante sorriso alzando fieramente la fronte, affinché le criniere dell'elmo fossero meglio scosse dal vento così come si usa nelle parate.
Finalmente il Cavaliere giunse innanzi alla Grande Sala di Aldburg, luogo dal quale il Signore governava la città sin dai tempi della sua costruzione: l'imponente edificio in pietra era, in facciata, regalmente adornato da sculture in legno raffiguranti i busti dei più famosi e leggendari cavalli della regione mentre, con bassorilievi di eccellente fattura, i muri recavano gli storici simboli del Riddermark fino a culminare nei grandi portoni finemente incisi, dove era narrata la fondazione della fortezza per mano di Eorl il Giovane.
Wotangar, smontato dal destriero, si fece avanti con decisione incontro alle guardie che, pronte a privarlo delle armi, ebbero immediatamente a fermarsi una volta riconosciutolo, poiché il buon nome di suo padre avrebbe garantito oltre ogni parola.
Con un cenno, il Cavaliere entrò nella Grande Sala spalancando i portoni e lasciando al vento il purpureo mantello; un silenzio opprimente regnava nel vuoto edificio e soli, dall’altro lato degli enormi bracieri centrali, sedevano due Uomini che a bassa voce discutevano con freddi toni.
Wotangar camminò per tutta la lunghezza del salone sotto le arcate sormontate dai numerosi gonfaloni dei vari feudi fino a giungere al tavolo del Signore di Aldburg, al quale però non Eomer era seduto.
Uno dei due Uomini si voltò udendone i passi ed immediatamente si alzò, in tutta la sua poderosa stazza, lasciando una spessa treccia di bianchi capelli scivolare sulla corazza di piastre.
Wotangar lo riconobbe senza esitare, lo avrebbe riconosciuto anche fra migliaia di Uomini: Raav Aldwulf, il Vecchio Lupo, compagno d’armi di Wotanhelm suo padre sin dai tempi della loro giovinezza, nonché comandante degli Alfieri di Aldburg, ovvero l’unione militare di tutti i villaggi sotto la giurisdizione della grande città.
Costui aveva la fama di essere il più feroce e violento guerriero dell’intera regione, ma non per questo assumeva comportamenti arroganti, anzi, conservava un atteggiamento distaccato e freddo da Uomo di montagna quale era, di poche parole e di notevole umiltà; sin dalla più tenera età Wotangar aveva ricordi legati a quella persona in quanto spesso era solita far visita a Wotanhelm presso la loro casa intrattenendosi per intere giornate, ed inoltre erano svariate le leggende sul suo conto che circolavano in città, tra le quali la diceria che bevesse il sangue dei suoi nemici dopo averli trucidati oppure che conservasse i loro bianchi crani su d'un altare nei boschi montani in onore degli antichi Dei, ma, anche durante l’infanzia, Wotangar non aveva mai creduto a nulla di tutto ciò, in fondo per lui era uno degli eroici guerrieri che difendevano il Mark dal malvagio Nemico durante le storie raccontante al lume di una candela, nelle fredde sere d’inverno.
Solo una cosa sul volto di quell’Uomo, così grande e forte, non aveva mai visto: il sorriso.

Raav Aldwulf si fece avanti e pose una mano, pesante quanto un macigno, sulla spalla di Wotangar.
“Non i Guadi verranno dimenticati, non il sangue del tuo sangue lì versato”
Il Rohir guardò il Vecchio Lupo negli occhi, d’un verde ben più chiaro dei suoi, e notò una profonda tristezza provenire da essi, un inconsolabile dolore sfociare nelle sue parole ed una temibile rabbia nella stretta del suo pugno mentre le pronunciava.
Wotangar si tolse il pesante elmo, ma prima che potesse aprir bocca, una figura fece capolino alle spalle di Raav: biondi capelli non lunghi e fluenti ma dal corto taglio, grigi occhi indagatori ed il dorato stemma del Capitano della Guardia di Aldburg sugli spallacci, costui era Frama Dreuderad, coetaneo di Wotangar nonché suo eterno rivale in armi.
“Cacciato dall’esercito e poi morto in combattimento chissà dove! Bene, solo la prima parte della leggenda pare corrispondere al vero. Bentornato a casa, allora. Peccato solo avere qui un cittadino e non un Cavaliere”
Disse il Capitano, indirizzando un maligno sorriso al Rohir.
Colpito dallo scherno, Wotangar fremette ed in un istante gli fu alla gola.
“Non per leghe ho viaggiato, non avversari che neppure immagini ho schiacciato perché tu potessi farti beffe di me una volta ritornato tra le mie mura. Bada a controllare quella tua biforcuta lingua prima che te la strappi una volta per tutte” Sibilò poi ferocemente.
Frama, colto alla sprovvista, reagì, ma immediatamente un pesante tonfo attirò l’attenzione di entrambi i contendenti, di fatto separandoli: la possente ascia di Raav giaceva conficcata nel tavolo dalla quale si erano alzati.
“Basta, stolti impertinenti!”
Ruggì il Vecchio Lupo, strappando l’arma dal legno ed uscendo furibondo dalla Grande Sala.

Dopo un istante di attonito stupore, i due giovani ripresero a parlare, ma con toni dalla rinnovata calma.
“Prima che tu lo chieda, Eomer è partito con la sua scorta settimane fa alla volta di Meduseld per ricevere udienza da Re Theoden e, da allora, non abbiamo più avuto sue notizie” Prese a dire Frama con diversa voce “Anche tua madre è ritornata dai suoi parenti ad Edoras”
Wotangar annuì, chinando il capo.
“Dopo la caduta di tuo padre nulla più la tratteneva qui fra le montagne, se non tristi memorie d’un passato che più non tornerà, dunque nessuno si è permesso di fermarla il giorno della sua partenza”
“Ed è stato giusto così” Proruppe serenamente il Rohir “Ha lasciato qualcosa alla mia attenzione?”
“Direi proprio di sì” Rispose Frama indicando un gonfio panno rosso poco distante da loro “Ora indossi le vesti dei Guardiani del Fosso di Helm, ma non la loro armatura. Non si poteva farla trasportare da un messaggero né correre il rischio di muoverla in terre dove regna il brigantaggio, per cui tua madre l’ha lasciata qui in attesa del tuo ritorno. Come ben sai apparteneva a tuo padre, dunque non ho permesso a nessuno di toccarla, né tanto meno io l’ho fatto”
Wotangar, con le parole bloccate dall’emozione, aprì il panno e vi trovò la fiera corazza.
Sollevò delicatamente la parte superiore ed a lungo la osservò: le piastre, verdi come gli stendardi del Mark, esibivano il Bianco Cavallo sul petto, per poi passare sugli spallacci in acciaio modellato i quali raffiguravano anch’essi il busto dell’orgoglioso animale, fino a giungere all’elmo le cui forme risalivano a tempi antichissimi, ed alla troneggiante miniatura equina su di esso, frutto della migliore arte fabbrile degli Éothéod, sfociante poi in una generosa candida criniera.
In silenzio Frama aiutò Wotangar nell'equipaggiarla ed, una volta terminato, lo scosse con due vigorose pacche per verificare che i lacci fossero ben fissati.
“Mi sembra di rivedere Wotanhelm. Lo ricordo riportare ordine durante i nostri litigi d’infanzia...chi mai avrebbe avuto il coraggio di opporsi ad un suo severo ordine?”
Chiese sorridendo il Capitano della Guardia.
“Di sicuro non noi. Ricordo abbastanza bene la disciplina imposta dalla sua mano!”
Rispose Wotangar, con una stanca risata.

“Grazie, Frama. Sono in debito con te”
“Non ancora per molto” Disse il Capitano, fattosi cupo in volto “Una grande tempesta sarà qui in pochi giorni ed ho bisogno di tutti i soldati a mia disposizione. A tal proposito, considerati completamente reintegrato e con effetto immediato, Cavaliere”
Wotangar emise una smorfia d’orgoglio che subito tentò di mascherare con un audace sguardo.
“Persino ad Harwick è risaputo che qualcosa sta giungendo qui. Chi sono? Quanti sono?”
Fram, notata la scintilla dell’interlocutore, non poté che ricambiare con la medesima occhiata di sfida.
“Diverse migliaia, prevalentemente Esterling, affiancati da un contingente modesto di Uruk-hai e da un altro più nutrito di Dunlending, quasi certamente supportati da mezzi d’assedio”
“Quanti Uomini contano le nostre fila?”

Si fece incalzante Wotangar.
“Novecento Cavalieri e duecento Huscarli delle Bianche Montagne”
Quest’ultimi erano i leggendari guerrieri della regione utilizzati solamente per la difesa della stessa, poiché il loro equipaggiamento ed il loro addestramento li rendevano inadatti a combattere in climi anche di poco più caldi; selezionati per grandezza e forza fisica, addestrati a fatiche inimmaginabili tra i ghiacci e le nevi delle Bianche Montagne, i temibili Huscarli combattevano utilizzando pesanti asce, vestiti da una sola cotta di maglia per non rendere impacciati i movimenti e da un poderoso elmo d'acciaio affinché il nemico ne fosse terrorizzato ancor prima di vedere quale devastazione essi erano in grado di portare sul campo di battaglia.
“Gli Alfieri di Aldburg sono divisi ed in disaccordo sul da farsi” Proseguì Frama “Prima del tuo arrivo, Raav Aldwulf stava proprio ragguagliandomi sulle difficoltà incontrate sinora nel riunirli ma, per lo meno, confido nella sua fedeltà ed esperienza. Pensa, si è ulteriormente inasprito dalla scomparsa di tuo padre: è stato settimane senza dire una parola, ed ora che ha ripreso a parlare, è, se possibile, ancora più freddo e duro di quanto già non fosse. Credo che Wotanhelm fosse il suo unico amico e che lui stesso si maledica ogni giorno per non essere stato al suo fianco durante la battaglia dei Guadi dell’Isen”
“Non è l’unico, amico mio, non è l’unico”
Sussurrò Wotangar, distogliendo lo sguardo.
“Ebbene, sin troppo abbiamo parlato. Seguimi ora, sono anni che non cammini per le vie di Aldburg ed immagino tu ne abbia desiderio, inoltre, un po’ d’aria fresca non può far altro che schiarire le idee!”
Esclamò Frama, sorridendo e facendo strada verso i portoni della Grande Sala.

I due Rohirrim uscirono dunque dal maestoso edificio e, come un saluto del cielo, la neve iniziò a cadere leggera su Aldburg...
 
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"Da un infido, fetido mare giungerà una grande nave per compiere il destino di questa Terra" Proseguiva il racconto, accompagnato dal crepitio del braciere antistante la Grande Sala "Tutte le lande si scuoteranno e persino le Bianche Montagne non potranno ergersi oltre"
Un bambino spalancò gli occhi ed esclamò spaventato:

"Ma così ci cadranno addosso!"
"Quando tutto ciò avverrà, tu non sarai qui. Ben altri compiti attendono tutti noi per quel giorno"
"E dove saremo? Andremo al Fosso di Helm?"

Chiese sempre il bambino, incerto.
Wotangar sorrise serenamente ed alzò il volto al buio cielo, il quale da pochi minuti aveva smesso di gettare candida neve sulla città.
"Non ci saranno difese adatte, né tanto meno verranno cercate. Il Fosso può proteggerci da tutto ma, in quel nero giorno, ogni cosa sarà rasa al suolo...dalle opere degli Uomini a quelle degli Dei" Lo sguardo tornò verso il giovanissimo Rohir, ormai con il fiato sospeso "Tu cavalcherai verso l'ultima battaglia di questo Mondo, ma bada bene, poiché non sarai da solo ad affrontare ciò che la nave porta verso di noi"
Una nuova voce di bambino si levò dal gruppo che, seduto e sbigottito, ascoltava le parole di Wotangar.
"Cosa potrà mai portare quella nave? E poi, chi cavalcherà con noi?"
"Il Nemico calerà da quella nave e toccherà a noi incontrarlo. Un terrificante esercito di furenti morti si scaglierà in guerra per portare il caos sopra ogni cosa che oggi conoscete...i morti torneranno in armi per svolgere il compito che il Fato, eterno livellatore, ha loro assegnato"
Orrore e timorosi sospiri seguirono quell'oscura sentenza.
"Ma non disperate, figli di Aldburg! Quando l'ultimo corno ci chiamerà, al vostro fianco cavalcheranno tutte le generazioni che gli Éothéod hanno dato alla luce: i vostri fratelli, padri ed Avi saranno con voi nel giorno più buio e proprio con essi voi potrete sguainare la spada. Non paura albergherà in voi quando vedrete Fram, Eorl, Helm, Folca, Folcred e Fastred guidare la nostra armata verso la guerra, solo nobiltà ed orgoglio affolleranno i vostri cuori e solo fiero sprezzo della disfatta brillerà nei vostri occhi, persino quando sarà il cielo stesso a crollare sulla Terra in un ultimo, rabbioso grido"
I giovani, seppur sgomenti dai tempi descritti da Wotangar, trassero coraggio dalle rassicurazioni di quest'ultimo e, con spavalderia, iniziò in loro a germogliare il desiderio, sanguigno e recondito retaggio, di essere presenti a quell'ultima battaglia, di poter guerreggiare con quegli eroi dall'impareggiabile valore e di poter diventare loro stessi eroi, fino a soprassedere alla condizione di Uomini onde ergersi come Dei, forgiati dal sangue della carneficina ultima.

"Cavaliere!"
La voce di una ragazzina, di appena undici o forse dodici anni, si fece strada nel subbuglio del comune parlottare fanciullesco.
"Potrò io quel giorno combattere con voi tutti, anche se sono una ragazza?"
Il Rohir annuì alla giovane, dai rossi e scompigliati capelli.
"Non ragazza ma dama guerriera sarai quel giorno. Ben più fiero compito di quanto il nostro potrà mai essere ti attende e vedo nei tuoi occhi la risolutezza con la quale lo poterai a termine. Tu, con le altre guerriere, cavalcherai precedendo la nostra intera armata, sarai più veloce del possente Eorl in sella a Felarof, così rapida che la tua cavalcata ferirà il terreno con squarci di fuoco e prima, fra gli Éothéod, giungerai sul campo di battaglia per annunciare, in tripudio di corni, il nostro arrivo in armi. Infine, quando l'ultima carica verrà suonata, entro i nostri ranghi ti lancerai verso il Fato al pari dei tuoi fratelli"
Impettita e sorridente, la giovane fanciulla guardò i ragazzi seduti a fianco a lei e con orgoglio sollevò il mento, soddisfatta.

Voci dalle case iniziarono a chiamare per nome tutti i bambini che attorno al grande braciere si erano riuniti, ormai la sera bussava alle porte così come la neve, intenzionata a far nuovamente la sua comparsa, per cui, una buona zuppa ed un letto caldo avrebbero trattenuto i giovani sino al giorno successivo.
Wotangar si levò in piedi e soffiò tra i tizzoni del braciere risvegliandone le fiamme, per poi volgere un insidioso sguardo verso Oriente.
"Non il coraggio ha origine né dunque può essere annientato. Esso può rimanere sopito, certo, ma il suo risveglio si rivelerà implacabile ed incontrollabile...æsctír"

La notte calava sulle Bianche Montagne, avvolgendo Aldburg con il suo gelido abbraccio...
 
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"Madre
benedici il mio nome, in quest'Era di rovina e devastazione
Dei
rendetemi incorruttibile, giusto, fedele e più resistente della pietra
Avi
garantite a me la forza di oppormi all'Ombra che lentamente si avvicina
Padre
guida il mio colpo, rendilo preciso e letale, quando si abbatterà sul Nemico"

Wotangar scandiva con attenzione le sue parole inginocchiato di fronte alla statua di Eorl in nera pietra, mentre solo un fuoco lambiva di luce la silente piazza d'armi.

Passi rapidi, di più Uomini, ruppero la quiete con parole di rabbia:

"Avanti, verme! Forse il freddo ti rende incapace di camminare?!"
Due Rohirrim accompagnavano quello che pareva essere un prigioniero e proprio costui, dopo essere stato ricoperto di improperi, venne gettato a terra impossibilitato a far altro che non fosse tremare per il clima impietoso.
Wotangar subito si levò ed in un baleno fu sul posto, chiedendo alle sentinelle dove avessero trovato quell'individuo.
Dall'ombra, Frama fece la sua comparsa precedendo tutti nel rispondere.
"E' una maledetta avanguardia dell'Est. Lo hanno scovato nei rovi, imprigionato dagli stessi, probabilmente a causa di una caduta maldestra" Il Capitano, scuro in volto, sospirò in un silenzioso istante "Viste le sue condizioni, per diverse ore è stato bloccato nella boscaglia e ciò si traduce con ben pochi dubbi a riguardo: saranno qui a minuti. Nessuna delle nostre vedette è tornata questa notte. Gli occhi che avevamo là fuori, sono stati chiusi"
Un umano brivido scosse la schiena del giovane Rohir ed un'ancor più umana consapevolezza prese posto nei suoi pensieri.
"Ordini hanno fatto il giro della città: i Cavalieri stanno ultimando le preparazioni ed a breve suonerà l'allarme cittadino"
Terminate le parole di Frama infatti, due corni emisero alternatamente diverse note avvertendo l'intera città del pericolo ormai prossimo.

"Non abbiamo possibilità di sostenere un assedio e tu lo sai meglio di chiunque altro. Con il cibo che abbiamo potremmo reggere alcune settimane, certo, ma daremmo loro il tempo di portare le macchine da guerra da Oriente ed, a quel punto, in pochi giorni Aldburg sarebbe rasa al suolo"
Concluse Wotangar, lasciando intendere un'unica soluzione.
Frama distolse lo sguardo, colto alla sprovvista, ed i suoi occhi iniziarono a roteare come se stessero frugando nella mente in cerca di qualcosa; il Rohir allora, notato lo sconforto del Capitano, ancora disse:
“Affrontiamoli davanti alle mura! Siamo in posizione di vantaggio, dall’alto verso il basso, per di più non corriamo il rischio di venir accerchiati ed infine la strada per i Cancelli è stretta e scoscesa, il loro schieramento non potrebbe più contare sui numeri, fornendoci così una minima, ma concreta possibilità di vittoria”
Le parole di Wotangar avevano mosso qualcosa in Frama tanto che i suoi occhi smisero di ruotare e, con un sibilante sorriso, egli rispose:
“Si...si, si! Wotangar, guiderai il grosso degli Uomini nel centro del loro schieramento mentre io porterò il reggimento degli Huscarli sul crinale orientale passando per la Strada dei Monti e, da lì, attenderemo un tuo segnale per far strage del loro fianco”
“Tu sei il Capitano della Guardia di Aldburg, non io. Spetta a te, solo, l’onore di condurre i Cavalieri in battaglia. Posso portare senza problemi gli Huscarli ad Est, se ti rende più sicuro avere un Uomo fidato a comandarli” Replicò il Rohir spiazzato, ma Frama, visibilmente irritato, continuò: “No, non puoi. A lungo sei stato lontano e molto in questi anni le strade sono cambiate a causa delle frane. Non possiamo rischiare un ritardo nell’intervento della nostra arma più micidiale soltanto perché tu non conosci i passi della Strada dei Monti”
L’irruenza nel parlare del Capitano stava tramutandosi in ostilità, come se il primo rifiuto di Wotangar avesse destabilizzato il piano d’azione.
“Io comando questa città e tu, in quanto Cavaliere, farai ciò che ordino. Accertati che anziani, donne e bambini vengano sistemati al sicuro nella Grande Sala, nel mentre io partirò immediatamente per radunare gli Huscarli delle Bianche Montagne e guidarli al luogo pattuito”
Il Rohir a quelle parole si fermò dal ribattere ulteriormente e greve, con un cenno del capo, accettò l’incarico assegnatogli.
“Ci rivedremo sul campo di battaglia, Wotangar”
Concluse frettolosamente il Capitano, allontanandosi di gran carriera con una coppia di guardie al seguito.

Durante i minuti trascorsi a dibattere, senza che i due vi avessero fatto alcun caso, una grande folla, avvolta da un surreale silenzio, si era radunata presso la piazza d’armi; per la maggior parte donne, le quali stringevano a sé la propria ignara progenie, ma anche anziani, a malapena in grado di ergersi in piedi, ora si dividevano in due colonne creando fra loro un sentiero che dalla statua di Eorl giungeva sino ai Cancelli di Aldburg.
Wotangar assistette attonito al tragitto di quel fiume di persone ed un profondo magone gli afferrò la gola.

“Come siamo giunti a questo? Dove abbiamo sbagliato?”

Sussurrò lentamente.
Aveva dimenticato quanto la sua gente potesse essere fredda, gelida come i monti che li circondavano: nessuna di quelle persone osava parlare, mentre lì rimanevano con alta fronte sotto la neve sempre più intensa, fissando un grigio cielo schiarito da una pallida alba.
Il fato è un peso tremendo, ma è causa di disperazione solo in coloro che non riescono ad accettarlo.

Wotangar si mosse verso le stalle riflettendo su ciò che avrebbe dovuto dire e su come avrebbe dovuto pronunciare le parole, probabilmente, più importanti della sua vita; le stalle, deserte, non avevano alcun cavallo all’interno eccezion fatta per Sleipnhild, il quale con una certa tranquillità era intento a divorare la biada da poco portatagli.
“Andiamo, amico mio”
Sospirò il Rohir montando in sella, totalmente assorto nei suoi pensieri.
I due stancamente uscirono dalla costruzione e davanti a loro, schierati, con gli equipaggiamenti talmente ben lustrati da sembrare appena forgiati, trovarono tutti i figli di Aldburg abili al combattimento ad attenderli.
Quattrocento cavalieri e cinquecento fanti.
Dopo l’immediato stupore, un sorriso si delineò sul volto del Rohir: ora, finalmente, aveva tutta la potenza sognata per una vita sotto il suo controllo ed il Nemico prossimo ad affrontarlo; il terribile teatro dei suoi desideri aveva preso forma e con esso la sua personale gloria, in quella vita o nell’altra.
A Wotangar non rimase altro che recitare la sua parte nell’opera più letale che il destino avesse mai orchestrato.

“Chi fra di voi possiede le braccia più forti?”
Chiese il Rohir.
Dalla seconda fila di Cavalieri un Uomo si fece avanti, biondi i suoi capelli e cerulei gli occhi.
“Torstrid, non me ne stupisco affatto! Ancora in fasce riuscisti a spezzare un dito a tuo padre!”
Proruppe ridendo Wotangar.
In fondo erano tutti volti noti, amici d’infanzia, di gioventù o più semplicemente conoscenti di una vita, essi rappresentavano allo stesso tempo sia la ragione per cercare la vittoria che gli strumenti attraverso i quali raggiungerla.
“Un’armata è legata al suo vessillo: se esso tentenna, l’armata tentennerà a sua volta, ma se esso si erge saldamente sopra la mischia, i guerrieri fedeli lo seguiranno finché avranno sufficienti ossa integre a permetterglielo”
Un Cavaliere giunse presso Wotangar consegnandogli un verde fardello e quest’ultimo lo srotolò, mostrando ai presenti un vessillo recante il Bianco Cavallo al centro di esso, antico ma perfettamente integro, con alcune macchie sbiadite dal tempo.
“Questo è lo stendardo di Eorl! Era presente al tempo della sua ascesa, sui Campi del Celebrant, ed a quello della sua gloriosa caduta, sulle Pianure del Wold. Queste chiazze non sono altro che il sangue dei figli di Rohan versato in quelle battaglie e lì sono state lasciate, per mai dimenticare. E’ stato portato al Fosso da Helm stesso, durante il Lungo Inverno, cosicché i Dunlending non potessero impadronirsene, ma in seguito ha fatto ritorno ed oggi, forse per l’ultima volta, accompagnerà gli Éothéod in guerra”
Stretti furono i cuori dei Rohirrim alle parole di Wotangar e timore di non essere degni di combattere sotto tale cimelio prese posto in loro.
“Torstrid, tu sarai il Vessillifero di questi Cavalieri: la tua forza saprà tener saldamente la gloria di Rohan alta sopra di noi, e con essa il nostro coraggio, quando la battaglia sarà più cruenta”
Il biondo Cavaliere prese lo stendardo appartenuto ad Eorl e, con paura di arrecarvi danno in qualche modo, lo legò delicatamente all’asta dorata, issandolo di fronte all’armata riunita.
Nel vedere quel retaggio sventolare perso nella forza del vento, sotto la neve incessante, i timori svanirono lavati via come sozzura e silenti giuramenti vennero fatti; tanto fu l’orgoglio che, nel profondo del loro spirito, ognuno dei novecento Uomini promise di difendere quel simbolo sino all’ultimo respiro, per non permettere al Nemico di sfiorarlo, e di seguire il Bianco Cavallo dei loro Avi ovunque esso li avrebbe condotti, anche sulla cima stessa della maledetta Barad-dur se fosse stato necessario.
Il coraggio non ha origine e non ha fine.
Il coraggio va solo risvegliato.

“Vijanden!”

“Nemici!”
Dalle mura le grida si susseguirono rapide.
“I reparti avanzati portano vessilli Orientali!”
“Esterling al centro dello schieramento!”
“Esterling alla falange da Est!”
“Dunlending alla falange da Ovest!”
“Nucleo nero! Uruk-hai!”
Corni ulularono lontani, tamburi scossero le Bianche Montagne, migliaia di passi fecero vibrare le porte di Aldburg: l’antico Nemico aveva fatto ritorno.

Wotangar strinse i denti ed in silenzio avanzò verso i Cancelli con l’armata dietro di lui a seguire il suo tracciato, i cavalieri in testa ed i fanti in coda.
I soldati in colonna, giunti al centro della piazza, imboccarono il sentiero creato dagli abitanti di Aldburg attraversandolo a testa alta e guardando con fierezza le persone vicino alle quali passavano, per rassicurarle in un qualche modo, per non far capire loro quanto il destino gravasse sulle loro spalle e quanto il baratro fosse vicino; ma la Razza degli Uomini è cieca solo quando sceglie di non vedere ed, in quel frangente, le donne, gli anziani e persino i bambini videro perfettamente cosa si nascondeva dietro quei volti spavaldi e falsamente incuranti del pericolo, videro la consapevolezza del patibolo sulla quale quei Cavalieri stavano per immolarsi in nome di un orgoglio talmente antico da averne dimenticato le origini ma così forte da scorrere nelle vene al pari del sangue, sentirono la primordiale paura che striscia come serpe nell’animo ed avvertirono come quegli Uomini la stessero già ferocemente combattendo, ancor prima dell’inizio della battaglia, dentro di loro.
Non esistevano discorsi o parole adatte per ciò che stava avvenendo e così, per istinto, tutte quelle persone fecero la cosa più semplice da fare: si strinsero ancora di più attorno alla colonna di Cavalieri ed allungarono le braccia appoggiando le mani sulle spalle dei loro fratelli, padri, figli, dando una carezza, una pacca, un paio di colpi sullo scudo fissato alla schiena, ognuno volendo comunicare qualcosa di diverso, ognuno affidando parte di sé a quei coraggiosi affinché sul campo di battaglia quando morte, disperazione e sofferenza avrebbero regnato intorno a loro, magari si sarebbero sentiti meno soli, magari avrebbero rivisto il sorriso di una persona cara e, forse, avrebbero saputo per quanto di buono stavano spendendo la cosa più preziosa in loro possesso.

“Non è alba senza tramonto, non giorno senza notte
non luce senza buio, che la Terra intera inghiotte
stremato il braccio del pastore, fredda la mano dello stalliere
nell’ora tetra il polso saldo, resterà l’uno del Cavaliere

Non è coraggio senza paura, non valore senza libertà
finché di respiro sarà padrone, l’Éothéod fiero cavalcherà
non catene lo costringeranno, non il suo capo verrà mai chinato
con forza ed orgoglio avanza in battaglia, sapendo per quello lui essere nato

L’incubo ultimo dovrà affrontare, contrastar del Nemico il terrore
non v’è sonno senza risveglio, non sacrificio senza amore
onore e dignità, fatto carne il simulacro
feroce si ergerà, solo, dal massacro”

Con queste parole, recitate in tragico canto, le donne accompagnarono il tragitto dei Rohirrim verso i Cancelli della città; ogni suono, ogni sillaba scandita in quelle strofe divenne puro furore, ira, ardente desiderio nel cuore dei Cavalieri mentre varcavano la grande porta trovandosi lontano di fronte il Nemico a valle, ancora in marcia per raggiungerli.
Il tempo era giunto, guerra era stata invocata e guerra aveva risposto, con il più crudele dei ruggiti.

“Cinquemila, forse cinquemila e cinquecento unità, mio signore”
Una vedetta si era fatta strada tra gli Uomini ed aveva raggiunto Wotangar per sussurrargli all’orecchio tali parole.
Il Rohir strinse nuovamente i denti con labbra che si fecero così sottili da scomparire e fissò il cielo, grigio, allargando la corazza attorno al collo perché il freddo lo abbracciasse.
La neve ed il gelo erano con loro: non soli, dopotutto, potevano dirsi i Rohirrim.

Wotangar posò gli occhi sulle distanti fila nemiche in avvicinamento e, raccogliendo la sfida lanciatagli dal Fato, con vanagloria le osservò impaziente.
“Eorl, Helm, sta ons bij”
“Eorl, Helm, aiutateci”
Il vento non mentì neppure quella volta...
 
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Mai più vi furono minuti così gravosi nel cuore di Wotangar.
Eoni gli parvero trascorrere mentre i reparti avanzati dell'esercito nemico muovevano di gran carriera nella loro direzione.
Cupi stendardi accompagnati da neri fumi, sempre più vicini, ponevano la seconda pietra della Grande Guerra di quel tempo e nessuno, in quella landa, avrebbe scampato il severo destino che andava prospettandosi.

Sleipnhild, irrequieto, portò il Rohir lungo tutta la linea dello schieramento perché quest'ultimo potesse diramare i comandi finali: avrebbe egli stesso condotto tutta la cavalleria durante il primo assalto, per poi dividerla ed inviarla ad aggredire le falangi laterali del blocco nemico, mentre la fanteria, più lenta e pesante, si sarebbe schiantata nel duro centro dello schieramento, salvo un piccolo contingente, più leggero, il quale avrebbe preso la via dei boschi per portare scompiglio nel fianco dei Dunlending.

Wotangar trasse un interminabile respiro e rivolse lo sguardo a tutti i novecento Rohirrim che lì si ergevano come ultimo baluardo contro il buio diretto su Aldburg.
"Fratelli di Rohan! Figli del vecchio retaggio! Quest'oggi l'odioso Nemico muove contro di noi chiamandoci in battaglia, probabilmente per l'ultima volta" Solo un infido vento sibilò tra le fila, prima che il Rohir potesse continuare "Ebbene, noi rispondiamo! Noi non ci ritiriamo! Noi avanziamo!"
Un fremito scosse i soldati: la gioia della battaglia pareva iniziare a germogliare anzitempo.
"Quale significato può avere, mi chiedo, rimanere dietro le mura di Aldburg quando il Nemico non brama di conquistarla ma solo di ridurla in macerie? Non morirò di stenti, rintanato come un vile ratto. Questo campo è la mia tomba, questa corazza la mia pietra" Proseguiva Wotangar, ormai certo delle sue parole "E le urla di dolore del Nemico saranno il mio epitaffio!"
A quell'ultimo pensiero, un unico, terribile grido si levò dalle schiere.

I Cavalieri erano pronti.
"Torstrid, portatore del Vessillo di Eorl, sii la mia ombra, sii l'ombra di un morto"
Sussurrò Wotangar all'orecchio del biondo Cavaliere al suo fianco.
"Per la Terra dei Padri, per l'antico sangue che tumultuoso scuote i nostri corpi, perché la memoria degli Avi sopravviva nell'onore della guerra, Éothéod Krijgsvolk, scendiamo in battaglia!"
Ancora i Cavalieri ruggirono indomiti, spinti dal desiderio più insaziabile, chiamati dal funesto canto dell'acciaio.

Ecco che, terminati i preparativi, le prime sezioni nemiche giunsero infine sul luogo designato, lì fermandosi, seguite da quelle che le precedevano fino a creare una vasta colonna ferma nel mezzo della ripida, ampia strada che giungeva ai Cancelli di Aldburg.
Come comunicato dalle vedette, la falange ad Occidente contava principalmente Dunlending mentre il centro e la falange ad Oriente erano composti da Esterling, disposti in file ordinate e ben organizzate.
Schierati da un lato i Rohirrim, equipaggiati con cotte di maglia ed armature, tondi scudi, spade ed asce, dall'altro Dunlending recanti pitture rituali e tatuaggi di guerra, Esterling abbigliati con esotici tessuti e maschere ad anelli di metallo, armati di scimitarre ed altre lame dalle forme mai vedute prima: quella che stava per svolgersi non era una semplice battaglia tra Uomini, ma bensì uno scontro fra nazioni.

D'un tratto le schiere degli Orientali si aprirono ed una macabra costruzione fece la sua apparizione, portando orrore ed ira nell'armata di Rohan.
Parto grottesco del Nemico, quattro lance incrociate fra loro ergevano, trapassandola, una colonna di cadaveri alta svariati metri, lungo la quale trovavano tristemente posto donne e bambini, vecchi e giovani, uniti in un umiliante tripudio.
Wotangar fissò attonito lo scherno per alcuni attimi e, senza distogliere lo sguardo da esso, parlò a Torstrid:

"Gandalf non è qui a ricordarci cosa pietà e misericordia siano, per cui oggi né l'una e né l'altra faranno la loro comparsa. Fa' portare il prigioniero qui. Il Drago di Fuoco andrà in scena"
Il Vessillifero annuì e ad un suo cenno il prigioniero, catturato nei rovi la notte prima, venne scaraventato in silenzio di fronte a Wotangar.
Le usanze di un popolo che per Ere ha dovuto sopravvivere da solo, circondato da nemici, lungo una Terra inospitale in perpetua guerra, possono spesso essere dure, severe e terribilmente crudeli ma, d'altro canto, ognuno è figlio della propria esistenza, forgiato e temprato da essa.
Tramandato anticamente e raramente messo in atto, il Drago di Fuoco era la pena per i crimini più gravi, una fine cruenta ed ignominiosa dove veniva rappresentato, come avvenuto secondo leggenda, il colpo di grazia inflitto da Fram al drago Scatha, altrimenti detto il Verme, con il condannato a subire la medesima sorte della malvagia bestia.
Wotangar scese da cavallo con una piccola giara in mano ed irruentemente afferrò per il capelli l'Esterling volgendolo alle schiere nemiche.
Nessuno aveva mai visto tale crudeltà messa in atto ma solo se ne era udito durante i racconti e, dunque, in pochi sapevano realmente cosa aspettarsi.
Il prigioniero fu obbligato ad ingurgitare in contenuto oleoso della giara, ed in seguito un panno intriso di grasso gli venne posto in bocca senza che, malgrado la situazione, quest'ultimo ponesse particolari resistenze.
"Tu sei il primo, ma non temere, i tuoi fratelli laggiù ti raggiungeranno presto" Bisbigliò Wotangar all'orecchio dell'Orientale, lasciando il seme della paura crescere rigoglioso in lui, solo per poi alzare la voce così che tutti potessero ascoltare "Macchiandovi del crimine più vergognoso, tu e la tua gente avete invaso la Terra dei Figli di Eorl portando in essa rovina, distruzione e morte. Ora viene il momento di scontare tale insulto e di pagare il fio di gesti così efferati. I Rohirrim ti condannano a subire il Drago di Fuoco, così che tu possa spirare nel modo più consono alle azioni da te commesse"
Neppure Wotangar sapeva come si sarebbe svolto, ma ora, bramava di scoprirlo.
"Scatha il Verme!"
Il Rohir avvicinò una torcia accesa al panno che fuoriusciva dalla bocca del condannato ed una terribile fiammata si diramò da esso, così come fosse l'ardente respiro dei draghi dell'antichità, un grido soffocato e disumano venne udito dai più quando l'olio ingerito poco prima prese fuoco, incendiando letteralmente il torace dell'Esterling e facendolo rassomigliare ad un turbine di fiamme che, prossimo alla fine, si dimenava in preda al deliquio.
I Rohirrim, all'unisono, iniziarono a schiantare le armi contro gli scudi ritmicamente, creando un sottofondo di percussioni che accompagnava l'umana torcia nei suoi movimenti sempre più frenetici.
Come fosse un rito, la danza mortale si svolgeva fra i due schieramenti senza che alcuno aprisse bocca, con i soli colpi, come di tamburi, ad accelerare nel momento conclusivo della tremenda rappresentazione: Wotangar si avvicinò al moribondo ormai in ginocchio, estrasse Nehalennia, la sollevò, i ritmici colpi cessarono, la lama calò inarrestabile.
Fumante, il corpo rotolò nella neve verso le schiere dalle quali proveniva.

Wotangar rimontò in sella, calò il pesante elmo sulla fronte e per tre volte si batté il petto ricoperto di piastre gridando come mai prima, mentre Sleipnhild, impennatosi dalla ferrea presa delle briglie, permise all'insanguinata Nehalennia di levarsi verso il Nemico in segno di sfida.
Immediatamente due acuti corni chiamarono l'assalto e dalle schiere degli Orientali fuoriuscirono cavalieri con diverse insegne che, incuranti della posizione sfavorevole, presero a caricare lungo la salita.
"Cavalieri Variag!"

Proruppe una voce.
"Con quanta arroganza si permettono di inviare quella cavalleria di sudici, deboli cani dell'Est!" Esplose Wotangar, colpito nell'orgoglio "Eorlingas! Il freddo li ha resi folli se pensano di poterci contrastare a cavallo! Avanti ora, mostriamo loro un vero assalto frontale!"
Thauron il corno vibrò in un suono talmente trionfale che tutta Rohan, per un attimo, parve lì riunita per combattere, ed i quattrocento Cavalieri Rohirrim scattarono prendendo velocità inaudite sul pendio che li separava dagli avversari.
I pesanti cavalli degli Éothéod, Sleipnhild in testa, facevano buona presa sulla neve procedendo in ranghi serrati come un'unica valanga d'acciaio, mentre quelli Variag, a causa della loro leggerezza fisica e di quella dei cavalieri sopra di essi, perdevano disastrosamente contatto con il terreno scivoloso man mano che la salita si faceva più ripida.
"Le ali sono con te, Wotangar!"

Gridò Torstrid il Vessillifero, dopo aver controllato l'effettivo posizionamento delle eored laterali.
Ormai prossimo allo scontro, il Rohir chiuse gli occhi per un istante e vide il volto di Rodelleth, un'ultima volta.
Dopo quel momento non lo rivide mai più.
Wotangar riaprì gli occhi, l'impatto era giunto.

Gli Orientali capirono troppo tardi l'errore di valutazione commesso e, in preda al terrore più puro, persero lo scontro ancor prima di iniziarlo: tanta fu l'agonia di quello schianto da essere scioccante.
I Rohirrim, compatti ed ordinati, diedero una cruenta dimostrazione di superiorità fisica seppellendo letteralmente gli insicuri cavalieri Variag sotto gli zoccoli dell'assalto, travolgendoli con una ferocia tale da lanciare alcuni cavalli giù dalla discesa a ridosso alle linee di fanteria che procedevano a rilento per raggiungerli.
Wotangar soffiò due volte nel corno e le ali dello schieramento si unirono in un vorticoso anello che rinchiuse di fatto la disperata cavalleria nemica, salvo poi lanciare un nuovo attacco da tutte le direzioni e sterminare gli avversari sino all'ultimo Uomo.
I quattrocento Cavalieri a quel punto, senza attendere oltre, ripresero posizione separandosi in due grandi ali e lasciando un vasto spazio centrale che venne in breve tempo colmato dalla fanteria, al fine di muovere un attacco coordinato su tutta la linea.
"Torstrid, guida la cavalleria sulle loro falangi laterali! Che il Bianco Cavallo si erga alto sopra la mischia!"
Ordinò Wotangar, smontando da cavallo per condurre la fanteria nel cuore della battaglia.

Il tuono d'acciaio dei Cavalieri di Rohan non aveva affatto intimorito le schiere di fanti nemici che, ora con veemenza, risalivano per cercare lo scontro mentre il Rohir, ben al corrente di ciò, era impegnato a fare del suo meglio per portare i cinquecento Rohirrim appiedati dietro di lui nella giusta posizione dove sarebbe iniziato il vero combattimento.
La linea degli Esterling si fermò di colpo per lasciare che gli arcieri ormai a portata di tiro potessero scagliare quanta più morte possibile sull'armata di Rohan ed, infatti, così avvenne: frecce gridarono nel vento andandosi a schiantare sui Rohirrim, i quali subirono le prime perdite soprattutto fra i cavalieri, più difficilmente difendibili dai dardi.
"Scudi!"

Tuonarono i Capitani.
La fanteria pesante sollevò una schiera di scudi evitando di fatto i danni maggiori e Wotangar, sicuro dei suoi Uomini, ordinò incitandoli a gran voce:
"Avanzeremo sotto la pioggia! Alti gli scudi, saldi i cuori! Met het staal en met de eer!"
"Staal! Eer!”

"Acciaio! Onore!"

Ruggirono i Rohirrim dietro di lui, in marcia sotto la moltitudine di proiettili che giungevano dal cielo.
I corni delle ali di cavalleria tuonarono selvaggi ed il Bianco Cavallo retto da Torstrid avanzò fiero con i possenti Cavalieri ad accompagnarlo verso la grande mischia, mentre le unità avanzate degli Orientali iniziavano la loro carica, accelerando il passo già sostenuto.
Pochi metri ormai separavano le due schiere e Wotangar fremette per il superbo spettacolo che di lì a poco avrebbe offerto all'ignaro Nemico.
Per prime, le ali di Cavalieri impattarono rispettivamente Dunlending sul fianco sinistro ed Esterling su quello destro con eccellenti risultati, in quanto nessuna delle due falangi era riuscita contenere l'impeto della carica, rimanendo tentennanti e disordinate, alla mercé dei determinati Rohirrim.
Wotangar vide quanto stava avvenendo e, con maggior sicurezza nel cuore, lasciò che lo schieramento centrale del Nemico fosse a soli cinque passi dalla loro, in piena corsa, prima fare la sua mossa.
Il Rohir si fermò, drizzò la schiena per apparire ancora più imponente, inspirò gonfiando il petto e, resosi pronto, per due volte schiantò Nehalennia contro lo scudo in direzione degli avversari.
"Éothéod, fratelli, la gloria ci attende! Catena di scudi!"

Ruggì voltandosi verso i suoi Uomini.
Ora la guerra poteva davvero avere inizio.
All'ordine, il blocco di marcia dei Rohirrim si fermò, la prima linea levò gli scudi andando a formare una catena difensiva che subì senza danni l'urto del Nemico, distaccando in seguito ogni scudo così da permettere alla seconda linea di fuoriuscire, assestare un duro colpo all'impreparato avversario e divenire a sua volta catena, per poi lasciare contemporaneamente che la terza linea ripetesse la manovra e che la prima muovesse verso le retrovie per ristabilirsi.
Brutali oltre ogni limite, i Rohirrim attaccavano ad ogni sovrapposizione di linea con rinnovata ira, forti di una potenza fisica impareggiabile per i più minuti Esterling e della totale incapacità da parte di quest'ultimi di contrastare l'estrema mobilità della loro manovra.
Wotangar, rimanendo sempre lungo la prima linea per assicurarsi che l'esecuzione fosse precisa, nel combattimento più duro e selvaggio, per la prima volta dopo molto tempo si sentì rinfrancato come se il debito che era certo di avere fosse stato finalmente saldato, si scoprì libero e forte oltre ogni immaginazione, sicuro delle proprie scelte e delle proprie posizioni, lì, la sua personale ascensione avrebbe avuto luogo.

Gli Esterling durante le prime riprese subirono perdite devastanti, schiacciati dalla forza bruta e dalla mobilità dei Rohirrim, talmente violenti da sfondare più volte le maschere d'acciaio degli avversari con singoli colpi, capaci di infliggere danni tanto elevati da condannare ogni ferito alla morte per dissanguamento, così predominanti da potersi considerare i padroni del campo di battaglia contro un esercito numericamente di cinque volte superiore.
Purtroppo però la stanchezza esige un prezzo, e nessuno può esimersi dal pagarlo.
Nuove linee di Orientali andarono a sostituire quelle annientate ed i Rohirrim dovettero rallentare la manovra in quanto ritmicamente insostenibile contro così tanti avversari; lentamente, l'espressione di forza in campo andò pareggiandosi fino a che l'equilibrio permise il dilatarsi della mischia ed una conseguente frammentazione dei ranghi, favorendo direttamente un combattimento con più ampi spazi.
Colpo dopo colpo, Wotangar dominava l'area mietendo ogni Esterling gli si parasse in fronte, protetto ai fianchi da abili soldati dediti a seguirlo in ogni suo spostamento, quand'ecco che ad uno di essi, durante un poderoso fendente dall'alto, s'infranse la lama poco dopo l'elsa, rendendo di fatto l'arma inutilizzabile; l'Uomo proteggendosi con lo scudo arretrò, ma durante questo affannoso movimento inciampò cadendo all'indietro e subito, come un avvoltoio, un Esterling gli fu addosso a scimitarra sollevata, pronto a porre fine alla sua vita.
Prima che il colpo letale potesse abbattersi però, un fulmine di metallo strappò un braccio all'Orientale ed un altro trapassò il suo busto all'altezza del cuore: Ulfreyr, il fabbro di Aldburg, era giunto appena in tempo.
"Non per errore mio dovrai ancora rischiare la vita" Disse Ulfreyr aiutando il giovane a rialzarsi "Questa è Blutwine, spada giunta a me fin dalle prime linee dei miei Avi. Essa è in grado di tagliare le ossa come fossero fili d'erba" Continuò porgendo l'impugnatura della sua arma "Quest'oggi sarà tua compagna in battaglia, per riparare al pericolo che a causa mia hai corso"
Il giovane tentennò, insicuro sul da farsi.
"Avanti ragazzo! Siamo in guerra, circondati da cani dell'Est che invadono la nostra Terra! Per quale maledetto motivo non ti sbrighi ad impugnare questa spada e squartare quei luridi vermi?!"

Gridò il vecchio fabbro, esaurita la pazienza.
Il ragazzo di colpo ebbe a riprendersi e, abbassato rispettosamente il capo, prese l'arma gettandosi nuovamente nella mischia.
Profondamente dedito alla sua professione, responsabile sino all'ultimo frammento di metallo da lui battuto, Ulfreyr aveva rinunciato alla sua spada ed ora brandiva il martello da forgiatura, poiché unica arma rimastagli.
"Esterling! Quale dei vostri crani devo sfondare per primo sull'incudine?!"

Gridava selvaggiamente mentre i nemici lo circondavano.
Un primo minuto Orientale gli si lanciò contro ma il vecchio fabbro non gli permise neppure un fendente in quanto, senza remora alcuna, calò il pesante martello sopra l'avversario facendogli così letteralmente esplodere la testa in un cruento lampo di carne.
Ulfreyr, sozzo di sangue e con la bianca barba completamente intrisa, riusciva a contrastare la moltitudine di Esterling che ora gli muovevano l'assalto, pazzo di furia e dalla forza sovrumana, le ossa degli avversari si frantumavano con terribili suoni ogni volta che impattavano contro il suo martello, provocando urla di puro dolore e ferite dalla violenza indicibile.
Anch'egli raggiunse però il proprio limite una volta soverchiato dagli avversari e, prossimo alla disfatta, urlò al cielo il nome di sua moglie Igrwine, scomparsa anni prima, gridando che l'avrebbe raggiunta presto e di come ella avrebbe dovuto approntare un bagno caldo, vista la lordura che lo ricopriva dopo tanto battagliare.
Una tale serenità nell'accettazione della morte è la dimostrazione di forza più terribile che un Uomo possa dare, e Wotangar, incapace di fare altrettanto, ne rimase così colpito da non poter permettere che quella forza andasse sprecata.
Il Rohir abbandonò la prima linea per raggiungere Ulfreyr e, come un toro d'acciaio, impattò contro i suoi assalitori scaraventandoli a terra, ma altri giunsero alle sue spalle ed a quel punto il fabbro, onde proteggerlo, si mise schiena contro schiena affinché non vi fosse attacco inaspettato.
Wotangar calò Nehalennia su di un Variag ed essa rimase impigliata fra le sue ossa, cadendo ai piedi del suo padrone, ma non vi fu il tempo per recuperarla in quanto un nuovo avversario si frappose e, notato il Rohir disarmato, vi si scagliò contro con quanta forza aveva nelle braccia; l'Orientale vibrò un colpo formidabile che a malapena Wotangar riuscì ad annullare con lo scudo, ma tanta era stata l'energia del fendente da rendere il movimento dell'aggressore impacciato, lasciandolo privo di guardia, senza protezione alcuna a riparare la parte superiore del corpo.
Gli occhi del Rohir brillarono, con un ampio movimento allargò il braccio sinistro tramite il quale teneva lo scudo e con la mano destra afferrò la guancia dell'avversario, tirando verso di sé con un poderoso colpo di reni: lo strappo che si udì ebbe del raccapricciante, poiché Wotangar aveva completamente scuoiato la faccia dell'Orientale rendendolo nulla più che una maschera di sangue morente.
Disincastrata la spada dal cadavere nella quale era rimasta bloccata, il Rohir fece ritorno sulla linea di combattimento principale.

Come un metallico morso, dalla boscaglia, una fitta salva di frecce si abbatté sul fianco ad Occidente costituito da Dunlending, i quali, colti alla sprovvista, morirono a decine senza comprendere cosa stesse avvenendo, fra disgraziate urla di terrore e disordine tra i ranghi; il reparto di Cacciatori di Montagna, tenaci schermagliatori Rohirrim armati alla leggera, dopo essersi distaccato in precedenza, muoveva il proprio intervento dal bosco costeggiante la strada portando morte e panico tra le fila degli odiosi Dunlending.
Una squillante nota di corno spezzò gli indugi della mischia, immediatamente seguita da un severo urlo:
"Per Rohan!"
Individuati, i Cacciatori calavano ora le cappe delle verdi tuniche ed estraendo le spade si lanciavano, soli ed eroici, verso una carica appiedata contro l'intero fianco nemico.
Privi di armatura e di scudi, i coraggiosi schermagliatori nulla potevano se non portare un disordine atto a favorire la pressione del grosso dell'esercito sulla lontana linea di combattimento, ma ciononostante lottarono fieramente facendo strage dei Dunlending, i quali, assorbito il primo assalto, presero però a soverchiarli.
Wotangar si rese conto di quanto stava avvenendo e tentò, con una rischiosa manovra, di percepire il massimo vantaggio dalla situazione, cercando anche di soccorrere quanto rimaneva del reparto intrappolato; l'Uomo si spostò sulla parte sinistra del blocco di fanteria e, con quanta voce aveva, gridò:
"Noormannen, i nostri fratelli stanno soccombendo! Per la gloria degli Antichi Padri, avanziamo! Sia maledetta la stirpe di colui che si fermerà! Avanti, Figli di Eorl!"
Concitate e gravose come macigni, quelle parole aizzarono l'intera divisione ad occidente del blocco a seguire Wotangar verso il fianco sinistro dei Dunlending; solo metà della fanteria rimaneva per reggere il centro dello schieramento nemico, ogni forza a quel punto doveva essere utilizzata altrimenti Aldburg sarebbe caduta per sempre.
Impetuosa e dal pesante passo, la fanteria guidata da Wotangar dilagò contro le divisioni di Dunlending nel frenetico tentativo di strappare gli schermagliatori da una fine certa ed al contempo alzare la linea di combattimento per togliere pressione alle ali di cavalleria, ormai troppo bloccate per essere efficaci; la fanteria pesante si impose rapidamente sui mal equipaggiati popoli delle aride colline e, con un ennesimo valoroso ruggito dei Cacciatori di Montagna, li annientò soffocandoli in un impeto di ferro e sangue.
Come un meccanismo sinergico il reparto di arcieri rientrò nei ranghi, le fanterie si ricompattarono, la linea di combattimento si alzò e la pressione laterale svanì permettendo ai Cavalieri di tornare operativi a pieno regime; con quella manovra era stato fatto un importante passo verso la vittoria, ma proprio quando la buona sorte pareva arridere ai Rohirrim, una buia ombra piombò nuovamente sulle Bianche Montagne.

Nel cuore della battaglia un nero tuono di morte si aprì un varco tra le fila degli Éothéod: i temuti Uruk-hai facevano la loro brutale comparsa annientando in pochi attimi un'intera linea di unità avanzate della fanteria del Mark; per la prima volta i soldati esitarono, contro quelle micidiali creature mai viste in precedenza, creando uno spiazzo nella mischia e l'intera battaglia parve fermarsi con il fiato sospeso, in attesa dell'attacco di una o dell'altra formazione.
Immobili, grondanti sangue e con un bieco sorriso, i neri flagelli osservavano il tentennare degli avversari di fronte a loro traendone piacere, gustando la paura ancor prima della carne di chi avrebbero massacrato senza pietà; uno di essi si fece avanti ed emise un ruggito talmente mostruoso da far serrare i denti ai Rohirrim più vicini, sorridendone poi compiaciuto.
Wotangar avvertì pienamente come il combattimento fosse prossimo alla totale compromissione, sentì la situazione sfuggirgli di mano e decise che mai l'avrebbe permesso: già troppe di quelle creature aveva affrontato per poter provare qualcosa di simile al timore.
Perpetrando le gesta di suo padre presso i Guadi dell'Isen, per primo il Rohir scattò furente dalla sua posizione raggiungendo lo spiazzo e, imponente quanto l'avversario ancora tronfio dell'arroganza mostrata, con lo scudo gli colpì le gambe per metterlo in ginocchio, quindi immerse l'avida Nehalennia nella sua bocca sino all'elsa, sorridendone poi ad occhi spalancati.
"Questo campo di battaglia è mio"
Ruggì Wotangar in direzione degli Uruk.
"Non spettri dei tempi antichi, non flagelli dei Nani, non figli di Angband. Questa è solo maledetta, putrida carne!" Continuò, sfilando la lama dal corpo senza vita "Éothéod, sterminateli come avete fatto con quei disperati Dunlending...in fondo, muoiono alla stessa maniera"

Concluse, lanciando un'occhiata di sfida alle terribili creature.
Quest'ultime levarono le armi al cielo ringhiando e scagliarono l'assalto, seguite dalla fanteria di Esterling; la dimostrazione aveva però ottenuto il desiderato effetto ed i soldati del Mark, rassicurati sulle proprie possibilità, si lanciarono furibondi anch'essi nella lotta, affrontando l'ennesimo parto del Nemico.

Gli Uruk-hai, riposati e letali oltre ogni supposizione, erano riusciti a mutare sensibilmente le sorti dello scontro, che dopo pochi minuti dal loro ingresso già chiaramente li vedeva vincitori; i Rohirrim da aggressori erano passati a difendere la posizione cercando di non indietreggiare per mantenere invariata la linea di combattimento, ma purtroppo con scarsi risultati, vista la forza dell'impeto che ora si abbatteva spietato su di loro.
Wotangar vide i compagni attorno a lui cadere uno dopo l'altro, falciati dai fendenti dei neri flagelli e, titubante, guardò le ali del proprio schieramento: il Bianco Cavallo di Eorl ancora si ergeva alto sotto la neve incessante, ancora la cavalleria non era indietreggiata dai fianchi nemici, ancora, c'era speranza.
"Fratelli, il Bianco Cavallo sventola fiero! Combattete per esso, combattete per la memoria del Primo Re affinché il suo onore non venga meno! Serrate i ranghi e proteggete il vessillo, per il vostro giuramento, per Rohan!"

"Voor Rohan!”

Risposero indomiti i Cavalieri al suo fianco.
Può l'orgoglio più della frusta, può il valore più dell'acciaio.
Gli Éothéod smisero di indietreggiare e, pur subendo numerose perdite, non mossero più un passo, perfettamente allineati all'antico stendardo retto da Torstrid.
Anche se ormai giunti allo stremo delle energie, all'esaurimento dei rinforzi arretrati, ridotti ad un'unica linea che separava l'esercito invasore dalla magnifica Aldburg, i Figli di Eorl non tradirono il loro nome ed il sangue dei loro padri li spinse a continuare in battaglia, come sempre era stato e come sempre sarebbe stato se qualcuno di essi fosse sopravvissuto a quel terribile giorno.

"Dood!"
Una voce ruppe la monotonia della lotta.
"Morte!"
Si sentì gridare dal pendio orientale che portava alle montagne.
L'arma più micidiale affinata dagli Éothéod in secoli di dura sopravvivenza giungeva ora sul campo di battaglia per sorprendere il Nemico in un ultimo disperato tentativo: gli Huscarli delle Bianche Montagne calavano in corsa verso la linea di combattimento come una valanga inarrestabile, gridando e ruggendo al pari di possenti fiere.
Vedendoli, colossali e feroci, ancora una volta la speranza bruciò nel cuore di Wotangar, che subito urlò:
"Aprite i ranghi, fate loro spazio! Lasciate al Nemico il nostro dono più prezioso!"
Immediatamente i Rohirrim crearono un varco e quella che, animata da frenetica rabbia, pareva essere una tempesta si scagliò senza pietà contro le prime fila di Orientali.
Nessuno immaginava quale brutalità fossero in grado di creare sul campo di battaglia quei temibili guerrieri, nessuno mai dimenticò le figure di quei minuti, neppure Wotangar.
Selvaggi ed efferati, i duecento Huscarli cancellarono la prima linea degli Esterling, al culmine della carica appiedata, sotto una frana di muscoli ed acciaio, immediatamente presero poi possesso del cuore della battaglia resistendo a più riprese alla risposta degli Uruk-hai ed, anzi, facendone grande strage, pareggiandone appieno sia la potenza che la presenza opprimente nelle zone nevralgiche dello schieramento.
I comuni Cavalieri di Rohan, dal già possente e robusto fisico, parevano ragazzi non ancora cresciuti a dovere se affiancati dagli scelti Huscarli e gli Esterling, in preda alla disperazione, rassomigliavano più a bambini, debolmente esili.
La stanchezza però ancora richiedeva un pesante tributo e questa volta Wotangar per primo dovette pagarlo.
Dai riflessi rallentanti e movimenti più impacciati, il Rohir mancò il momento per bloccare di scudo e un'affilata lama Esterling si abbatté contro il suo braccio sinistro, tagliandone la carne sino all'osso e venendo poi bloccata da quest'ultimo che, malgrado la violenza del colpo, resistette senza infrangersi; per il dolore lancinante Wotangar lanciò un grido ma venne subito zittito dal pugno scagliatogli dall'avversario affinché perdesse definitivamente l'equilibrio e rimanesse indifeso ad attendere il colpo di grazia.
Il Rohir si ritrovò a terra e, con fatica, fece appena in tempo a riaprire gli occhi: una mano aveva afferrato l'Esterling e lo stava ora sollevando dal suolo ignorando ogni sua sorta di resistenza.
L'artefice, un Huscarl, con forza senza pari si gettò il malcapitato Orientale sulle spalle per il lungo del suo corpo, ed inarcò le braccia facendogli assumere una posa innaturale, sottoponendolo ad un'immensa pressione dal basso verso l'alto, la quale spingeva, tra urla indicibili, la colonna vertebrale verso il ventre.
Wotangar trattenne il respiro, mai nulla di simile aveva veduto in precedenza.
Il possente soldato del Mark ringhiò in una finale violenta spinta, ed il petto dell'Esterling si spalancò letteralmente permettendo alle costole di schizzare fuori per poi arricciarsi come corde spezzate di liuto, in una ventata di sangue che andò a ricoprire un rapito Wotangar, immobile ed attonito di fronte a tanta brutalità.
Prima della gloria, prima dell'onore, le storie lo ignorano, i canti lo tacciono, ma quel che rende davvero la guerra ciò che è, ne è l'orrore, drammatico, ingiusto e sconfinato: in pochi lo conoscono ma in molti lo invocano, ed è a questa maniera che la Razza degli Uomini mostra un triste scorcio della propria miseria.

L'Huscarl, gettato a terra il corpo esanime, afferrò per un braccio Wotangar aiutandolo a rimettersi in piedi, e quest'ultimo, ancora sconvolto, prese immediatamente a dare di stomaco.
"Le cose non stanno volgendo al meglio e dubito ci saranno altri pasti che riusciremo a consumare su questa Terra...avresti fatto meglio a tenerlo!"

Venne rimbrottato il giovane Rohir.
"Dove si trova Frama?"

Chiese questi in risposta, con un filo di voce, mentre ancora aveva di che riprendersi.
"Il Capitano ha fatto ritorno in città per guidare l'eored lì rimasta. In pochi minuti dovrebbe giungere con essa fuori le mura"
Wotangar riprese ogni coscienza di sé in un lampo di terrore seguito da un subdolo, sinistro brivido.
"Nessuna eored è rimasta in città"

Sussurrò con occhi sbarrati.
Il possente Éothéod in fronte a lui drizzò la schiena e si gelò, immobile.
Wotangar prese un interminabile respiro e calcolò quanto stesse avvenendo, in tutta la sua drammaticità, prima di lanciare un severo urlo verso il vessillo del Bianco Cavallo:
"Torstrid, il comando dell'armata è tuo sino al mio ritorno! Attesta la linea di combattimento e non far retrocedere le ali neppure di un passo! Che Eorl ti assista!"
Un corno gli rispose, chiamando i Rohirrim a raccolta attorno al verde stendardo.

Al richiamo del padrone, Sleipnhild si presentò nella mischia e rapidamente Wotangar vi montò in sella.
"Rohir, qual'è il tuo nome?"

Chiese in direzione del pesante fante che lo aveva salvato.
"Rijterbrond, figlio di Rijterulfur di Aldburg"

Rispose quest'ultimo.
"Avanti Rijterbrond, sali con me ed andiamo a porre fine alla follia che sta per avvenire"
Sforzando ogni muscolo, il bianco destriero sbuffò sotto il peso dei due Uomini ma, con la stoica determinazione che contraddistingue i cavalli del Mark, risalì il combattimento fino a giungere agli spalancati Cancelli della città.
"Alla Grande Sala!"

Lo spronò Wotangar, e l'animale, tirando egli stesso le briglie, puntò il capo in avanti lanciandosi in corsa lungo la strada principale con un vigoroso nitrito.
Giunti al centrale edificio i due smontarono ed in un lampo furono di fronte alle rifinite porte.
Con un calcio Wotangar spalancò l'ingresso e quel che vide fu tanto doloroso quanto la lama di pugnale conficcata nel mezzo della schiena.
Frama era lì, con una squadra di Esterling, minacciando donne e bambini, separato da questi dai soli pochi deboli anziani che a malapena riuscivano a reggere spade ed asce; i corpi di tre dei vecchi Uomini giacevano inermi al suolo con accanto le armi impugnate per difendere i più giovani, mentre gli altri ancora vivi, tremanti sotto il peso degli anni ma ciononostante retti in piedi, si opponevano, pronti a dare il poco che rimaneva delle loro esistenze pur di non chinare il capo.
Lacrime affollarono gli occhi di Wotangar e persino il duro, brutale Rijterbrond si portò una mano alla bocca, profondamente urtato da quanto stava vedendo.
"Quanto ti hanno promesso? Per quanto hai venduto la gioventù della nostra gente?"

Riuscì a bisbigliare il Rohir, in direzione del Capitano Frama.
Quest'ultimo si volse seguito dalla squadra di Esterlinge e con buona calma ebbe a rispondere:
"Il Cavaliere ritornato. Non potevi che essere tu alla fine. L'Estfalda intera, ti pare forse poco? I territori confinanti con Gondor, ti paiono sciocchezze? Gli equilibri che noi tutti conosciamo hanno fatto il loro tempo, ora, una nuova generazione di regnanti fa la propria comparsa, una nuova era di forza, di conquista e di dominazione inizia. Gli Uomini hanno da sempre difficoltà ad adattarsi alla propria epoca, solo chi possiede questa capacità può infatti elevarsi al di sopra degli altri" Spiegò con serenità Frama, convinto di ogni parola che andava pronunciando "I nemici di ieri sono gli alleati di oggi ed i fratelli di domani, quando ne condividi gli scopi ed i mezzi per raggiungerli. L'era di cui parlo sarà un momento in cui la sola forza conterà a discapito di ogni altro valore ed io, in quanto Uomo del mio tempo, sarò coerente con esso ed agirò nel modo da esso indicato" Il Capitano inclinò lo sguardo e sospirò "Non ti chiederò di unirti alla mia causa. Questo posto spetta unicamente a me. Tu oggi trapasserai con il resto del vecchio ordine e, con la vostra fine, la nuova epoca potrà dirsi davvero iniziata"
Wotangar scosse lentamente il capo, smarrito, con un abbozzato sorriso di incredulità, e fissò l'interlocutore con occhi pietosi, malgrado quel che stava per dire:
"Frama...il tuo cadavere brucerà con quelli di Dunlending, Uruk ed Esterling...i tuoi Avi ti malediranno e proveranno vergogna per il frutto della loro progenie...il tuo ricordo porterà disprezzo ed il tuo gesto verrà narrato come l'incarnazione stessa della codardia"

Concluse il Rohir con un filo di voce.
"Oh no, figlio di Wotanhelm. I vincitori narrano le storie, gli sconfitti tacciono sotto terra"

Rispose il Capitano alzando le bionde sopracciglia.
La severa voce di Rijterbrond interrompendo il dialogo tuonò nella Grande Sala di Aldburg:
"Per misericordia e per giustizia, che le piccole creature non vedano la vendetta che sta per giungere fra queste mura! Che possano mai ricordare quale infamia quest'oggi qui si è svolta ed il modo in cui essa è stata poi punita"
Le donne, allora, strinsero i figli più giovani a loro, voltandoli e coprendone il capo con le braccia affinché non udissero quanto di lì a poco sarebbe avvenuto.
Wotangar, un passo dopo l'altro, sguainò la spada e camminando mosse in direzione di Frama, mentre gli Esterling gli si lanciavano contro per proteggere colui che ora pareva essere il loro Capitano; nessuno degli Orientali però riuscì a sfiorare il Rohir in quanto Rijterbrond, taurino, per primo li ingaggiò ringhiando, sfidando il loro numero con l'ausilio della potenza fisica.
"Che valore ha la vecchia carne di cui siamo fatti, rispetto alla libertà dei nostri figli? Non ho vissuto tutti questi anni per venirne umiliato al termine" Disse uno degli anziani armati "Fratelli miei, spendiamo bene il poco tempo che ci rimane e facciamo ciò che il Primo Re avrebbe voluto, qui, nella sua Sala"
Gli altri annuirono, rivolgendo un sorriso ai bambini dietro di loro.
"Per Eorl!"

Gridò uno di essi con voce tremante.
I vecchi Rohirrim andarono dunque in soccorso del forte Éothéod circondato dagli Orientali, confidenti nella certa fine che li attendeva ma felici e fieri, nel loro ultimo atto di devozione.
"Guarda quale coraggio hai venduto allo sporco Nemico" Parlò Wotangar "Quanto onore hai compromesso con la tua sete di potere"
Il Rohir iniziò un furente duello con il Capitano nel mezzo della sala, spinto dall'orgoglio, dalla flebile speranza che la battaglia non fosse ancora perduta, dalla fanatica convinzione che il Bianco Cavallo avrebbe schiacciato l'invasore.
Con un ultimo sforzo, eroico e raggelante, gli anziani Rohirrim si abbatterono sugli Orientali attirando la loro attenzione e, dopo brevi istanti di combattimento, caddero, tentando di resistere al sopraggiungere della fine per più tempo possibile, così da distrarre ulteriormente i nemici; fu allora che Rijterbrond, con un ruggito disumano, giunse alle spalle degli Esterling, scannandoli, frantumando le loro ossa sotto gli incessanti colpi dell'ascia da lui brandita in un furioso, vendicativo turbine di morte.
Uno degli anziani a terra, con ancora un alito di vita dentro di sé, guardando l'Éothéod vincitore sussurrò:
"Questo si che può dirsi combattere, figliolo...non come noi, inutili vecchi che nemmen più riescono a sollevare una spada"
Rijterbrond si inginocchiò vicino al Rohir dai bianchi capelli e ponendogli delicatamente una mano sotto il capo, gli rispose sorridendo:
"Quanto poco conta la forza quando si ha tutto questo coraggio. Sarei fortunato ad averne la sola metà di quanto dimostrato da voi oggi"
L'Huscarl, duro e cruento macellaio del Mark, ora sembrava solo uno sconsolato bambino che a stento riusciva a trattenere le lacrime.
"Padre, ho fatto la mia parte"
Disse infine l'anziano fissando il soffitto della Grande Sala, un istante prima di esalare il suo ultimo respiro su questa Terra.
"La tua follia termina qui, Frama" Tuonò la voce di Wotangar, interrompendo il metallico incrociarsi delle lame duellanti "Sei solo ora, ed anche se la battaglia andasse perduta non usciresti vivo da questa Sala, posso promettertelo"
Frama si rese conto di come la sua strada fosse prossima all'interruzione ed i suoi occhi si abbassarono al suolo, persi in un labirinto di pensieri.
"Hai la possibilità di chiedere perdono a quanti stavi per fare del male. Qui, avrai un'ultima occasione di pentirti del tuo crimine, prima di espiarlo con la morte"
Il Capitano fece per aprir bocca ma, prima che potesse emettere suono alcuno, un urlo di donna echeggiò nella Grande Sala ed una di esse, raccolta una spada dal pavimento, gli si lanciò contro trapassandolo all'altezza del ventre, conficcando dentro di lui l'intera lama in un rabbioso, tremendo grido.
Frama, con un afono sanguinoso rigurgito, si accasciò al suolo e lì morì, sotto lo sguardo carico di disprezzo dei presenti.
Wotangar si avvicinò alla donna e le pose una mano sulla spalla.

Ella non tremava, salda la sua posa, solo un affannoso respiro a tradire l'emozione.
"Come ti chiami?"

Sussurrò l'Uomo.
"Rogwine di Aldburg"

Rispose questa senza spostare gli occhi dal cadavere di fronte a lei.
Il Rohir ricordò dove avesse già udito tale nome e sorridendole la distolse da quella vista.
"Rogwine di Aldburg, hai fatto ciò che era tuo dovere fare. Tuo marito Eofrej di Harwick sarebbe fiero di te"
Il Cavaliere incontrato sulle Pianure del Wold, agli ordini del Capitano Nahrmund, era così tornato alla mente di Wotangar.
La donna levò uno sguardo di stupore, ma prima che potesse porre domanda alcuna, il Rohir le estirpò ogni dubbio.
"Ho avuto modo di prendere parola con lui non troppi giorni or sono e posso rassicurartene: sta bene, gode di buona salute ed è illeso. Non ha pensieri che non siano rivolti a te od ai vostri figli" Wotangar si discostò, illuminato dal felice sorriso di Rogwine, incapace, per la gioia, di dire anche solo una parola.
"E' un brav'Uomo, ne sono certo. Ti auguro di rivederlo presto, lo meritate entrambi"
Concluse il Rohir uscendo in fretta dalla Grande Sala, seguito dal compagno; i due rimontarono in sella a Sleipnhild il quale, finalmente riposato, ripartì in direzione dei Cancelli per portare ancora il suo padrone nel cuore della battaglia.
Giunti fuori le mura, lo spettacolo che si presentò di fronte ai loro occhi fu dei più funesti: l'armonico schieramento dell'armata di Rohan era stato piegato, tramite la forza dei numeri, in un blocco senza più ali né retrovie prossimo ad essere circondato; fanteria e cavalleria, raccolti attorno al Bianco Cavallo che ancora si stagliava nel cielo, combattevano stremate, con cuore pesante e braccia doloranti.
"La fine è giunta, amico mio" Sbottò Rijterbrond, scendendo da cavallo "La gioia della lotta è con me e sento di poter spezzare ancora molti dei loro corpi! Ci rivedremo in ciò che dopo ci attende, Wotangar figlio di Wotanhelm!"
"Ebbene sì, ci rivedremo in ciò che dopo ci attende, Rijterbrond figlio di Rijterulfur"

Rispose amaro il Rohir, seguendo con lo sguardo il suo compagno sino a vederlo scagliarsi nella mischia.

Nehalennia venne sfilata dalla guaina, le briglie del destriero tirarono con delicatezza e lo scudo fu saldamente fissato alla schiena.
"Wotanhelm!" Per la prima volta il Rohir si rivolgeva a suo padre chiamandolo per nome "Ai mesti Guadi non ha colpito il mio braccio, non ha corso il mio destriero, né il mio scudo ti ha protetto nell'ora del bisogno. Non ero lì allora, ma sono qui, adesso! Unisciti a me, in questa grandiosa cavalcata verso la rovina!"

Come una stella che illumina la notte più buia, un possente corno suonò ad Occidente.
Un grido si levò dalla mischia:

"Conduce l'armata il Vecchio Lupo, ascia in pugno e sguardo cupo!"
Sulla cima del crinale sinistro, in sella al suo grigio destriero, si ergeva Raav Aldwulf alla testa di cinquecento Cavalieri recanti le effigi degli Alfieri di Aldburg, giunti in soccorso della città per onorare il patto che sin dalla fondazione li univa.
"L’incubo ultimo dovrà affrontare, contrastar del Nemico il terrore
non v’è sonno senza risveglio, non sacrificio senza amore
onore e dignità, fatto carne il simulacro
feroce si ergerà, solo, dal massacro!”
Ruggì il Vecchio Lupo seguito da una nuova nota di corno.
"Herinneren ons het verbond!"

"Rammentiamo il patto!" Continuò, levando la pesante ascia verso la battaglia "In guerra, Eorlingas!"
La colonna partì, dapprima lentamente, per poi prendere velocità durante la discesa come uno scintillante fiume d'acciaio.
Mai tanta gioia illuminò i verdi occhi di Wotangar come in quel momento, tanto che ne rimase rapito, ma Sleipnhild, tirando vistosamente il morso, lo riportò alla realtà che ancora andava conquistata.
Con un rapido sguardo il Rohir si rese conto che le posizioni dei reparti erano completamente a soqquadro e la carica dei soccorsi rischiava di impantanarsi in un blocco di carne e neve, risultando quindi inefficace, se qualcosa non fosse cambiato in fretta.
"Torstrid, a me! Che il Bianco Cavallo mi segua e con esso la cavalleria tutta!" Gridò Wotangar, ben sapendo ciò che avrebbe dovuto fare "Fanteria! Ripiegate verso la città, mettete in sicurezza i Cancelli!"
Onde permettere ai fanti, più lenti, di arretrare, i Cavalieri di Aldburg si frapposero tra loro ed il Nemico, e quando li videro a salva distanza si ritirarono anch'essi verso il Bianco Cavallo ora al fianco di Wotangar.
Il Nemico, convinto di aver infranto i ranghi dei Rohirrim, si lanciò in uno stanco inseguimento durante la quale in molti scivolarono sull'innevata salita ponendo le sezioni di Uruk-hai, che più rapidamente si erano proiettate verso gli avversari, in una pessima ed isolata posizione a metà strada fra i due schieramenti.
Quando gli Alfieri furono scesi sino a raggiungere l'elevazione dell'armata di Aldburg, Wotangar si affiancò a Raav Aldwulf in testa alla colonna e, soffiando nel corno, comandò:

"Seguite il Bianco Cavallo di Eorl! Fino al tramonto, fino alla morte!"
A quell'ordine la cavalleria scattò, fondendosi con quella guidata dal Vecchio Lupo e prendendo le sembianze di un enorme ariete scagliato contro le difese nemiche.

Il vecchio Éothéod dalla bianca treccia di capelli trainava l'intera carica e neppure Wotangar riusciva a tenere il suo passo per più di pochi secondi, tanto questo era furibondo.
Prossimo all'impatto, Raav si volse verso il giovane Rohir.

"Per Wotanhelm! Per la sua memoria!"

Ululò, levando l'ascia.
"Per la sua memoria! Per il suo onore!"

Rispose Wotangar, levando anch'egli la spada, convinto come mai prima della sua missione.
Con un tuono di ferro i Cavalieri di Rohan cancellarono gli Uruk-hai separatisi in precedenza ed, ignorando qualunque altra strategia, scelsero di assaltare frontalmente il grosso dell'armata nemica.
Gli Esterling, in carica anch'essi, ebbero un momento d'esitazione ma anziché fermarsi per ridisporre i ranghi onde subire e contrastare l'urto, preferirono, forse per inerzia o pensando di avere la vittoria in pugno, continuare a correre verso gli avversari, credendo arrogantemente di avere la meglio malgrado una posizione di molto sfavorevole.
Impetuosi come un torrente di montagna, fieri come gli Dei da loro venerati, i Figli di Eorl con un urlo selvaggio si schiantarono e perforarono l'intera linea di combattimento del Nemico portando tormento e devastazione sino al cuore del suo schieramento; gli imponenti Cavalieri avevano completamente scompaginato le linee degli Orientali, sopprimendo le prime dieci sotto il peso dei destrieri e le successive cinque con la forza dei muscoli, per poi spazzare via le disperate ed agonizzanti falangi laterali in un violento ruggito di ferro.
Tutto ciò andava ben oltre i più reconditi sogni di Wotangar, inimmaginabile era infatti che tale energia scaturisse da un numero di Uomini ancora così esiguo se confrontato con quello rappresentato dal Nemico, eppure la forza ancestrale e fanatica che ora dominava il campo di battaglia proveniva da loro, dai loro spiriti e dai loro corpi.
Gli Esterling, decimati, slegarono rapidamente i propri ranghi riducendosi in piccole sacche di resistenza e venendo falcidiati senza pietà dai Rohirrim ormai galvanizzati dalla gioia della battaglia, i quali, come un branco di lupi famelici, divoravano la loro preda sino alle ossa.
Presso una di queste sacche Wotangar combatteva quando, nella mischia generata dai reparti in frenetico movimento, si rese conto di essere rimasto solo, circondato da Orientali; Sleipnhild ruotò vorticosamente per aprirsi un varco, ma il Cavaliere sopra di lui capì presto di non avere vie che potessero ricongiungerlo al resto della cavalleria e, menando mortali fendenti, invocò gli Avi affinché lo assistessero in quel terribile momento.
Disperato, Wotangar soffiò dentro Thauron tre volte ed il Nemico ne ebbe timore, tanto da esitare a lanciarsi contro il solo Rohir.
Lentamente accerchiandolo, gli Esterling si avvicinarono inesorabili inarcando il capo come cacciatori pronti a sferrare il colpo definitivo; uno di essi, brandendo un'alabarda, si fece strada nella direzione del bianco destriero per colpirne dabbasso il Cavaliere, nascosto alla vista dal resto dei suoi compagni.
Wotangar, tentando di prendere distanza dalla schiera in fronte a lui, non si rese conto di avere l'aguzzino designato a colpirlo proprio alle sue spalle, e quest'ultimo, notatolo, sollevò la letale arma per disarcionarlo.
Un attimo prima che la lama si abbattesse sul giovane Rohir però, come fulmine un Cavaliere riuscì a raggiungerlo e si frappose, impennando il destriero, a protezione dal micidiale fendente: con un urlo di dolore, Raav Aldwulf ricevette il letale colpo indirizzato a Wotangar.
La voluminosa lama Orientale giaceva interamente conficcata nel suo fianco destro, ma il Vecchio Lupo, forte e possente come mai prima, la strappò dalla propria carne e, calando inarrestabile l'ascia, sfondò il cranio dell'Esterling assalitore in un macabro tripudio di sangue.
Numerosi reparti di cavalleria giunsero allora in soccorso dei due riducendo in pezzi quanto rimaneva del reggimento nemico e, solo a quel momento, Raav si lasciò crollare a terra, arrossando immediatamente la candida neve sotto di lui.
Wotangar si gettò giù da cavallo e gli fu vicino, in quegli ultimi tristi momenti.
"Grazie, eroe"
Riuscì a malapena a pronunciare trattenendo a fatica i singhiozzi ed abbracciando il Vecchio Lupo, sempre più pallido.
Per la prima volta in vita sua, il giovane Rohir vide Raav sorridere: non più il duro sguardo avuto per decenni opprimeva ora il volto dell'Éothéod, ma bensì un benevolo sorriso illuminava i suoi occhi mentre osservavano Wotangar, quasi goffo nella sua impotenza riguardo la situazione.
"Non ero con Wotanhelm presso i Guadi...non ho potuto proteggerlo" Bisbigliò lentamente il Vecchio Lupo "Ma ero qui, oggi...ed ho protetto te" Un affaticato respiro lo interruppe brevemente "Grave era il fardello del debito...come avrei potuto godere della compagnia di tuo padre con un simile peso?"
Wotangar non rispose e si morse un labbro sino a sentirne il sangue fuoriuscire.
"Ho finalmente estinto quel debito...sono dunque un Uomo libero?"

Chiese ancora Raav, stringendo il braccio del giovane Rohir.
"Lo sei sempre stato, ma ora più di chiunque altro"

Riuscì a sillabare questi, accarezzandogli il capo.
"Grazie, ragazzo. Debbo tornare a casa, adesso"
La presa attorno al braccio di Wotangar si allentò rapidamente e Raav Aldwulf, Salvatore di Aldburg, chiuse i suoi verdi occhi per sempre.
Il giovane Rohir chinò il capo e pianse quante lacrime aveva, in silenzio, incurante dell'orrore che lo circondava.

Aver combattuto con onore in quella battaglia, dal valore assoluto, rappresentava per Wotangar l'unico modo di pagare il debito generato dalla sua assenza ai Guardi dell'Isen, ma per Raav il prezzo consisteva nella vita stessa ed egli ben lo sapeva, ne era certo, solo non conosceva il momento preciso in cui l'avrebbe versato.

La battaglia era al fine vinta.
Gli Esterling, annientati in una drammatica disfatta, si ritrovavano così in totale rotta preda degli inseguitori Rohirrim che tenacemente li incalzavano per non permettere loro la fuga.
I Cavalieri di Rohan potevano finalmente dilagare, discendendo la strada maestra nella trionfale ondata conclusiva di una battaglia dalle previsioni talmente avverse che, malgrado un costo di vite tragicamente elevato, tramutatasi in vittoria rappresentava il primo severo ruggito della Razza degli Uomini contro la Nera Ombra.
Quest'ultima, come in passato, ora imparava nuovamente a temerli.

Un timido sole si fece strada tra le grige nubi ed i suoi primi raggi illuminarono, come in un dipinto, Aldburg delle Bianche Montagne, salva...
 
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Dei millequattrocento Rohirrim che in quelle ore avevano affrontato gli invasori, solo seicento ancora respiravano e settanta di questi erano feriti in modo tale da non potersi nemmeno più ergere in piedi.
Non urla di gioia, non canti di vittoria, non parole di festa risuonavano sul campo di battaglia.
Un doloroso silenzio brontolava tra i morti, una furente quiete serpeggiava fra i vivi ed un desiderio di vendetta reclamava d'esser placato.

Ulfreyr il fabbro camminava accanto ai corpi, scorgendone volti e ricordandosi di ognuno di loro.
La maggior parte di coloro nelle quali s'imbatteva, egli li aveva visti nascere e crescere, ne aveva conosciuto i parenti ed in alcuni casi anche gli Avi, ma ora se ne stavano lì sdraiati, nel fango insanguinato, ricoperti da un candido lenzuolo di neve come ancora fossero i bambini che lui vedeva scorrazzare per le strade di Aldburg anni addietro.
La bocca del vecchio si contorse in una smorfia quando un luccichio da terra attirò la sua attenzione: Blutwine ivi era adagiata, ancora in pugno alle spoglie del ragazzo alla quale era stata affidata durante la battaglia.
Ulfreyr si chinò e con la delicatezza d'un padre scostò le dita dall'elsa, calando poi le palpebre sui grigi occhi del giovane nella quale ancora era impressa l'ultima mortale visione di guerra che alla disfatta l'aveva condotto; il fabbro impugnò nuovamente la spada dei suoi antenati ed un fuoco arse in lui, un fuoco antico e maligno che ora poteva dunque essere liberato.
Egli non era un novizio e nemmeno uno sprovveduto, aveva combattuto abbastanza per sapere che un esercito della portata di quello che li aveva aggrediti doveva disporre di un campo dove collocare le salmerie e dove costruire le macchine in vista di un assedio, dove avere le tende dei comandati e relativi ordini di guerra, dove raccogliere il bottino fin lì sottratto alle terre invase.
Egli sapeva tutto ciò e sentiva che il petto gli sarebbe esploso se avesse indugiato oltre.
"Inval!"

Gridò con quanta voce avesse.
Dopo pochi attimi di silenzio, i capi chinati dei Rohirrim si levarono dal lutto:

"Inval! Inval! Inval!" Presero rapidamente a tuonare le loro voci "Inval! Inval! Inval!" Si udì dai Cancelli della città, dove le donne si erano nel frattempo raccolte "Inval!" Vociavano i fanti "Inval!" Rispondevano i cavalieri.
L'esercito tutto chiamava ora il saccheggio, memoria d'un tempo antico in cui gli Éothéod erano stati null'altro che feroci razziatori spinti per sopravvivenza a depredare le terre nelle quali erravano, devastandole per trarne il corrispettivo delle proprie necessità.

Wotangar si alzò in piedi, deponendo il corpo del Vecchio Lupo.
Anche se non l'avesse trovata giusta come azione, non si sarebbe potuto esimere tanta era la rabbia degli Uomini che ora attendevano un suo comando, ma non fu quello il caso, affatto: mettere la forza a disposizione dell'ira gli parve quanto di più doveroso fosse da farsi in quel momento.
Con grande fretta rimontò in sella asciugandosi le lacrime di nascosto, affinché nessuno ne notasse il volto solcato; quando ebbe impugnato la spada e calato l'elmo sulla fronte, si unì anch'egli alla moltitudine di voci che stavano in quegli attimi scuotendo le Bianche Montagne.

"Inval!"

Invocò rabbiosamente Wotangar, condotto da Sleipnhild presso il grosso degli Uomini.
Il destriero si portò verso Torstrid ed ivi attesero che la colonna di Cavalieri si raccogliesse, con i fanti stessi i quali, montando i cavalli dei caduti, si univano rapidamente per prendere parte alla rappresaglia.
Quando tutti gli Uomini abili alla lotta furono disposti in sella, l'armata discese la strada maestra senza né schiamazzi né canti, con solo gli zoccoli che affondavano nella neve ed il tintinnio del metallo ad accompagnare la loro cavalcata.

A valle, se ne distingueva perfettamente la palizzata, ecco sorgere il campo degli Orientali brulicante di ingegneri ed operai, alle prese con la costruzione delle macchine da guerra, con il trasporto dei viveri e degli equipaggiamenti.
Accelerato il passo, i Rohirrim fecero in tempo ad udire le campane d'allarme che incessanti risuonavano attraverso il vasto avamposto nemico in un frenetico tentativo di ultima difesa, mentre tutti coloro che risiedevano all'interno erano intenti ad armarsi per resistere all'assalto.
Quando poca distanza ormai separava i Cavalieri dal loro obiettivo, essi si fermarono ed un drappello di Uomini si distaccò continuando la corsa verso l'ingresso maestro; questi, una volta cosparse di scuro olio le lance, diedero loro fuoco per poi conficcarle nei portoni in legno affinché esso divampasse.
"Sappiamo bene ciò che va fatto. Torstrid, aggira il campo con cento Cavalieri ed al mio segnale uccideteli tutti, non permettere che uno solo sopravviva"
Torstrid annuì e, presi i suoi sotto comando, iniziò lo spostamento.
"Con arroganza si sono fatti strada sin qui, con violenza hanno invaso la nostra Terra, con crudeltà hanno assassinato quanti sul loro percorso. Hanno forse scordato chi sono i Figli di Eorl? Hanno forse dimenticato quante lacrime le loro donne versarono ogni qual volta la battaglia ci fece incontrare? Per la forza di Helm, rammentiamo loro quale lupo hanno provocato!"
Disse Wotangar mentre le fiamme, avidamente, divoravano le porte dell'avamposto.
"Prendete ora quanto vi hanno tolto, fino all'ultima goccia. Bloed voor bloed!"

"Sangue per sangue!"
I Rohirrim intonarono l'Helmenlied ed i cancelli, come ne fossero intimoriti, presero a cigolare ormai prossimi al crollo.
La prima linea, atteso il termine del canto, partì senza che l'ingresso fosse sgombro ed a grandi falcate fu in un baleno sotto la palizzata del campo; un Cavaliere si fece poi avanti e, suonate due profonde note di corno, impennò il cavallo poiché piombando in avanti potesse con la sua forza completare l'opera sin lì condotta dal fuoco.
L'animale nitrì lambito da ardenti lingue e con un ruggito di tuono abbatté il portone consumato dal calore: la via era libera, il Nemico alla propria mercé.
Gli squadroni di incursori fecero per primi il loro ingresso nell'avamposto spezzando l'esile linea difensiva allestita dagli Esterling e dilagando con il resto dell'armata tra le tende, le macchine, gli approvvigionamenti.
Fu rabbia a riversarsi sul disperato Nemico ed una scena che pareva essere appartenente ad un'altra Era, ad altri Uomini, si mostrò all'interno della palizzata: campane d'allarme e corni d'assalto colmavano l'orecchio, manipoli di Cavalieri si facevano strada dando alle fiamme tutto ciò che queste potessero ardere, dalle tende poi, inghiottite da vortici di fuoco, uscivano fuggendo soldati Orientali e Dunlending i quali, spinti dal terrore di bruciare vivi, si raccoglievano in piccoli gruppi negli spiazzi da bivacco solo per poi essere rapidamente circondati dai Rohirrim e venirne al fine falcidiati.
Con i Cavalieri anche il terrore galoppava tra le vie dell'avamposto ma gli Esterling, accaniti ed animati dall'odio più profondo, preferivano morire anziché divenire prigionieri dei loro nemici, e medesima sorte riservavano ai Dunlending che sceglievano la resa; quest'ultimi, assai meno convinti del loro ruolo in quella guerra, per primi cedevano nel morale deponendo le armi a terra ed inginocchiandosi con mani alte verso il cielo, ma, furenti, gli Orientali appena ne vedevano agire a questa maniera, subito li sgozzavano cosicché i Rohirrim non avessero la possibilità di catturarli come ostaggi.
L'esercito del Mark aveva attestato le proprie scorribande nel cuore del campo nemico in quanto una più coriacea linea difensiva era lì stata allestita e non permetteva loro di penetrare ulteriormente in sella ai cavalli.
Una miriade di eventi presero da lì vita in quei minuti ma nessuno di essi venne mai narrato, poiché segreto, nascosto, come il selvaggio buio senza padrone che dimora nel profondo di ogni Uomo: per quanto egli sia nobile, d'onore, un demone lo divora dentro e quando questi rivolge la sua fame all'esterno, non gloria, non dignità, non giustizia hanno ragione d'essere, ma solo la brutale ammissione della propria natura, contraddittoria ed oscura, libera e violenta, opprimente eredità dei Secondogeniti nonché loro eterna cicatrice.
Mentre il combattimento sulla linea difensiva si faceva feroce, caos, fuoco e morte sconvolgevano la porzione di campo sotto il controllo degli Eorlingas, dove i piccoli focolai di resistenza venivano spenti e gli Esterling presi vivi incontravano il giudizio marziale dei loro avversari.

Come un coro a voci alterne, da più parti, si levò lentamente la formula giuridica adoperata dai Capitani per emettere le sentenze finali sugli Orientali disarmati a forza e catturati:
"Macchiandovi del crimine più vergognoso, tu e la tua gente avete invaso la Terra dei Figli di Eorl portando in essa rovina, distruzione e morte. Ora viene il momento di scontare tale insulto e di pagare il fio di gesti così efferati. I Rohirrim ti condannano a morte qui ed ora, così che tu possa spirare nel modo più consono alle azioni da te commesse"
La ripetitiva filastrocca risuonava incessante per ognuno degli Esterling trattenuti dai soldati del Mark e, terminata questa, una spada poneva fine alla vita del condannato per poi passare immediatamente a quello successivo.
Durante queste operazioni, cinque Dunlending, sfuggiti agli Orientali che li avrebbero per quello uccisi, visti i Rohirrim sopraggiungere scelsero di arrendersi e perciò si gettarono a terra abbandonando le armi; il più vecchio di loro, stanco e malnutrito, sommessamente parlò:
"Qui è la nostra resa, siamo sconfitti. Questa guerra più non ci appartiene"
Incuranti di quelle parole però, i soldati del Mark, anziché farli prigionieri, li bloccarono e li misero a giudizio come se fossero stati presi contro la loro volontà e bramassero ancora la lotta.
Lì, Wotangar, il quale aveva assistito all'intera vicenda in sella a Sleipnhild da poco distante, decise il confine ultimo della sete di vendetta: per quanto una parte di lui pretendesse la morte di ogni invasore, vedere quel gruppo di miseri Uomini arresisi e decisi a rimettere il proprio Fato nelle mani del vincitore, lo convinse ad essere pietoso e, probabilmente, giusto.
"Macchiandovi del crimine più vergognoso..."

Prese a dire un Capitano in fronte al primo dei prigionieri.
"Così è, come pure la resa da loro dichiarata" Lo interruppe Wotangar gettandosi giù da cavallo affinché non pronunciasse altro "Non mi pare abbiate dovuto disarmarli con la forza ed ancor meno mi pare che essi si dimenino per tornare a combattere, come invece fanno gli Esterling presi finora"
Il Capitano si voltò con le labbra serrate dal fastidio e, trattenendosi, prese a dire:
"Questi sono invasori. A causa di ciò, vanno sottoposti al giudizio di Rohan e puniti come esso ritiene più consono"
"Dici bene. Il popolo di Rohan deciderà delle loro colpe e della loro sorte, ma nessun soldato o Capitano li sottoporrà a giudizio marziale sul campo di battaglia. Si sono arresi e non sono più una minaccia. Se saranno i Figli di Eorl o il Re stesso a decretare su di loro, non è di mio interesse, ma quant'è vero che sono Wotangar figlio di Wotanhelm, tu non pronuncerai alcuna sentenza né tanto meno muoverai braccio contro di loro"
Julfrid, poiché questo era il suo nome, si levò l'elmo e lo gettò con rabbia a terra.
"Non così si fa guerra a chi ci assale! Se fra le nostre fila ci sono amici di questi cani, non v'è vittoria alcuna né mai ci sarà!"
"Tu, impegnato nelle retrovie, giungi a decretare come si fa o non si fa la guerra?" Lo incalzò il Rohir "Tu che sentenzi di morte ed uccidi coloro che non possono opporsi al tuo volere? Tu che apostrofi me come amico dell'invasore, pur essendo io coperto del suo sangue?"
"Per Eorl, io svolgo quanto è in mio dovere e quanto il Mark da me abbisogna!"

Rispose Julfrid accendendo ulteriormente il tono.
"Così sia, dunque. Il Mark necessita di Uomini laddove la lotta infuria, perciò raccogli il tuo elmo e porta i tuoi verso il cuore del campo. Possa altrimenti il tuo corpo bruciare assieme a coloro che hai giustiziato"
Il Capitano, udite quelle parole, spense ogni rancore e, come destato da un sogno, prese sbrigativamente a radunare soldati per dirigersi ad Est.

Dopo l'impatto favorevole ai Rohirrim, gli Esterling pressoché in pari numero erano riusciti a porre il combattimento in una difficile fase di stallo pendente però in loro favore: grazie ad una forte linea di barricate con arcieri ad impedire l'avvicinamento degli avversari, Orientali e Dunlending avevano ricompattato i ranghi nuovamente in formazioni da guerra, pronti a compiere la loro mossa e ribaltare così le sorti della battaglia.

Wotangar giunse presso la linea difensiva nemica e, subito, gli fu chiaro come i Cavalieri fossero incapaci di operare in quanto ognuno aveva dovuto abbandonare il cavallo e trovare riparo per non divenire bersaglio dei numerosi dardi scagliati dal Nemico.
"Polvere si leva dall'estremità orientale, guardate!"

Gridò un Cavaliere, attirando l'attenzione di tutti i presenti.
Si poterono chiaramente distinguere parte della palizzata crollare e decine di Esterling muoversi fuori dal campo, in modo rapido e coordinato.
"Hanno abbattuto lo steccato per uscirne, aggirarci e chiuderci in una morsa"

Fece Julfrid, il Capitano ripreso poco prima da Wotangar.
"Non sarebbe la prima volta che durante la razzia di un accampamento si vede tale mossa"

Gli rispose quest'ultimo da poco lontano.
Il Rohir si voltò verso destra e vide, fuori dall'avamposto ma più alto delle sue protezioni, lo stendardo sorretto da Torstrid pronto per l'azione; tornò quindi con lo sguardo sui movimenti del Nemico e, spazientito, attese finché il giusto numero si fosse mobilitato all'esterno.
"Tre colonne pronte sulle barricate!"

Comandò ad un certo punto e, uditolo, i fanti formarono un tridente della larghezza di tre Uomini e della profondità di quaranta, circa, per ognuna delle punte, mantenendosi protetti dalle frecce con scudi o ripari di fortuna.
"Date il segnale alla cavalleria!"
Preparato a tale ordine, Ulfreyr soffiò due lunghe note di corno e tutti si voltarono verso lo stendardo di Eorl sperando in un suo movimento.
La tensione si fece palpabile, l'attesa snervante, mentre era ardore a crescere nei cuori dei soldati stretti in formazione sotto i colpi nemici.
Ecco che, dopo pochi attimi, una scossa mosse il Bianco Cavallo e questi si inclinò in avanti come segnale di marcia, levando dietro di sé la polvere dei cento Cavalieri che partivano in cerca di battaglia; i fanti all'interno del campo gridarono a festa incitando i fratelli affinché il loro attacco fosse spietato e senza possibilità di scampo, chi promettendo copiosi brindisi una volta riuniti dopo la vittoria, chi invocando la vendetta sopra gli avversari.

Torstrid, alla guida della colonna, in poco tempo fu laddove gli Esterling erano intenti a radunarsi per compiere l'aggiramento e, con voce limpida e severa, parlò:
"Eorlingas, eccovi i servi del Nemico: deboli i loro corpi, flebili i loro spiriti. Attaccate ora e versate il loro sangue in onore degli Avi, spazzateli via e fate che le loro ombre non si levino mai più!"
I Cavalieri come lampi di tempesta si proiettarono in avanti travolgendo le formazioni degli Orientali, decimandoli e chiudendo ogni di via fuga, prendendosi le loro vite avidamente nel furore della lotta; nessuno degli Esterling mosse però un passo per sottrarsi al combattimento, tutti infatti, dal Capitano al più modesto ingegnere, diedero battaglia ed attesero la morte che i Rohirrim tanto bramavano di distribuire.
Ordini gridati nella confusione, in lingua Orientale, davano voce allo scontro mentre da parte degli Éothéod solo il corno di Torstrid chiamava l'inversione della cavalleria ad ogni assalto cosicché le linee nemiche fossero spezzate dalle continue cariche, le quali, furenti, disegnavano in esse solchi simili a quelli lasciati dall'aratro nel terreno una volta squarciatolo.
"Tenete la posizione ora e nessuno di essi vedrà il tramonto!"

Ordinò il Vessillifero dopo la quinta carica e, con lui, i soldati si fermarono combattendo finché del Nemico non rimase altro che una distesa di corpi esanimi.
Sull'onda della furia e con l'entusiasmo del sangue fumante sulle loro armi, Torstrid ancora sbraitò per richiamare l'attenzione:
"Smontate: la breccia è stretta ed i cavalli cadrebbero nel pantano" Disse costui, prima di volgersi verso Occidente "Se il resto del nostro esercito è bloccato nel mezzo del campo, è pur vero che troveremo ad attenderci nemici in numero triplo rispetto al nostro, ma per Helm, li coglieremo di sorpresa e li spezzeremo! Con me Rohirrim, all'assalto!"
Con queste parole Torstrid il Vessillifero si lanciò nel varco che separava la palizzata ed, alle sue spalle, impavidi, i cento Éothéod lo seguirono ad alti scudi in trionfo di corni.

Udito il segnale ormai non più distante, il resto dell'armata di cui Wotangar faceva parte realizzò che, pur sotto lo scacco degli arcieri nemici, sarebbe stato suo dovere muovere l'attacco subendo così numerose perdite, al fine di convergere con i compagni rimasti in inferiorità numerica dall'altra parte del campo.
"Fissate gli scudi alle spalle! Imbracciate le sole armi! Calate gli elmi!"

"Pronti al segnale!"

"Con un braccio si salta la barricata, con l'altro s'impugna l'arma!"
I Capitani di Rohan soli si udivano tra le fila mentre diligentemente svolgevano il loro compito, diramando gli ordini e preparando gli Uomini.
Wotangar legò lentamente lo scudo sul dorso e sbirciò dal riparo le posizioni sulle quali si sarebbero dovuti scagliare, riuscendo così a distinguere gli archi nemici, tesi, pronti a falciarli non appena si fossero sollevati dalle coperture.
Ultimate le disposizioni, un ancestrale silenzio s'infuse tra le fila lasciando il solo lontano battagliare ad essere udito nella valle; i lunghi respiri dei soldati ebbero a levarsi nell'aria divenendo sbuffi di nuvola catturati dal gelo, così come il sangue fumante dei caduti riverso al suolo, ieratico nel suo antico significato e glorioso figlio della vittoria ultima.

Quando ormai la carica pareva prossima, una voce si udì dalla colonna centrale alla sinistra di Wotangar:
"Mai il mio nome subirà la sozzura dell'infamia e della codardia, non la mia figura sarà di boia anziché di guerriero. Mai avverrà ciò!" Julfrid aveva preso parola con tonante forza "Quando giungerà la sera e con i vostri figli vi radunerete attorno al fuoco, raccontate loro, ve ne prego, del Capitano Julfrid e di come egli abbia deciso di spendere la sua vita, raccontate loro di come egli vi abbia parlato e vi abbia benedetti, raccontante infine di come una piccola fiamma possa spegnersi con gioia se a causa di ciò avrà a scatenarsi il più vasto degli incendi. Narrata questa vicenda, date loro una carezza, sorridete, e sarà come se l'avessi fatto io"

Concluse, con la felicità ad illuminargli gli occhi.

Quanto seguì fu talmente repentino che a descriverlo si potrebbe cadere in inganno pensando erroneamente a tempi più lunghi, ma, seppur arduo da figurarsi, il tutto avvenne in un tiro di freccia, non un istante di più.

Pronunciate quelle parole, senza attendere oltre, Julfrid si alzò dal riparo sguainando la spada in direzione del Nemico ed, immediate, crudeli frecce lo raggiunsero in ogni parte del corpo, perforando la corazza e mordendone affamate la carne; l'Uomo sussultò, con fiero sforzo si mantenne in piedi e con occhi di chi più non vede questa Terra si voltò verso i compagni sorridendo.

Altre frecce lo colpirono in rapida successione ma egli, fatto appello al suo retaggio, prese ad avanzare e, tratto un ultimo respiro fra le lacrime, emise un grido disumano, talmente furibondo che per anni risuonò nei sogni di chiunque l'avesse udito quel giorno.
Esasperato dalla rabbia, possente come uno degli antichi Dei, Ulfreyr si levò dalle fila, fango e sangue incrostavano la sua corazza, non il sole lo illuminava ma cupi sentimenti erano ad incendiarlo.
Questi, sollevandosi innalzò il martello al cielo e ruggì:
"Bloed voor bloed! Bloed voor Rohan!"
Wotangar inclinò lo sguardo e soffiò nel corno, dalla colonna opposta di rimando Rijterbrond rispose con altrettanta veemenza mentre ancora dal centro Ulfreyr era già scattato verso le linee nemiche.
Il tridente si sollevò caricando le difese in fronte a sé, i tondi scudi legati alle spalle dei soldati fecero rassomigliare la formazione a tre guanti corazzati che, stretti in pugni, si spingevano a colpire l'avversario per stroncarne ogni resistenza e gli arcieri nemici, senza frecce incoccate, capirono quanto prima di essere l'oggetto di tale violenta brama.
Julfrid si vide d'un tratto superato dai suoi compagni lanciati verso la battaglia e solo allora decise di fermarsi, sedendosi a terra come si fa dopo una gran corsa, cosicché a chiunque passasse accanto a lui venne naturale poggiargli una mano sulla spalla o carezzargli il capo per confortarlo, per ringraziarlo, per farlo sentire orgoglioso; una volta a terra, il Capitano annuì serrando le labbra per assumere un'espressione sprezzante, come se la moltitudine di frecce che gli ardeva nelle carni, fra le ossa, fosse null'altro che un fastidio sulla quale soprassedere e lì, avvertendo una ferale stanchezza sopraggiungere, chiuse gli occhi per poi non riaprirli mai più.

"Inval!" Si udì dalle retrovie "Bloed!" Rispose la prima linea e, come un'onda dedita ad invadere le insenature della nave ormai logora, gli Éothéod giunsero sul Nemico, famelici: selvaggi razziatori, saltarono le barricate ammantando gli Orientali nella notte più buia, consumandoli con l'ardore della vendetta e sacrificandoli nella gioia della battaglia.
All'estrema sinistra Rijterbrond conduceva la sua colonna e con essa celebrava la brutalità, sfoggiandola, sollevando di peso i nemici per poi smembrarli a colpi d'ascia, mentre Ulfreyr dal mezzo, a dispetto degli anni, dava dimostrazione di forza ed abilità impareggiabili danzando tra i fanti avversari con spada e martello, trucidandoli freneticamente in un grottesco spettacolo di sangue.
Wotangar, in testa al blocco di destra, spezzò rapidamente la linea che avrebbe dovuto ostacolarlo e, forte del resto dell'armata, si diresse verso Torstrid correndo fra le tende del campo; quando poté distinguere il Vessillifero nella mischia antistante, riorganizzò i ranghi e, resi questi compatti in cinque nutrite fila, suonò il corno.
Ben vedeva i soldati al suo seguito affaticati e di corto fiato a causa dello sforzo che ormai da ore andavano profondendo, così, rivolgendosi ad essi, disse:
"Non caricate! Stringete i varchi e marciate su di loro!"
Gli Esterling impegnati contro il contingente di Torstrid sentirono l'attacco alle spalle e, voltandosi, videro i Rohirrim avanzare a passo sostenuto nella loro direzione, elmi calati ed armi sguainate; la gioia nel sapere i rinforzi oramai vicini scatenò ancora più fervore tra gli Uomini giunti attraverso la breccia, mentre invece gli Orientali, soffocati nelle fauci che di lì a poco si sarebbero serrate, furono colti dal panico e disgregarono rapidamente la formazione.
Gli Éothéod in marcia intonarono a gran voce l'Helmenlied affinché il loro trionfo potesse manifestarsi ancor prima del combattimento, grazie al terrore nella quale il Nemico sarebbe sprofondato udendoli, e così avvenne, quando la pesante prima linea cozzò contro la retroguardia avversaria in rotta.
Nello stridore del metallo contorto, il letale, fraterno abbraccio delle formazioni del Mark seppellì gli Esterling sotto una coltre di acciaio e morte, impedendo fino all'ultimo nemico di sottrarsi a tale destino.

Il seme dell'Ombra, giunto così vicino, poteva dirsi finalmente cancellato.
Tutta la gioia trattenuta per rabbia dopo la battaglia di Aldburg ora si riversava in festose urla e risate tra le fiamme del campo, tra i cadaveri, tra i simulacri del Nemico ridotti in pezzi: vittoria, sopra ogni cosa, a qualunque costo.

Quando ebbero brindato, glorificato gli Avi e reso onore ai caduti versando forte birra sul suolo vittorioso come prevedevano le usanze che da secoli li accompagnavano, ormai pronti a tornare verso la città, i Rohirrim vennero allarmati dal trambusto proveniente da una delle poche tende ancora non incenerite.
Wotangar, senza indugiare, si precipitò all'interno con un altro Cavaliere ed ivi i due trovarono un Esterling scampato al combattimento, intento a raccogliere la gran moltitudine di carte gettate a terra nella confusione dell'assalto; il soldato di Rohan subito immobilizzò l'Orientale tra le sue grida mentre Wotangar, attirato da un disegno familiare, sollevò da terra una mappa stropicciata allargandola onde comprendere cosa in essa fosse stato tracciato e scovando anche un ulteriore foglio lì accanto avviluppato.
La fronte del Rohir si corrugò e rilassò più volte, contrastante su ciò che gli pareva di leggere.
I due uscirono dalla tenda con il prigioniero al seguito, mentre ormai tutti i Cavalieri si erano radunati in silenzio per udire cosa Wotangar volesse loro annunciare.
"Questa missiva reca il sigillo reale infranto" Prese a dire questi esibendo il logoro frammento "Sono giunti sul messaggero prima che egli potesse consegnarcela" Constatò poi, contorcendo le labbra prima di proseguire "Re Theoden lascia Edoras e Meduseld. Egli...egli convoca l'esercito e tutta la popolazione del Mark di Rohan affinché si unisca a lui presso il Fosso di Helm, dove gli Eorlingas troveranno sicurezza e protezione dagli invasori delle Due Torri"
Lo stupore lasciò qualche istante di silenzio all'armata, la quale poi esplose nel parlottio tipico delle notizie inattese.
Da una parte vi era gioia in quanto l'immobilismo ed il perpetuo silenzio della corona sembravano finalmente terminati, ma molti, galvanizzati dal trionfo conseguito, recriminavano la scelta di difendersi tra le mura del Fosso.
"Forse noi ci siamo rintanati dentro Aldburg quando il Nemico ci ha sfidati?" Domandavano retoricamente alcuni "Perché non mettere insieme l'esercito e cavalcare su di loro una volta per tutte?" Chiedevano adirati altri, finendo poi per discutere animatamente con chi fosse d'opinione diversa.
"Fatela finita con tutte queste chiacchiere da taverna!" Esplose Ulfreyr il fabbro, cui la battaglia pareva aver restituito la giovinezza "Se non fosse giunto Raav, e con lui i nostri fratelli, ora saremmo tutti cibo per corvi davanti a quelle dannate mura! Vi chiedo, Marescialli del Mark, nel mentre che la vostra divina armata si radunerà, il Nemico prenderà forse congedo per svernare? Non ridurrà invece in cenere ogni città sulla quale poserà lo sguardo e con essa ogni Figlio di Eorl che lì si trovi? Per che cosa combatteremo dunque quando non avremo più i nostri cari e le lande dei nostri padri da difendere?"
Un profondo silenzio d'imbarazzo spense ogni voce senza eccezione alcuna.
"Ecco, ben mi pareva" Riprese il vecchio fabbro "Fareste meglio ad essere più lesti con la spada e con l'ascia anziché adoperare tale abilità per scuotere la lingua improvvisandovi Comandanti. Il nostro signore Theoden ci ha chiamati, e possano crollare le Bianche Montagne seppellendoci tutti se Aldburg non risponderà al legittimo Re di Rohan! Non dico forse il vero, figlio di Wotanhelm?" Domandò, paonazzo in volto, a Wotangar.
"Ebbene, tu lo dici"

Gli rispose il Rohir.
"Per Eorl allora, cosa ancora attendete? Che vi si porti sulla carrozza dei Sovrintendenti di Gondor forse? Manica di scansafatiche, vedete di montare in sella e portare le vostre ossa al Fosso di Helm, prima che vi ci trascini io legati ad una fune strisciando per tutta l'Estfalda!"

Terminò Ulfreyr al culmine dell'ira, dirigendosi poi verso i cavalli.
Ammutolita, la truppa seguì con lo sguardo il fabbro finché fu giunto a debita distanza e solo allora, dapprima sommesse, furono risate a pervadere ogni animo lì presente.
"La rabbia degli Avi si manifesta! Quale fortuna averne uno fra noi!" Scherzavano i soldati "Combattere per la terra dei nostri antenati? Ahimè, dunque difendiamo la terra di Ulfreyr per primo!" Sghignazzavano altri, mentre alcuni ancora imitavano goffamente i rimproveri ricevuti scatenando quindi l'ilarità dei compagni.

Quando il morale fu tornato alto fra gli Uomini, Wotangar prese la parola:
"Cavalieri, avanti, è giunto il momento di fare ritorno. Ci attendono poche ore di riposo ed una lunga giornata di preparativi per il viaggio. La strada per il Fosso non è sicura e dovremo essere rapidi, pronti a tutto"
"Mio signore, cosa dobbiamo farne del prigioniero?"

Chiese un soldato.
A quella domanda il Rohir esitò vistosamente: un tributo di sangue andava pagato ed egli lo sapeva.
"Tagliategli la destra e lasciatelo tornare dall'Oscuro Signore. Possa questi vedere cosa è avvenuto alla mano che ha osato spingere sin nelle fauci del lupo" Rispose quindi, avviandosi a montare in sella "Non perdiamo ulteriore tempo. Raccogliete i caduti e null'altro" Ordinò infine "Lasciamo che il fuoco divori questo luogo ed i resti di chi l'ha costruito"

Un giorno vittorioso andava concludendosi, ma la lunga notte non era altro che al principio...
 
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Lei lo avrebbe riconosciuto, se fosse stata lì, in quel momento?
Questo si chiedeva Wotangar, mentre stancamente conduceva la colonna di Cavalieri verso le mura di Aldburg.
Il peso del rotondo scudo legato alla schiena lo sfiniva, il cigolio della spada fissata al fianco sinistro lo tormentava così come la corazza, fardello contorto e lacerato, testimone della furia della battaglia, ma ciononostante la sua domanda non accennava a cambiare: Rodelleth lo avrebbe riconosciuto, se fosse stata lì, in quel momento?

Più di due anni erano passati dal loro ultimo incontro, dal loro addio, dal momento in cui una scelta lo aveva scosso più profondamente dell'orrore della guerra.
Da allora, settecentotrentaquattro soli i suoi occhi avevano visto, tanto ardentemente vissuti che parevano tutti parte del medesimo giorno.
Quanto, infine, il tempo era scivolato via? Quanti dubbi rimanevano ancorati alla memoria? Quante domande non avevano trovato risposta?
Una, però, lo assillava più di tutte: lei lo avrebbe riconosciuto, se fosse stata lì, in quel momento?

Combattere e viaggiare erano state le uniche cose fatte da Wotangar durante quel lungo lasso di tempo, null'altro.
Ora era lì, sull'ennesimo campo di battaglia si ergeva, stremato, insozzato dal sudore, dal sangue, dal vomito e dal fango, con un'incolta barba a ricoprirgli il volto e con lo scudo più segnato di quanto avrebbe voluto; ben più forte il suo corpo era diventato, così come più asciutta la sua figura e sicuro il suo passo, non vi erano dubbi, ma nell'abisso del suo essere si era fatto più severo: a quelle profondità, le cicatrici delle ferite inferte da ogni sfida alla quale era stato sottoposto lo avevano temprato, cresciuto, cambiato.
Un attimo di repulsione lo colse, prima di afferrare quel poco di consapevolezza di sé.
Non era più quella persona, almeno non completamente, neppure negli occhi.
Ma dunque, Rodelleth, avrebbe riconosciuto il Cavaliere che anni addietro aveva sollevato lo scudo in sua difesa? Lo stesso Uomo che per amor suo era riuscito nell'impresa di deporre orgoglio e gloria, colui il cui fuoco ardeva più forte di ogni avversità, il guerriero pronto a scendere nella più crudele delle battaglie se questa fosse valsa un solo sorriso dell'amata Primogenita di Iluvatar.

Il nobile selvaggio, l'Éothéod possente e bellicoso, torreggiava adesso con chino capo in sella al bianco destriero, pagando il fio della sua illusione.

L'armata procedeva lentamente, non vittoriosa, non in trionfo.

Troppo grave era il peso dei caduti perché si potesse anche solo pensare di festeggiare.
Il silenzio assordante la fece apparire simile alla grande ritirata presso il Fosso durante il Lungo Inverno, con Wotangar, primo dei suoi ancora avente l'elmo da guerra indosso, del tutto somigliante all'allora Re Helm per figura a cavallo, ugualmente martoriata dai crucci dello spirito ed avulsa da una realtà per la quale provava rigetto.

Quel lontano giorno, sulle sponde dell'Anduin, avrebbe dovuto prenderle la mano e non lasciargliela mai più.
Avrebbe dovuto dimenticare tutto, le sue origini, la sua terra, il suo popolo, i suoi fratelli, tutto, come già una volta per lei aveva fatto senza però riuscirvici fino in fondo, in quanto il sangue, a differenza del cuore, non era stato in grado di sottostare al suo volere.
Avrebbe dovuto farla montare in sella a Sleipnhild e cavalcare lontano dal Bosco Atro, lontano dalla guerra, lontano da ogni cosa, affinché un nuovo inizio potesse esserci per loro.
Tutto questo avrebbe dovuto fare per vedere una realtà nella quale la loro gioia si potesse realizzare, per vivere una vita con lei e solo lei al suo fianco.

In quel momento Wotangar desiderò più di ogni altra cosa essere nell'alto Bosco Atro, presso Ost Galadh, solo per poter cavalcare lungo la strada maestra che da lì attraversa la selva, passando per Gathburz e giungendo ad Helethir, salendo poi l'irto sentiero che conduce a Dol Guldur ed infine, lì, trovarvi Rodelleth: le si sarebbe seduto accanto senza dire una parola ed, insieme, avrebbero ammirato le lontane montagne avvolte dalla nebbia per ore, come erano soliti fare tanti anni prima, in silenzio, tenendosi per la mano.
Un acuto dolore sembrò perforargli il capo.
Forse aveva davvero sbagliato ogni cosa.

Il Rohir si portò una mano all'elmo e lo svestì, sfilandolo lentamente senza distogliere lo sguardo da terra.
In un secondo momento sollevò la testa, quasi per mostrarsi ad un inesistente interlocutore.
Lei lo avrebbe riconosciuto, se fosse stata lì, in quel momento?
"Non mi riconosci? Sono io, Wotangar"

Gli venne spontaneo sussurrare, ma nessun suono uscì dalla sua bocca.
In fondo, non era certo di stare dicendo la verità...
 
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"Cosa ti cruccia, figlio di Wotanhelm?"

Ulfreyr si accostò a Wotangar procedendo nella marcia.
"Ricordi" Rispose indolente il Rohir, interrotto nel bel mezzo delle proprie macchinazioni "Ferite che ogni qual volta paiano chiuse, tornano ad aprirsi sanguinando più di prima"
"Ricordi, dunque? I tuoi migliori alleati così come i tuoi peggiori avversari" Sentenziò il fabbro "Ti ho mai narrato della prima volta che combattei al fianco di tuo padre, quando ancora il nostro regno si ergeva possente?"
"No, non l'hai mai fatto, ma racconta ora, te ne prego, affinché le tue parole allontanino dolorose vicende dai miei pensieri"

Rispose Wotangar.
"Nefaste, sì, queste vicende di cui parli, se a loro preferisci la voce di un vecchio raccontare eventi che il tempo stesso pare aver dimenticato"

Prese a narrare Ulfreyr, carezzandosi la bianca barba.

"Quasi quattro decadi sono trascorse, ma negli occhi ho ancora ogni singolo istante vissuto in quei giorni. Erano i tempi in cui il Mark cresceva forte e giovane: ricchi raccolti lo nutrivano, grandi pascoli lo rifornivano di cavalli, e, numerosissime, le miniere di ferro dell'Ovestfalda lo armavano rendendolo sicuro. Le sue genti operose costruivano nuovi villaggi permettendo a nuove generazioni di vedere la luce, i suoi Cavalieri ne facevano un allettante alleato così come un nemico poco desiderabile e tutti noi, aventi la fortuna di nascere in quegli anni, pensavamo finalmente di prosperare dopo secoli di guerre e migrazioni, pensavamo davvero che fosse giunta l'ora dei Figli di Eorl.
Ma sbagliavamo, e non sapevamo di quanto.

Ogni tre anni il Re era solito convocare quanti più Cavalieri si offrissero volontari e, radunatili, conduceva l'Inval, la razzia, contro i nemici che avevano mosso offensive lungo i confini del Mark durante gli anni precedenti. Spesso si trattava di Dunlending a Nord della Breccia e dei Guadi, per cui pareva ormai consuetudine svolgere contro quelle lande l'Inval, devastandole onde rendere sicuri i confini. Quell'anno però le cose andarono diversamente: il vento di un nuovo, buio tempo aveva iniziato a soffiare su Rohan e le testimonianze furono inequivocabili.
Quell'anno Thengel Re morì, così gli succedette il figlio, Theoden, di buona fama presso tutte le genti del Mark; il giorno dopo la sua incoronazione, proprio mentre programmava la sua prima razzia nel Dunland, giunse la notizia che da Nord-Est, sul fianco orientale del Wold, erano stati dati alle fiamme numerosi insediamenti di pastori e nessuno degli abitanti era riuscito a scampare al massacro lì svoltosi. Theoden Re capì subito come gli Esterling, silenti da oltre vent'anni, avessero ripreso le vessazioni di confine ponendo alcuni vasti campi poco dopo l'Anduin e, presso quelli, stessero raccogliendo forze da scagliarle contro terre ormai credute sicure; immediatamente il sovrano invocò l'Inval contro gli Orientali e, radunata una forte armata, condusse la sua prima spedizione come successore di Eorl.
Io ero un ragazzo ben più giovane di quanto tu sei ora, ma proprio quell'anno raggiunsi l'età d'armi e mi affrettai a seguire il nuovo Re spinto dall'entusiasmo generale, dalla fiducia che gli Éothéod sentivano di voler riporre nella corona e galvanizzato dall'odio verso gli Esterling che, essendo radicato nei vecchi, divampò feroce raddoppiando il numero dei volontari per l'imminente rappresaglia.
Da Aldburg in molti ci unimmo, compresi tuo padre e Raav, di alcuni anni più anziani e già temprati dalla battaglia, desiderosi di incontrare il Nemico per fare la nostra parte, per orgoglio, per ottenere il vanto di essere stati presenti.

Fu così che, radunati ad Edoras e svolti i riti preparatori in onore degli Avi, partimmo alla volta d'Oriente acclamati e festeggiati come eroi.
Non potrei descriverti la gioia da me provata durante tutta la cavalcata sino alle pianure del Wold, ma tenta di immaginare un ragazzo non ancora Uomo che per la prima volta in vita sua attraversa le lande al di fuori della Valle di Aldburg, immagina questo ragazzo appena addestrato sentirsi invincibile nel fiume scintillante di corazze incolonnate mentre brama di incontrare l'antico, odiato Nemico e di battersi contro questi sguainando la spada dei suoi padri per poi far ritorno in trionfo, una volta vincitore sulla minaccia dell'Est. Tutto ciò che v'è narrato nelle leggende e che sin dalla tenera età desideriamo era a portata di mano, pronto per essere vissuto.

Sotto una battente pioggia varcammo l'Anduin ma, una volta in terra straniera, questa cessò del tutto e ci ritrovammo in una landa spoglia, arida, rocciosa, con solo freddi venti a flagellarla.
Era da poco passato il mezzodì quando, anziché piantare le tende e raccogliere vettovaglie come sarebbe convenuto ad un esercito accorto, i Comandanti, spronati dagli esploratori che ci precedevano, vollero muovere immediatamente su d'un accampamento nemico ritenuto prossimo alla nostra posizione; il Re, con umiltà e ragione, si affidò ai Marescialli veterani più esperti di lui affinché votassero sul da farsi e questi, incuranti del crepuscolo che in quelle terre sopraggiunge assai prima di quanto non faccia nel Mark, decisero di condurre l'attacco senza attendere oltre.
La stanchezza ed il terreno accidentato ci fecero proseguire lentamente, ben più di quanto gli esploratori non avessero previsto, così raggiungemmo l'avamposto nemico solo al calar della sera e venimmo disposti in formazione da battaglia, pronti a muovere l'assalto; rammento che venni assegnato ad una eored sulla retroguardia dell'ala destra, e con me molti altri nuovi Cavalieri in quanto era una posizione tutto sommato sicura dove la nostra inesperienza non avrebbe causato incidenti, senza per questo impedirci di prendere parte allo scontro.
Da quel momento in avanti le mie memorie divengono offuscate.

Ricordo il buio, l'ordine di seguire i Capitani con le torce, i corni della carica e la confusione dello schianto, poi, una voce che ancora oggi mi risuona in testa portando con sé il medesimo terrore provato all'epoca:
<<Muovono sulla retroguardia destra! Cavalieri, mantenete la posizione e vedrete ancora la luce del giorno!>>
Fu impossibile eseguire quell'ordine poiché un assalto impetuoso ci coinvolse, gettando il panico tra le nostre fila.
Il combattimento centrale pareva distante ed il buio non faceva che acuire il marasma dei fuochi, delle voci, dei nitriti in una bolgia di ferro e carne, mentre sentivamo di distaccarci sempre più dal resto dell'armata senza aver possibilità di invertire la tendenza.
Quella notte non vidi, non lottai, non fui colpito da Nemico alcuno, fu come se avessimo battagliato contro la notte stessa e contro le sue tenebre.
Venimmo solo dopo molto tempo a sapere di come la Fortuna non fosse stata nostra compagna in quei momenti, in quanto, per pura casualità, un contingente di Esterling proveniente dall'interno aveva deciso di trascorrere la notte presso quello stesso campo scelto per il primo attacco e, giunti poco dopo la nostra carica, ci avevano colti di sorpresa alle spalle, intrappolandoci e tagliando fuori l'intera retroguardia destra, complice l'inesperienza di noi giovani che la costituivamo.

Spezzati, umiliati, sconfitti, ci riversammo in una disordinata rotta utilizzando i soli corni per rimanere uniti durante l'allontanamento, fino a che non sopraggiunse l'alba ad illuminare i volti di chi avevamo al fianco; ci ritrovammo in un centinaio di Cavalieri per la maggior parte della mia generazione alla loro prima spedizione militare, in un luogo del tutto sconosciuto, chissà quanto lontano da Rohan e dal resto dell'esercito.
Anche se non volevamo ammetterlo, troppe domande ci assillavano: esisteva ancora un esercito? Erano scampati alla notte vincendo l'accerchiamento o ne erano stati soffocati? E noi, saremmo tornati a casa? Se si, quale vicenda avremmo dovuto narrare e di quale disonore saremmo stati accusati?
Percependo la tragedia che andava prospettandosi, l'Uomo con più esperienza e più anni nei muscoli prese il comando senza nessuno contrario manifesto, visto il carattere autoritario che lo contraddistingueva.
Questi proveniva da Settentrione, da Forlaw, Heermolda era il suo nome e spiccava dai più per quattro trecce di bianchi capelli, avviluppate alla maniera dei Rohirrim di quelle lande, che gli cascavano dall'elmo somigliando a parte stessa della candida barba da lui portata, folta ed ispida, segnata da secchi inverni e fresche estati; Heermolda Isensculdor, Spalla di Ferro, poiché con questo epiteto era conosciuto, senza né attendere oltre né prendere consulto alcuno, assunse subito la decisione più razionale, ovvero quella di seguire il sole verso Occidente fino al Grande Fiume e fare così ritorno entro i confini del Mark.


Fin dove ci eravamo spinti?
Marciammo per due giorni senza cibo e condividemmo con i cavalli la poca acqua rimastaci, vista l'aridità della regione, finché questi non iniziarono a crollare al suolo esausti, morendo uno dopo l'altro per la sete o per lo sforzo profuso; assistemmo a scene strazianti poiché la morte sopraggiungeva tra sofferenze indicibili e noi, cresciuti con gli stessi animali che ora vedevamo spirare a quel modo, ne fummo talmente scossi da preferire i morsi del languore al solo pensiero di cibarci dei loro corpi esanimi.

Terzo giorno all'ora in cui il sole è più alto nel cielo: calore, sete, sfiancamento, fame.
Fallimento, sconfitta, disonore, morte: gli unici pensieri a tormentarci.
Una colonna di Éothéod, ognuno con il proprio scudo sulla schiena e l'elmo sotto braccio, perduti in quella landa desolata, così lontani da casa.
Procedendo nel letto asciutto di un torrente costeggiato da due rocciosi crinali, d'un tratto vedemmo la polvere levarsi lontano alle nostra spalle e, assicuratici che non fosse un inganno degli occhi, scoprimmo cavalieri nemici, probabilmente attirati dal sentiero di carcasse, lanciati verso di noi in formazione da battaglia; pareva un esiguo squadrone di Variag, nulla più, e per quanto fossimo in condizioni disastrose, la vittoria era per noi certa ancor prima di affrontarli.
Confidenti, facemmo per montare a cavallo, quando Spalla di Ferro prese a gridare come un folle, livido di rabbia:
<<Ingenui! Carne da macello! Credete davvero di aver a che fare con un nemico stolto quanto voi?!>>
Egli sapeva cosa stava avvenendo e non a caso era impallidito alla vista di quello sparuto gruppo di Variag.
<<Avanti, cavalli al centro e corona di scudi intorno a loro! Molti sono caduti per noi ed ora è tempo di dimostrarci parimenti fedeli>>
Mentre ancora ci chiedevamo il perché di tale ordine, il suono di un corno vibrò tra le nostre fila immediatamente seguito da un urlo:
<<Imboscata! Si riversano dai crinali!>>
Dalla cime dei pendii infatti, muovendo sul terreno accidentato, proruppero gruppi di Esterling in fortissimo numero che subito presero a discendere le alture per raggiungerci; chiusi da tre vie, nessuno pensò alla fuga sia in quanto i cavalli mai avrebbero sopportato tale sforzo e poi perché, soprattutto nei veterani come Heermolda, un secondo rifiuto di battagliare sarebbe stato nulla meno che intollerabile.
Quando Spalla di Ferro ebbe terminato la formazione ponendo un veterano ogni tre reclute, tanto pochi erano i soldati esperti di cui disponeva, guardò tutt'attorno e comprese come non saremmo mai sopravvissuti alla moltitudine di Esterling che, spinti dalla sicurezza dell'agguato, bramavano ora di annientarci; fu la prima ed ultima volta che sentii la paura regnare dentro di me, incontrastata, mentre tentavo di placare i tremori affinché lo scudo rimanesse fermo e guardavo nervosamente i compagni al mio fianco, stringendo l'elsa della spada di mio padre, sicuro della fine oramai prossima.
Heermolda Isensculdor non era un Maresciallo, né un Capitano, ma non esitò a pronunciare la formula che per giuramento questi devono recitare nel momento di sicura disfatta e, ragazzo, ti auguro di non dover mai udire tali parole, di non doverti mai trovare nella situazione in cui un tuo stesso comandante proferisca la tua condanna a morte mentre ancora attendi l'impatto con il Nemico.
In pochi fuori dai nostri confini ne hanno conoscenza, ma molti si stupirebbero se sapessero tutte le tradizioni e gli obblighi che regolano la nostra condotta in battaglia, dunque, vedi di apprenderle in fretta poiché non sai quando ti potranno tornare necessarie.
<<Rohirrim! Discendenti di Vidugavia!>> Proruppe Spalla di Ferro <<Ora che la notte più buia cala su di noi, affrontiamo il tramonto dei Figli di Marwhini come le nostre Leggi ci comandano: non catena costringerà l'Éothéod, non arma verrà abbandonata, non braccio smetterà di lottare finché non sarà morte a quietarlo. Il dolore della lancia, il cui freddo acciaio penetra la carne, è il pegno da pagare per potersi unire agli Avi nell'Ultimo Giorno, per ottenere la nostra ricompensa nell'eternità. Caduto il corpo, immortale lo spirito!>>
Heermolda imbracciò con entrambe le mani una lunga ascia che portava fissata alla schiena e la fece roteare, furente, prima di concludere nella lingua dei suoi padri quanto aveva fin lì annunciato:
<<Ovunque cavalchiamo, qualunque missione affrontiamo, contro chiunque combattiamo, noi siamo Eorl, noi siamo Helm, noi siamo Rohan! Modet og ære, mine brødre! Rohan ubesejret!>>
Con quelle parole ogni paura svanì, andò cancellata, sconfitta.

Per la prima e forse ultima volta mi accingevo a combattere il Nemico ma, per la prima volta davvero, capivo finalmente cosa fosse Rohan.
Rohan è un'idea, è l'accettazione del nostro Fato e della nostra Fortuna, è l'adempimento del proprio dovere anche quando non se ne trarrà beneficio, è la convinzione incrollabile che nessuno possa soggiogarci ed è, arrogantemente, la feroce ammissione della propria superiorità contro chiunque minacci la nostra libertà.

<<Rohan! Rohan! Rohan!>>

Gridammo tutti, ormai consapevoli di quanto ci attendeva.
Spalla di Ferro mi passò di fronte e, vedendo la mia giovane età, si accostò a me bisbigliando:

<<Non ti azzardare a cadere prima di me o, in caso contrario, me la pagherai quando ci rincontreremo nell'Ultimo Giorno>>
<<Vedrò di non deluderti, mio signore>>

Gli risposi sorridendo e, visto che posso narrare tali vicende, direi che infine non l'ho deluso affatto, anche se non proprio per merito mio.
Dall'unica via libera, ad Ovest, ebbi quella che tutt'ora rimane la più felice visione della mia vita: due verdi stendardi apparvero all'orizzonte ed, in mezzo a loro, il Re in persona cavalcava furibondo verso di noi con al suo seguito l'armata dalla quale ci eravamo distaccati.
Rohan aveva premiato la nostra fedeltà.
<<Théoden Cyning! Il Re è con noi! Non è questo il tramonto dei Figli di Marwhini!>>

Si udì dal cerchio che avevamo disposto intorno ai cavalli.
Se possibile, ancor più coraggio ci affollò il petto quando ormai gli Esterling avevano completamente disceso i crinali e distavano pochi metri da noi, così, Heermolda si frappose come avrebbe fatto un padre a difesa dei figli, ruggendo, levando l'ascia al cielo ed invocando gli Avi nel dialetto di Forlaw.
Un primo Orientale, un assaltatore armato alla leggera, raggiunse Spalla di Ferro attaccandolo, ma il vecchio, bloccato il fendente, colpì con l'asta il ventre avversario facendolo inarcare dal dolore e, quand'ebbe con entrambe le mani impugnato l'ascia, portò la lama sin dietro la schiena per caricare al massimo della sua forza.
<<Sværdtid, øksetid!>>
Gridò voltandosi verso di noi e rabbiosamente liberò un micidiale colpo, terribile a vedersi, con la quale strappò la testa del nemico recidendo maglia di ferro, cuoio, carne ed ossa.
I veloci incursori Orientali furono su di noi in un baleno attaccando da ogni lato la corona di scudi che, tuttavia, non mostrò segno di cedimento alcuno finché non furono i fanti pesanti di Rhun a fare la propria comparsa dando l'assalto dal crinale meridionale con uno stridulo corno a precederli; quest'ultimi, compatti e corazzati, presero a schiacciare la zona designata mietendo parecchie vittime tra i nostri, tanto che Heermolda assottigliò la fascia antistante per portare lì alcuni soldati di rinforzo, tra cui anche me.
Appena disposto ingaggiai subito la lotta con uno dei lancieri di Rhun e, senza aver mai combattuto una guerra prima di allora, scoprii cosa i Cavalieri veterani intendessero narrando della gioia della battaglia.
Non saprei dirti quali fossero i miei sentimenti giunto fin lì, ma nell'istante in cui mi trovai di fronte al Nemico, il pericolo, la paura, l'eccitazione, la vanagloria, l'orgoglio, fecero esplodere in me una felicità mai provata, mi fecero sentire in qualche modo a casa perpetrando un gesto che per dovere diviene tradizione tra la nostra gente; ero giovane, forte il mio corpo, acuti i miei sensi, sentii di volermi abbandonare a quella gioia, a quella felicità, a quella passione, sentii un richiamo profondo e feroce alla quale non dovevo far altro che rispondere.
L'Orientale andò a vuoto con la sua lunga lancia e credo di avergli sorriso prima di liberarmi da ogni vincolo che avrebbe potuto trattenermi oltre.
Afferrai il suo braccio sotto al mio e glielo spezzai, lo colpii con lo scudo facendogli perdere l'equilibrio ed ancora, nel momento in cui cadde verso di me, la spada dei miei padri si fece finalmente strada tra le sue viscere permettendomi di sentire l'odore del suo sangue mentre, morente, scivolava ai miei piedi.
Mi resi conto di quanto fossero in realtà minuti gli Esterling, nulla più che omuncoli, deboli, di certo senza possibilità di competere con la nostra forza e, così, li fissavo dall'alto verso il basso, ognuno di loro, mentre li uccidevo con un'arroganza che di lì a poco dovetti pagare, per mia fortuna non a pieno prezzo.
Afferrato dalla furia e compiaciuto dalla disfatta che stavo infliggendo al Nemico, dopo averne massacrati venti o forse più, gettai lo scudo prendendo a combattere con la sola spada per essere più veloce, per poter ancora aumentare quella che presumevo fosse gloria ma, d'altronde, anche esponendo me e tutto il resto della formazione ad un rischio stolto, inutile in momenti tanto gravosi; non tardò a giungere un avversario ben più abituato alla lotta di quanto non fossi io, un altro di quei luridi Uomini di Rhun, il quale si prese gioco di me fingendo un paio di attacchi per poi conficcarmi la lancia nella coscia sinistra dove più non avevo scudo a protezione e, una volta sfilatala, si accinse a darmi il colpo di grazia mentre giacevo al suolo, crollato in ginocchio.
Non sapendo cos'altro fare, disperato, mi scagliai contro l'Orientale avvinghiandomi a lui perché non potesse colpirmi con la lancia, ma questi la lasciò cadere al suolo, estraendo invece un pugnale nel febbrile tentativo di divincolarsi dalla mia presa.
<<Tienilo con tutta la forza che hai!>>

Udii distintamente prima di avvertire un duro colpo, seguito dal rigurgito sanguinolento dell'Esterling che si riversava su di me: Heermolda era giunto appena in tempo e la sua ascia giaceva conficcata nella schiena dell'Uomo di Rhun, morto all'istante.
Strappata l'arma dalla carcassa, Spalla di Ferro si avvicinò e mi scagliò un pugno diritto in faccia, imprecando ed insultandomi come mai avevo udito fare.
<<Per colpa degli stupidi come te, i valorosi cadono. In formazione, con accanto compagni da proteggere, ti permetti di gettare lo scudo?! Anziché combattere perché i Cavalieri al tuo fianco sopravvivano a questo giorno, tu osi esporli al Nemico per egoismo. Prova ancora ad agire come hai fatto poc'anzi e risparmierò agli Orientali la fatica di ammazzarti>>
Venne sibilandomi faccia a faccia, mentre ancora stavo accovacciato.

Poi, visto come faticavo a camminare per la ferita alla gamba, mi afferrò per la corazza e mi trascinò all'interno del cerchio affinché potessi rimettermi in piedi senza essere abbattuto.
Gettatomi come fossi una cassa di spade con l'invito ad alzarmi in fretta per tornare in linea, Spalla di Ferro si lanciò nuovamente dove più il combattimento infuriava e, nel mentre riduceva in pezzi gli avversari, notò che i Rohirrim rivolti a Meridione cedevano terreno inesorabilmente, così, gettato uno sguardo ai rinforzi ormai prossimi a soccorrerci, li incitò:
<<Figli di Eorl, mantenete la linea! Per fedeltà al Re che ora giunge in nostro aiuto, perché egli sia fiero dei suoi Cavalieri, non cedete terreno, non lasciate che il Nemico vi pieghi!>>

Disse quindi il vecchio Rohir di Forlaw, levando l'insanguinata ascia al cielo.
Non potevamo deludere il Re sotto i suoi stessi occhi.
Mi sollevai dimenticando la ferita alla coscia e mi unii al versante meridionale riprendendo, tra le urla d'incoraggiamento dei miei compagni, il posto abbandonato poco prima.

Il cerchio di scudi a quel punto piantò i piedi a terra con una tale violenta furia che Heermolda svestì l'elmo scagliandolo lontano e lasciò che le sue bianche trecce roteassero selvagge, come fosse un invincibile guerriero dei tempi antichi giunto per dominare la feroce mischia.

Tutti ci voltammo udendo suonare il corno del nostro valoroso Re, infatti, i suoi stendardi stavano ora inclinati a comandar la carica ed i suoi più forti campioni, tra cui Raav e Wotanhelm, lo seguivano in seconda linea ad armi sguainate rivolte verso di noi.
<<Avanti Eorlingas!>>

Tuonò possente la voce di Theoden.
A quel punto una valanga di ferro investì gli Esterling costeggiando invece il nostro cerchio, come un torrente che avvolge le pietre senza scalfirle ma portando via tutto attorno a loro; vedendo i nostri essere giunti per primi ed i fanti Orientali ormai sbaragliati, gli antistanti cavalieri Variag cercarono di frenare per invertire la carica in rotta, ma non vi riuscirono tanta la forza con la quale si erano lanciati contro la nostra posizione e, così, rimasero travolti nel medesimo modo in cui lo sono stati fuori le mura di Aldburg, incapaci di reggere il nostro urto.
<<Theoden! Theoden! Theoden!>> Si levò l'urlo dalla nostra formazione <<Theoden Re, flagello di Rhun!>>
<<Buio e morte incombono sul Nemico! Rompete le linee ed attaccate, senza rimorso, senza pietà!>>
Al comando di Heermolda Isensculdor ci lanciammo contro i pochi avversari sopravvissuti alla carica e li scannammo in una ferale mischia dove la nostra combinazione di fanti e cavalieri ebbe la meglio in modo schiacciante; in ultimo, Spalla di Ferro vide uno dei Capitani Orientali nel mezzo della lotta e puntò diritto verso di lui atterrandolo con un vigoroso pugno, poi, lo sollevò e lo gettò inerme in ginocchio, ciondolante per il grave colpo subito.
<<Død!>>

Gridò affinché tutti si voltassero e, sollevando ancora quella temibile ascia, la piantò in mezzo al cranio dell'Esterling, spaccando l'elmo e tranciandone i pennacchi, come se la lama non avesse incontrato resistenza alcuna.
Quella vista infranse definitivamente il morale del Nemico e gli Uomini di Rhun iniziarono a fuggire disordinatamente in ogni direzione, dove più sembrasse loro di riuscire a trovar scampo.
Li uccidemmo tutti affinché nessuno potesse raccontare quanto aveva visto, ma uno di loro nella confusione prese ad arrampicarsi sul crinale dalla quale ci avevano teso l'imboscata e, quando ce ne accorgemmo, aveva già percorso metà della strada per la cima.
Raav Aldwulf per primo lo vide e, scorgendo il suo compagno d'arme più vicino di quanto lui non fosse, esclamò:
<<Per Eorl! Wotanhelm, non farlo giungere alla sommità! Prendilo!>>
Tuo padre allora, sollevato lo sguardo, si gettò giù da cavallo sozzo di sangue com'era, abbandonò le armi e si lanciò all'inseguimento inerpicandosi per la ripida salita che lo separava dall'Esterling, interamente vestito dalla corazza che indossi tu ora.
Non credo dimenticherò mai ciò che vidi: un Rohir in armatura da battaglia che si faceva strada tra le rocce come fosse una capra delle Bianche Montagne, per giunta prendendo terreno all'Orientale, mentre tutta l'armata dabbasso lo spronava gridando motti e parole d'incitamento.


Dimmi Wotangar, ti sei mai chiesto cosa abbia recato l'ammaccatura presente dietro al tuo elmo? No? Ebbene, te lo spiegherò io.
Quando i due giunsero sulla sommità del crinale, l'Orientale aveva ancora un modesto vantaggio su tuo padre ed egli, affinché l'inseguito non si gettasse scivolando dal versante opposto, non sapendo cos'altro fare, si tolse l'elmo e glielo scagliò contro centrandolo alla nuca: il colpo fu così violento da far ruzzolare quello al suolo e da affossare la parte contusa del metallo.
Noi altri che seguivamo con non poca apprensione la scena, esultammo già pronti a festeggiare, ma l'Esterling si rialzò immediatamente e, raggiunto da Wotanhelm, estrasse un pugnale rendendosi pronto a combattere; i due, con respiro affannoso per la gran corsa, si affrontarono per alcuni secondi studiando i movimenti l'uno dell'altro finché l'Orientale per primo non mosse l'attacco.
Tuo padre, inconsapevolmente, in quel frangente mi insegnò il valore del sacrificio in nome della vittoria da raggiungersi ad ogni costo, senza condizioni, figlia della volontà implacabile.
Wotanhelm espose di proposito la spalla sinistra all'assalto e proprio lì il pugnale penetrò nella carne, ferendolo con dolore ma permettendogli di essere padrone della situazione, avendo lui stesso cercato ciò al fine di prevalere.
Le fila sussultarono sbigottite udendo il nostro gridare per la sofferenza del colpo infertogli, ma ruggirono insieme a lui quando, finalmente giunto a contatto, con la mano destra afferrò l'Esterling al collo franandogli addosso ed atterrandolo in posizione favorevole; ancora più forte si fece la nostra voce ad ogni colpo che Wotanhelm riversava sull'ormai condannato Nemico, senza alcun controllo, mosso dalla stessa gioia che aveva afferrato me durante la battaglia, animato da quella medesima passione, terribile e sublime, che guida ogni Figlio di Eorl nell'ora della spada.
Quando tuo padre si rialzò la sua mano grondava sangue ma, non ancora soddisfatto, sollevò l'avversario con entrambe le braccia e lo scagliò giù dal roccioso crinale, suonando poi una trionfale nota di corno affinché tutti potessimo esultare per la vittoria ormai completa.
Non uno degli Esterling scampò alla morte quel giorno, non uno di loro poté mai raccontare ciò che aveva visto.
In seguito erigemmo un trofeo con armi, scudi e corazze del Nemico onde celebrare il nostro successo, glorificammo gli Avi e rendemmo onore ai caduti, per poi concludere il giorno attribuendo ad Heermolda il campo di battaglia, la cui conca circondata da crinali porta tutt'ora il nome di Isensculdorfeld.
La spedizione proseguì ancora per alcune settimane, durante le quali devastammo la regione e rademmo al suolo tutti i campi del Nemico nel raggio di numerose leghe; tanto violenta fu la nostra rappresaglia che per quattro lunghe decadi nessun Uomo dell'Est osò più mettere piede entro i confini del Mark, fino ad oggi, dove però abbiamo ricordato loro quale prezzo esigiamo per tale atto.
Fatto ritorno in Patria, a lungo acclamammo Theoden poiché come un padre era giunto in nostra difesa nell'ora del bisogno, arso dall'amore per il suo popolo così come ogni Re di Rohan dovrebbe essere, mettendo per esso a repentaglio la propria vita pur di poter condurre in prima linea la cavalcata contro le armate del Nemico.


Ora meglio capirai il motivo della mia ira nel momento in cui, ricevuta la chiamata al Fosso di Helm, ho udito Uomini titubanti che osavano dubitare sul da farsi.

Quando noi abbiamo invocato il Re, nella notte più buia, egli si è fatto avanti portando luce nelle tenebre ed ora che la sua voce ci chiama, forse per l'ultima volta, suoneranno in risposta i nostri corni, canteranno feroci le nostre spade e con orgoglio accetteremo qualunque disegno il Fato abbia in serbo per noi.
Wotangar, io non so cosa si abbatterà sul Fosso, ma so che sarà qualcosa di mai visto prima, di tale inimmaginabile forza che, con tutta probabilità, cancellerà per sempre il nostro popolo con la volontà di distruggere l'intera Razza degli Uomini e, tutto ciò, per timore nostro, per paura che il nostro coraggio si desti.
Avvenga dunque ciò che deve, non importa, ma Theoden Re avrà i Cavalieri di Rohan al suo fianco e con lui affronteremo la fine, se tale ha da essere"

Wotangar sorrise ad Ulfreyr e, notando le lacrime che gli avevano affollato gli occhi mentre pronunciava quell'ultima frase, pose una mano sulla spalla del fabbro di Aldburg.
"Prego gli Avi affinché Eorl rammenti la tua fedeltà quando giungerà l'Ultimo Giorno, ma per ora, Theoden può esserne certo: Aldburg risponderà, Aldburg combatterà per il Re"
Il vecchio Rohir sorrise a sua volta e, sul calar del giorno, i due iniziarono a scorgere le pire ergersi fuori le mura della città...
 
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Quattro enormi colonne di fuoco ardevano di fronte alla gente di Aldburg consumando le spoglie dei suoi caduti, liberando nei gelidi venti di montagna i resti di quei fratelli, padri, figli che poche ore prima avevano varcato i Cancelli nella difesa ultima; accanto ad ogni pira sorgeva un trofeo di armature nemiche per celebrare i quattro contrattacchi vittoriosi che avevano scandito i ritmi della cruenta battaglia, mentre distante, a valle, una volta ammassati i cadaveri degli invasori, era stato issato davanti a questi uno stendardo del Mark con ai suoi piedi le insegne nemiche tutte, spezzate ed umiliate.


Nel silenzio della notte, come luci nate dall'incandescente riflesso delle fiamme, gli occhi dei Rohirrim radunati attorno ai propri caduti brillavano severi, furenti, tanto straziati dal dolore quanto consumati dall'ansia di incontrare ancora il Nemico in battaglia, pronti a saziare quel coraggio ormai desto ed inarrestabile.

Il collegamento con un oscuro passato sorgeva, un passato vissuto tra foreste e pioggia, fango e gelo, riti selvaggi e potenti divinità.

Per quanto le conservasse con riserbo, Rohan non aveva dimenticato le sue origini né tanto meno intendeva rinnegarle: sin dalla loro nascita, gli Uomini del Rhovanion si erano tenuti al di fuori delle vicende che avevano coinvolto l'Ovest dal Beleriand all'Ossiriand, essendo separati da tali distanti lande per via delle Montagne Nebbiose, ma, a dispetto di ciò, molti racconti avevano percorso quelle terre giungendo fino a loro e così, anche grazie ad esse, gli Uomini del Nord avevano potuto plasmare un proprio culto, scorgendo le divinità nei fenomeni della natura ed attribuendo ai Valar caratteri sovrumani che li rendevano, ai loro occhi, emissari degli Dei nella Terra di Mezzo.

Nei lampi, nei tuoni, nel clangore del cielo che si strugge sulla Terra, i Rohirrim sentivano i loro Dei e silenziosamente si rivolgevano ad essi.


L'arma appoggiata al suolo e la mano destra su di essa, ogni Uomo si ergeva fissando il fuoco con lo scudo annodato al dorso e l'elmo calato come se la battaglia non fosse ancora terminata, in attesa di un nuovo assalto che di lì a poco sarebbe giunto; le donne, dalle più anziane alle più giovani, distribuite lungo le quattro pire ognuna in corrispondenza del proprio caro che ora si librava libero nel freddo vento delle Bianche Montagne, fremevano senza riuscire a placarsi, abbandonato lo strazio in favore dell'ira sarebbero infatti scese in combattimento all'istante se ne avessero avuto la possibilità e con sguardi furiosi perduravano nel maledire il Nemico, nell'invocare gli Avi per ottenere vendetta, ormai incendiate dall'orgoglio in una spirale di dolore.

Con un tonfo uno dei Cavalieri crollò in ginocchio, inanimati i suoi occhi e deliranti le sue confuse parole:

"Mio...era mio, l'unico mio. Non più l'ho veduto. Perché? Perché la vita è fuggita prima che potessi impedirlo? Perché? Non ho forse servito il mio Popolo? Sono gli Avi scontenti di me?" Lo sguardo assente, la voce flebile quasi inebetita, mutarono in un rivolo di lacrima ed in un ringhio "Era mio, l'unico mio figlio, ed ora il suo corpo arde straziato nelle fiamme. Anni per allevarlo come Uomo, tutto affinché la sua fosse una gioventù felice...tutto affinché avesse un futuro radioso...tutto cancellato in un attimo. Possono questa vita e questo coraggio andare perduti per sempre, in un battito di ciglia, in un soffio di vento?" Un singhiozzo ruppe d'improvviso la rabbia "L'Ombra ultima cala su Rohan ora che i figli si spengono ed i padri, incapaci di proteggerli, rimangono piangendone la scomparsa. Buia è la notte quando un popolo giunge alla sua fine"

Una donna si fece strada tra la silenziosa folla e giunta accanto al Cavaliere inginocchiato gli sfilò l'elmo, rivelandone i banchi capelli, poi, appoggiato il ferro a terra, gli cinse il capo con le braccia e lo strinse delicatamente al proprio grembo.

"Si, mio amato" Sussurrò dolcemente cullando l'Uomo senza distogliere gli occhi dal fuoco "Buia è la notte dei Figli di Eorl ora che i loro giovani cadono ed il futuro viene spazzato via tra le lacrime di chi rimane su questa Terra di Mezzo, aggrappato ad un giorno che sta per tramontare. Ricordi quanto amore, quanto sacrificio, quanta speranza per questo nostro figlio che ora lì giace?" Il sussurro si fece sibilo, le labbra strette in un amaro sorriso divennero denti digrignati "Io lo ricordo, io ricordo ogni istante" Prese a dire la donna, ora fissando il marito negli occhi "Sarà la fine, sì, ma li trascineremo nel baratro con noi: sprofonderemo insieme trattenendoli per la mano in un tale abisso di buio e morte che persino gli Dei, alla sola vista, inorridiranno. Alte si leveranno le nostre lance con i loro crani lì conficcati, ammassati saranno in mucchi di putrida carne i loro corpi senza vita. Il Fato pare non volerci concedere di invadere le terre del Nemico per vendicare i nostri caduti riducendole in cenere, dunque, sarà il Fosso di Helm Mandimartello la tomba degli Éothéod e di chi fa loro guerra. Mio amato, alla rossa luce d'una luna di sangue i corvi avranno di che banchettare quando nel sacrificio finale li porteremo con noi e la morte regnerà, una volta per tutte"

Il Cavaliere aveva smesso di singhiozzare ed ora annuiva, saldo, unito lo sguardo a quello severo della propria sposa.

Un Uomo, con il capo chino e quasi nascosto, si fece avanti zoppicando: scalfita era la sua corazza, infranto lo scudo, e le vesti recavano scuri aloni a causa delle numerose ferite che segnavano il suo corpo.

"Non è consolazione adeguata a poter guarire il vostro dolore ma, siatene certi, vostro figlio ora è al cospetto degli Avi come loro pari, avendo reclamato il suo posto da guerriero nel Latost Dæg, l'Ultimo Giorno"

"Dici bene, in quanto non è questa una consolazione" Rispose stizzita la donna "Può questa certezza ridarmi il sorriso del frutto del mio grembo? Può illuminare la mia vita così come faceva il vederlo felice? Può essermi di sollievo quanto lo era il saperlo fra le mura della nostra dimora durante le notti tempestose? Non può nulla di tutto ciò. Era solo un ragazzo ma ha pagato il prezzo più alto di tutti, e per cosa, ti chiedo, perché tu potessi giungermi a dire di esserne orgogliosa? Può l'orgoglio valere una vita così giovane, con ancora tutto di fronte e nulla alle spalle?"

Il soldato malconcio parve tremare come se una frusta l'avesse sferzato.

"Non il dolore ti farà oltre irrispettosa nei confronti dei nostri fratelli"

L'Uomo dapprima in ginocchio si alzò di scatto, divincolandosi dalle braccia della moglie e rivolgendole un duro sguardo.

"Lo strazio offusca la tua vista, poiché altrimenti ben vedresti come questo Cavaliere è ridotto. Egli ha combattuto al fianco mio e di nostro figlio su questo campo, si è sacrificato come tutti nel coraggio e nel valore. Egli non merita la tua ira e tu non proseguirai con parole avvelenate dalla disperazione"

La donna dovette mordersi un labbro per non ribattere, comprendendo come la voce del marito fosse stata ben più giusta della sua; quest'ultimo, addolciti gli occhi verso la propria compagna, si volse al Cavaliere davanti a lui, il quale, rimasto immobile con basso capo, aveva udito tutto senza proferire parola.

"Perdonaci fratello, spesso il lutto annebbia la giustizia che guida ognuno di noi. Piuttosto dicci il tuo nome e mostra il tuo volto, affinché possiamo sapere chi, pur dopo aver affrontato la battaglia più cruenta, incurante delle ferite che affliggono il suo corpo, ha tale misericordia nel cuore da rivolgere parole di conforto ad una madre e ad un padre che hanno perduto la loro ragione di vita"

Il Cavaliere sollevò a fatica il capo così che il fuoco potesse illuminarne il viso.

Le persone intorno a lui emisero un'improvvisa smorfia d'orrore: uno squarcio obliquo e profondo lo sfregiava, deturpandone l'espressione in un solco di viva carne sanguinante.

"Miserabili ingrati!" Esplose l'Uomo che aveva domandato di vedere quel volto "Come osate ritrarvi di fronte al prezzo della vostra salvezza? Lui è vostro fratello, vostro padre, vostro figlio. Costui ha versato un tributo perché poteste conservare la vita e voi, disonorando il nome dei Figli di Eorl, lo ringraziate a questa maniera?"

Ognuno dei presenti s'avvide del torto commesso ed uno dopo l'altro presero a scusarsi, incolpando la dura giornata o i nervi non più saldi.

"Perdonami, non era mia intenzione" "Devi essere paziente, molta è la stanchezza" "Scusa la mia villania" "Grazie per ciò che hai fatto"

Un brusio di voci colmò l'orecchio finché, dopo un sereno sorriso, il Cavaliere disse:

"Il mio nome è Ælstha, figlio di Ælred, ed ero nella prima linea quando gli Uruk-hai hanno mosso l'attacco"

"Impossibile dimenticare quel momento: mai prima d'ora un'intera linea era collassata sotto un solo assalto"

Disse il suo interlocutore sgranando gli occhi, memore dell'orrore perpetrato dal Nemico.

"Così è stato. Uno degli Avi deve avermi protetto, poiché ricordo solo un impeto di bestiale furia ed un istante dopo i corpi senza vita dei miei compagni ad affossarmi, soffocandomi sotto di loro" Ælstha ebbe un fremito ed i suoi azzurri occhi ne furono illuminati "Ma ricordo poi la voce di Wotangar figlio di Wotanhelm, il ruggito dei Cavalieri ed il contrattacco: un fuoco di speranza è arso dentro di me ed, infine, penso sia stato quello a tenermi in vita"

In un istante quel padre, privato per sempre del proprio amato figlio, fu accanto al Cavaliere ferito.

"Ælstha, le tue parole saranno per noi di veritiero conforto solo se tu farai qui, di fronte a tutti, una promessa a me"

"Se può essere luce nell'ora più buia, farò quanto mi è possibile"

Rispose Ælstha sollevando ancora il capo per la curiosità.

"Devi promettermi che mai più nasconderai il sacrificio che segna il tuo volto né mai più proverai vergogna a causa di esso e, in ultimo, devi promettermi di camminare con alta fronte perché tutti possano vedere con quanto coraggio hai difeso i tuoi fratelli, combattendo in una prima linea che ora non esiste più. Puoi giurare ciò, come consolazione per una madre ed un padre che hanno perduto la loro ragione di vita?"

Il Cavaliere si portò una mano al viso: la carne sfregiata sotto le sue dita disegnava un tratto irregolare e brutale nel suo contorno, mentre la pelle arricciata mostrava a quale violenza il suo corpo avesse resistito senza spezzarsi; si rese conto di aver subito l'arma più letale del Nemico e ciononostante di esserne uscito vivo, ancora abbastanza forte per lottare, per prendere parte alla trionfale fine di Rohan da Uomo libero.

Ælstha venne scosso da un brivido d'orgoglio e la sua voce si fece sicura.

"Possano Dei e Avi maledirmi se non terrò fede a tali parole che, qui ed ora, giuro di tramutare in realtà sino all'ultimo dei miei giorni"


Tutti si chetarono allo stanco risuonar di un corno, avviandosi verso i trofei costruiti poco prima per poter celebrare i momenti decisivi della battaglia, laddove i Cavalieri avevano prevalso sul Nemico decidendo le sorti dello scontro.

Minaccioso e granitico si ergeva ogni Isengod, il Dio di Ferro, così chiamato per la tradizione che voleva quelle costruzioni di acciaio nemico, contorto ed insanguinato, essere i luoghi in cui uno degli Dei degli Éothéod trovava la propria dimora e, per questo, andasse onorato gettandovi una manciata di terreno vittorioso ancora intriso della furia del combattimento, affinché la divinità gioisse della ferocia con la quale il suo popolo si era battuto.

Una dopo l'altra le persone scorrevano di fronte agli Isengodu, affondando prima la mano nel nevischio fino a raggiungere il suolo e poi, con un rapido gesto, lanciando quanto raccolto verso l'altare in ferro; sinistra e silenziosa la processione proseguiva, figlia d'un retaggio risalente ai tempi in cui quegli Uomini abitavano le foreste del Rhovanion, possenti e liberi, riuniti in selvaggi popoli dediti alla guerra.

Sottovoce, pronunciata con un enigmatico sorriso, solo una parola veniva scandita incessantemente:

"Æsctír"


Wotangar non prese parte al rito.

Primo fra tutti aveva raggiunto il campo di battaglia ed, adagiato il corpo di Raav Aldwulf sul cavallo lì rimasto a vegliare, aveva preso la Strada dei Monti con questo al seguito, risalendo l'irto sentiero che fa breccia tra l'asprezza delle Bianche Montagne fino a raggiungere gli alti boschi, ben al di sopra di Aldburg, entro le cui fronde di rado gli Uomini sono soliti avventurarsi.

Il Rohir sapeva dove sarebbe dovuto andare: fattosi strada nella boscaglia, cambiando per sole due volte direzione, avrebbe raggiunto uno spiazzo terrazzato su cui sorgevano due vecchie querce e da cui tutta la Valle di Aldburg si apriva, splendida come le sole fiabe, nel più bel panorama che il suo cuore ricordasse.

Quante volte si era trovato lì, da bambino, con suo padre?

Ben rammentava sé stesso seduto accanto al precipizio nell'udire antichi racconti e nell'apprendere di quanto lo circondasse, dall'albero allo stelo d'erba, come tutto ciò meritasse rispetto, come tutta quella bellezza meritasse d'esser protetta poiché la meravigliosa poesia ch'essa costituiva non doveva subire la prepotenza di nessuno, Uomo od Orco che fosse; ogni volta che avrebbe vestito l'armatura ed impugnato la spada, ogni volta che un'antica ferocia l'avrebbe condotto nell'orrore della guerra, selvaggio ed accecato dall'ira, si sarebbe dovuto ricordare che è anche perché i boschi possano rimanere verdi che con il sangue si tinge la terra di rosso, che affinché la vita possa esservi anche dopo la propria permanenza sulla Terra di Mezzo è talvolta necessario invocare la morte sul campo di battaglia, distribuirla e, se il Fato così pretende, riceverla.

"Altrimenti perché gli Dei ci avrebbero donato tale forza racchiusa in corpi così vigorosi?"

Domandava la voce di Wotanhelm tanti anni prima al suo unico figlio che, incapace di dare una risposta, attendeva fosse il padre stesso a spiegarglielo.

"Se l'albero che con i suoi frutti ti nutre fosse intrappolato dai rovi ed io ti dessi un'accetta, tu lo liberesti? Certo che sì, altrimenti non avresti più di che vivere! Ebbene, pensa a quell'albero come la terra grazie alla quale puoi prosperare ed ai rovi, biechi divoratori, come il Nemico che desidera sfruttarla sino all'ultima goccia di vita per poi abbandonarla arida e desolata. Allo stesso modo in cui io ti avrei posto in mano una lama, gli Dei ti hanno donato un corpo possente ed uno spirito furioso affinché tu potessi difendere questa magnifica creazione, la quale, più d'ogni altra cosa, sazia la tua fame di libertà"

Queste parole bastavano per dare al giovane Rohir qualcosa su cui riflettere, qualcosa sulla quale costruire la propria identità ed il proprio futuro da Uomo.


Senza nemmeno accorgersene, tanto assorto nei pensieri com'era, il Cavaliere giunse sul luogo scelto per seppellire l'eroe di Aldburg.

Prima ancora dell'indescrivibile paesaggio che da lì si stagliava, prima dell'imponenza delle due querce che ivi stavano come sentinelle, prima dell'emozione di tornare in un posto così speciale, fu la sorpresa a colmare gli occhi di Wotangar e l'irrequietezza a scuotere il suo polso: nel centro dei due maestosi alberi, rivolta verso la valle, stava una profonda fossa con un grosso mucchio di terra accanto.

Guardandosi attorno nervosamente ed impugnata Nehalennia, Wotangar smontò da cavallo avvicinando guardingo la buca, pronto a tutto ciò che di lì a poco sarebbe potuto accadere.

Frenetico, l'occhio del Rohir vagò su tutta la zona finché, riposta in una crepa della corteccia, non scorse una pergamena ripiegata.

Wotangar la prese con delicatezza ed una volta aperta, lette le poche parole lì riportate, la spada gli cadde dalle mani.

"Le forze dei giovani debbono essere spese in battaglia contro il Nemico, non scavando fosse per i vecchi caduti.

Mi ringrazierai nel Latost Dæg per averti risparmiato questa fatica, ma ora sii rapido e cavalca come mai prima, poiché come mai prima l'Ombra incombe sugli Éothéod.

La mia generazione ha terminato il suo dovere, Wotangar, dunque ora il Mark di Rohan è in mano vostra: difendetelo meglio di quanto noi abbiamo fatto.

Raav"

Il Vecchio Lupo, anticipando ogni evento con la freddezza che solo un Uomo come lui poteva vantare, aveva scavato il proprio luogo di sepoltura, ben conscio di quale sarebbe stata la sua missione e certo del sentiero tracciato per lui dal Fato.

"Aveva previsto tutto" Riuscì a malapena a biascicare il Rohir "Come poteva sapere?"

"Semplicemente, non poteva" Una decisa voce mise all'ennesima prova gli stremati nervi dell'Uomo "Ma molto ha pregato affinché così si svolgessero gli eventi"

Il Viandante stava seduto sulla pila di terra poco distante da Wotangar, impassibile, come sempre coperto in volto tranne che per i verdi occhi, i quali, profondi ed indagatori, lo fissavano da un largo taglio nel tessuto.

Anni erano trascorsi dall'ultimo colloquio con lo strano figuro, mesi avevano fatto il loro corso dall'ultima volta in cui Wotangar l'aveva visto, ma perfetto era il suo ricordo mentre lo osservava con medesimo distacco quando, prossimo alla morte per causa delle illusioni degli stregoni Orientali, si era voltato verso il bosco attirato dalla sicurezza di trovarlo lì, a braccia conserte, appoggiato ad un albero.

Wotangar raccolse la spada conficcandola nel suolo e, a fatica, si mise sulla spalla sinistra il corpo di Raav lasciandolo scivolare giù dal cavallo che fin lì aveva seguito le orme di Sleipnhild; l'animale, pur privato del grave peso della salma per stazza ed armatura, abbassò il capo sconsolato, come se gli fosse stato mosso un torto nello spostare quel fardello dalla sella.

Il Rohir si calò nella fossa e con la mano destra tirò delicatamente il cinturone del Vecchio Lupo, mentre con la sinistra ne accompagnava il capo affinché non vi fosse urto alcuno, come per non destarlo da quel sonno così profondo, come per non causargli dolore nell'impatto con il fondo della buca.

Risalito in superficie, Wotangar guardò Raav un'ultima volta e, estratta una piccola sacca, ne prese il contenuto lasciandolo poi cadere leggero dalle sue dita fin sulle spoglie.

Anche il Viandante se ne avvide: era la scura terra del campo di battaglia, raccolta dove la carica congiunta dei Rohirrim si era schiantata sul Nemico facendolo a pezzi nel tumulto della vittoria.

In quel gesto, così spontaneo ed accurato, identici a quelli delle altre persone di fronte agli Isengodu furono l'emblematico sorriso e la parola proferita:

"Æsctír"

Una volta che il Viandante si fu spostato, Wotangar raccolse la vanga lasciata accanto al mucchio di terra ed iniziò a colmare la fossa di quest'ultima, la medesima estratta da colui che, sotto di essa, vi avrebbe da quel momento a lungo riposato.


Il Rohir rimase in silenzio fino a che non ebbe terminato e, solo allora, si volse in direzione dell'incappucciato.

"Raav riposerà in questo luogo fino all'Ultimo Giorno, cullato dalla Terra dei Padri, vegliando sulla valle che da qui si ammira e che lui stesso ha difeso con la vita"

Il Viandante addolcì lo sguardo e si scostò da vicino alla fossa.

"Figlio di Wotanhelm, per quanto le vostre credenze ed i vostri principi siano opprimenti nel rapporto che avete con la realtà, non è mia intenzione discuterne. In ogni caso, seppur questa convinzione soddisfi la tua necessità di eroica giustizia, è doveroso che tu ammetta come la caduta di Raav sia stata in nome tuo e non di Rohan. Quest'Uomo è morto per salvare una vita, non per un pezzo di terra, né tanto meno per conquistarsi il diritto di combattere una battaglia sì epocale, ma ancora molto lontana"

Wotangar ristette immobile e per un attimo parve perdersi nuovamente tra i suoi pensieri.

"Sono un Uomo diverso da quello con cui parlasti anni fa. Il dolore ha scavato profonde insenature durante questo tempo ed esse sono state colmate da nuovi ideali, nuove certezze, nuove forze, ma penso che tutto questo tu già lo sappia. Non ho dimenticato le tue parole di quel giorno, come pure non ti ho dimenticato tra le fronde del bosco quando ero certo di stare incontrando la mia fine. Ho avuto parecchio tempo per riflettere sugli eventi e, in ultimo, ne ho creato spettri crudeli dediti a perseguitarmi"

"Le mie parole, quelle stesse che ti dissi quando ira e dolore ti afferravano, tutt'ora le ripeterei poiché non è il tempo a mutare la verità" Un forte soffio di vento sospese brevemente il dialogo "Invece, per quanto riguarda il tuo incontro con gli Esterling, coloro che con la magia erano sul punto di ucciderti, non avrei potuto fare altro. In fondo quella sfida era tua e solo tua, nessuno ti avrebbe potuto soccorrere contro i demoni più profondi del tuo spirito, nessuno ti avrebbe potuto manlevare dalla prova che quell'evento nascondeva. Hai affrontato il tuo nemico più recondito e, sì, ne sei uscito con cicatrici che tutt'ora ti tormentano, segnato forse per sempre, ma comunque vivo, vincitore del premio più ambito"

Wotangar comprese perfettamente quanto v'era nascosto tra quelle parole e quel che, senza voce a scandirlo, era stato comunque pronunciato.

Il Viandante d'improvviso fece un gesto inconsueto, risultando innaturale, quasi goffo se tale parola può essere attribuita ad una figura tanto composta: mossi pochi passi e raggiunto il Rohir, gli pose una mano sulla spalla guardandolo da vicino come mai prima di allora.

"Mi dispiace per Rodelleth e mi dispiace per tuo padre"

Disse dunque, con voce sommessa.

Wotangar subito s'incupì ed abbassò lentamente lo sguardo.

Tanta era l'energia emanata da quell'individuo che il suo tocco sembrava rinvigorente, la sua voce rassicurante ed i suoi occhi fonti di serenità senza pari, ma nulla di tutto questo sarebbe servito a consolare il Cavaliere di fronte a lui.

Il Rohir strinse i denti e, sbuffando più volte dalle narici piccole nuvole di aria rarefatta, serrò i pugni.

Era un Uomo, null'altro che un Uomo.

"Giunge ora il momento di affrontare ciò per cui hai perso così tanto, l'attimo in cui gli eventi precipitano e si decidono le sorti di tutto quel che conosci. L'accetta che ti diede tuo padre va adesso adoperata con più forza. Libera l'albero dai rovi, falli a pezzi, perché questo possa tornare rigoglioso senza più la minaccia d'una perpetua oscurità"

Wotangar riconobbe come più nulla di relegato alla sua persona fosse celato a quel misterioso figuro, come se egli conoscesse tutto di lui, dal primo passo fino all'ultimo respiro tratto; quella sensazione lo infastidiva e meravigliava allo stesso tempo, ma, più d'ogni altra cosa, era la curiosità a divorarlo nel profondo.

"Non so se quanto ho perduto sia stato a causa delle mie scelte o di ciò che mi accingo a combattere"

Prese a dire il Rohir, subito interrotto dal Viandante:

"Non simili dubbi dovranno avvelenarti. La necessità talvolta non ammette possibilità di scelta"

"Sempre vi è possibilità di scelta!" S'impose Wotangar alzando non di poco il tono della voce "Ma non sono i miei dubbi a meritare interesse in un momento così critico. Sappi che Rohan combatterà fino all'ultimo alito di vita, per nulla infatti su questa Terra di Mezzo muoveremo indietro il nostro passo ora che ci troviamo nella micidiale danza della guerra e, se dovremo affrontare il tramonto, lo faremo intrisi del sangue nemico, nella furente mischia, con il solo ferro a cantare del nostro destino"

"Per questo nasceste" Sentenziò il Viandante "Per questo sopravviveste grazie agli esuli di Marwhini, il quale si stabilì nella Valle dell'Anduin dopo l'avvento dell'Oscura Pestilenza e la caduta di suo padre Marhari, Principe di Rhovanion, giunta in battaglia al fianco di Narmacil II, Re di Gondor, combattendo gli Esterling nella prima grande alleanza tra le due stirpi di Uomini che ora proteggono l'Occidente"

Pronunciando quelle parole come una fragorosa cascata, gli occhi del Viandante s'incendiarono tanto era l'ardore legato a tali antiche vicende e Wotangar, appreso quel fiume di nozioni di cui conosceva solo pochi frammentari cenni, rimase estasiato, arso anch'egli dal fuoco di quei tempi lontani.

Prima che il Rohir potesse porre domanda alcuna, l'individuo di fronte a lui gli mise l'ascia di Raav Aldwulf tra le mani.

"Ancora il suo dovere non è terminato. Sai bene cosa farne"

I due si distanziarono ed il Viandante accarezzò il cavallo del caduto, sussurrandogli parole in una lingua mai udita prima.

"Lui invece rimarrà qui e deciderà del suo destino" Disse in seguito "Sa di aver fatto quanto nelle sue possibilità, ma ciononostante avrebbe desiderato spegnersi con il suo padrone anziché assisterne alla sepoltura. Molto soffrirà ancora questa buona creatura pur molto poco meritando tutto il dolore che ora prova"

"Non solo gli Uomini piangono quanto la guerra strappa loro"

Sussurrò Wotangar, strofinando delicatamente un orecchio allo sconsolato destriero e montando in sella al suo.

"Il fabbro ha detto il vero: qualcosa di mai visto prima si abbatterà sul Fosso di Helm e la sua forza sarà inimmaginabile"

Nell'udire quelle parole, ancora in Wotangar prese posto la sgradevole sensazione di non avere segreti di cui quella persona non fosse al corrente.

"Ma ricorda anche che l'Éothéod feroce si ergerà, solo, dal massacro. Combatti per quanto di giusto c'è su questa Terra di Mezzo, liberati da ogni vincolo e con i tuoi fratelli spezza il Nemico. Se sarete uniti nulla vi fermerà, nulla vi abbatterà, non vi saranno catene o spade che potranno sconfiggervi"

La lettera della madre tornò di fronte agli occhi del Cavaliere, ma questi, senza pensarvi oltre, rispose in un impeto d'orgoglio:

"Rohan è possente e libera! Un giuramento di sangue è stato fatto, un tributo di morte dovrà essere versato, per gli Avi e per la Terra dei Padri!"

"Era ciò che volevo udire, adesso ed in questo luogo"

Scandì lentamente il Viandante, osservando Wotangar allontanarsi nella boscaglia.


Quando il Rohir fu di ritorno presso la città di Aldburg, una lunga colonna aveva preso posto di fronte ai Cancelli: i Rohirrim a cavallo, disposti sui lati, formavano due nutrite fila al cui interno, protetti, vi erano donne, vecchi, bambini, carriaggi e salmerie d'ogni genere, pronti per la marcia che li attendeva.

Wotangar raggiunse velocemente la testa e lì vi trovò Rijterbrond, Ulfreyr e Torstrid.

"Ti stavamo aspettando"

Disse sorridendo il primo.

"Già da troppe ore il sole è alto nel cielo, dobbiamo essere lesti"

Aggiunse il terzo.

Il fabbro invece non parlò, occupato com'era ad affilare la sua spada.

"Ora sono qui e partiremo immediatamente, senza attendere oltre"

Rispose affannosamente Wotangar, avvicinandosi poi a Rijterbrond e porgendogli l'ascia di Raav.

"Proprio io?" Domandò sbigottito l'enorme Cavaliere "Ne sei certo?"

"Senza dubbio alcuno. Il suono di questa lama dovrà essere udito in ogni angolo del Fosso e solo la tua forza può garantire ciò. Ogni avversario dovrà crollare sotto i suoi colpi, ogni nemico dovrà temerla così come quando era il Vecchio Lupo a brandirla. Amico mio, permetti ancora a Raav di unirsi a noi in battaglia e sarà come se gli avessi tributato il più grande degli onori"

Rijterbrond allora prese l'arma e chinò rispettosamente il capo, senza proferire ulteriore parola.

A quel punto Wotangar afferrò il corno, Thauron, e vi soffiò una nota così profonda da giungere fin dentro la Grande Sala.

"Popolo di Aldburg! In marcia per raggiungere il nostro Re Theoden! In marcia verso il Fosso di Helm!"

Gridò poi con voce possente, estraendo la spada e levandola verso Occidente.


La lunga colonna così partiva, in direzione del tramonto, sul sentiero del proprio Fato...
 
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Senza sosta, per giorni i Rohirrim proseguirono costeggiando le Bianche Montagne così da avere il fianco sinistro sicuro e poter raddoppiare la protezione sul fianco destro, nel caso un assalto sopraggiungesse.Le notti trascorrevano insonni nella perenne cavalcata, la quale procedeva a rilento dovendo tenere il ritmo delle persone appiedate e dei carriaggi trasportanti i viveri; quest'ultimi versavano in pessime condizioni in quanto la maggior parte, non prevedendo tale viaggio, erano stati consegnati ai Cavalieri il giorno prima della battaglia cosicché fossero in piene forze per sostenere il decisivo combattimento.Donne e bambini stavano lentamente affamandosi, stremati nel corpo dalle fatiche della marcia e corrosi nello spirito dalle preoccupazioni per gli eventi futuri, ma, ciononostante, le usanze degli Éothéod volevano che in simili, critiche condizioni, il cibo più sostanzioso venisse distribuito per primi ai soldati poiché da essi sarebbe interamente dipesa la sicurezza del resto del popolo e, dunque, persino gli individui più anziani rifiutavano senza esitazione quando un Cavaliere, mosso da compassione, porgeva loro un trancio di carne essiccata od un tocco di pane nero, ben coscienti che quel nutrimento era quanto separava un guerriero vigoroso, energico, implacabile, da un altro indebolito, lento ed affaticato, ovvero, poteva rappresentare la sostanziale differenza tra la vita e la morte.Wotangar conduceva la colonna ormai da giorni e fino ad allora non si era mai allontanato dal capo di quel serpente che, silenzioso, si snodava per le verdi praterie del Mark in direzione del Fosso di Helm; masticando silenziosamente la sua razione, il Rohir si guardava attorno scrutando le tenebre che li circondavano e più la mente del corpo, resa fragile dai giorni appena trascorsi, si ostinava a procedere su sentieri instabili e sinistri, vie pericolose da cui è bene stare distanti a meno di non esser costretti."Tutto ciò che di bello e giusto è sulla Terra di Mezzo può venir difeso solo con l'orrore e l'ingiustizia della guerra.L'ordine delle cose ha possibilità d'essere preservato solo tramite il caos della battaglia.La pace degli Uomini può essere tale solo con il furore della lotta.La vita, in ogni sua forma ed espressione, necessita della morte per prosperare."Queste le contraddizioni che si insinuavano nei pensieri di Wotangar portando il contrasto dentro di lui, facendo tremare la struttura dei suoi principi e distogliendolo dalla guardia di sé stesso; quelle ferite non erano mai guarite ed il tuono che l'aveva destato dall'oblio, nel lontano giorno del suo incontro con gli stregoni dell'Est, era riuscito a scatenare qualcosa nell'abisso del suo essere, un'energia da sempre con lui ma fino ad allora sopita, una forza antica ed interamente votata alla sua sopravvivenza.Per i suoi anni Wotangar aveva già perso tanto, forse troppo, e prossimo a perdere anche la vita si era appellato ad ogni anfratto di sé chiamando a raccolta tutto ciò che il suo corpo, il suo spirito, il suo retaggio fossero stati in grado di donargli.Quando aveva riaperto gli occhi dal ferale deliquio lo aveva fatto da diverso Uomo e, solo dopo tutto il tempo trascorsone, stava iniziando ad accettarlo.
Non potevano però dirsi placati, né tanto meno dimenticati, la rabbia, il sangue e l'oscurità dentro di lui nel momento in cui aveva deciso di non arrendersi, martirizzandosi in nome della sua vittoria.Se taceva e v'era silenzio, in ogni momento poteva sentirlo, in ogni istante riusciva ad avvertirlo: nella dolce intimità del suo animo una voce selvaggia si riversava in un latrato disumano, in un grido irrefrenabile così colmo di dolore da farlo rabbrividire ogni qual volta lo stesse ad ascoltare."Un richiamo profondo e feroce", lo aveva descritto Ulfreyr, alla quale era arduo non rispondere ed a cui, nel momento di massima necessità, si poteva solo affidare la propria persona abbandonandola a quella forza di puro istinto con la speranza di riaverla indietro una volta esauritone l'ancestrale appetito.Cos'altro avrebbe potuto fare, se non liberare la sua essenza privandola di qualsiasi controllo?Null'altro oppure non sarebbe sopravvissuto, ma da allora, da quando aveva assaporato la libertà, era divenuto ben più difficile tenerne le briglie.Qualcosa attirò lo sguardo di Wotangar catturandone appieno l'attenzione: una piccola macchia di sangue stava sulla corazza di Sleipnhild, tra le piastre di metallo disposte a proteggere il collo dell'animale.Un'inezia, una cosa talmente piccola ed impercettibile da non meritare la minima considerazione, ma Wotangar alla sua vista s'irrigidì di colpo e, sfilatosi il guanto, tentò con dita frenetiche di scrostarla affinché sparisse, come se la sua presenza gli provocasse non poco turbamento.Il sangue pareva non scolorirsi né distaccarsi dall'acciaio per cui il Rohir ritrasse la mano e si rese conto di come essa stesse tremando vistosamente; chiuse subito il pugno sperando di placare le scosse ma queste non accennarono a diminuire ed una sorta di malessere lo colse, rendendogli affannoso il respiro, isolandolo da quanto lo circondava e permettendo a quell'urlo di farsi più forte dentro di lui.L'Uomo ebbe paura, come da tempo non accadeva.In fondo, si rifiutava di assecondare il lacerante grido ed affrontare tutta la sofferenza dalla quale scaturiva.In fondo, temeva di guardare in volto sé stesso e liberare il suo selvaggio essere.Sleipnhild si innervosì all'istante e prese a muovere il capo come a volersi liberare dalle briglie, mentre il suo Cavaliere, fissando ancora con ciechi occhi il sangue rappreso sull'armatura, si consumava nel terrore di quella voce sciagurata che ora ruggiva con tremendo vigore.Quando ormai l'abisso recondito e primitivo era sul punto di inghiottirlo, una mano afferrò quella tremante di Wotangar riponendola con fermezza sulle redini."No, figlio di Wotanhelm, no. Per lo meno, non ancora"Il Rohir si riprese dall'incubo nella quale stava scivolando e vide accanto a sé, cavalcando in tutta serenità, Ulfreyr sorridergli divertito.Gli occhi poterono richiudersi, la mano smise di vibrare e Sleipnhild si placò dallo strattonare le briglie."Le hai vedute, le foreste?"Chiese il vecchio Cavaliere.Wotangar annuì scosso, palpandosi le dita nelle quali ancora trovava posto uno sgradevole formicolio."Non solo le ho vedute ma vi correvo attraverso, sentivo la pioggia battermi sul viso ed il freddo vento flagellarmi la pelle" Rispose poi con un certo nervosismo "Fango sotto i miei piedi, odore di fuoco nell'aria. Ad un tratto gli alberi lasciavano spazio ad un villaggio...casa, finalmente casa" Lo sguardo del Rohir s'incupì rapidamente "Ma le abitazioni bruciavano, crollavano una dopo l'altra, e gli abitanti fuggivano nel bosco invocando gli Dei affinché avessero salva la vita. Ricordo di essermi chiesto dove fossero gli Uomini poiché non ne vedevo, se non di molto anziani che faticavano già solo a mantenersi in piedi; credo poi di essermi guardato attorno e li ho veduti tutti nello spiazzo dove anche io mi trovavo, stranamente abbigliati, senza filati né armature ma con vesti di cuoio e pellicce. Uno di loro teneva in mano alcune lepri...ecco, ci trovavamo a caccia...sì, ne sono certo. Le prede gli sono cadute appena ha visto ciò che stava avvenendo e, preso dallo sgomento, ha gridato con quanto fiato avesse in una lingua brutale, mai udita prima, seguito da noi tutti con agghiacciante disperazione""Dimmi, Wotangar, chi stava attaccando il villaggio? Esterling sotto insegne Balchot, forse?" Domandò placidamente Ulfreyr."Loro...sì. Con gli altri Uomini ci siamo addentrati nell'insediamento in fiamme e li abbiamo trovati mentre depredavano, stupravano, massacravano la nostra gente. Le loro armi erano meglio forgiate e possedevano corazze di solido acciaio ma ciononostante li abbiamo attesi fra le case, assaltandoli quando ancora erano impegnati ad inseguire i sopravvissuti""<<Till striden>> Sono queste le parole gridate dal più vecchio degli Uomini con cui ti trovavi?" Incalzò nuovamente la voce del fabbro di Aldburg."Si...sono quelle" Gli rispose sbigottito Wotangar "Mi sono reso conto di stare brandendo una lancia di frassino solo nel momento in cui ho udito quell'ordine e ci siamo scagliati su di loro, animati da crudele ferocia; scaraventatone uno a terra, ho affondato in lui la lancia con tale forza da farle di molto penetrare il terreno sotto il suo corpo e, tolto l'elmo che gli dava protezione, l'ho ucciso calpestandogli il capo. Rivolto a destra ho visto un mio compagno chinato su d'uno dei fanti Orientali mentre lo colpiva ripetutamente con l'ascia, imbrattandosi di sangue come se stesse macellando una carcassa, ed in seguito, guardando di fronte a me, ho potuto scorgere tre corpi esanimi dei quali due erano minuti, di bambini, mentre il terzo era di donna, adagiato accanto a loro. Non ho idea di chi fossero quelle persone ma il dolore nel vederle senza vita è stato tale da privarmi del respiro, ridurmi in ginocchio e distruggere ogni mio controllo...sarei soffocato se non avessi urlato quella sofferenza al cielo. Ho gridato fino a sentire il sangue scorrermi nella gola..." Continuò il Rohir, rapito dalle sue stesse parole "...senza però riuscire a liberarmi dell'agonia che ribolliva nella carne"Sleipnhild strattonò nuovamente le redini, venendo questa volta subito arrestato dal saldo polso di Wotangar."Ad un tratto ci siamo resi conto di aver vinto il Nemico, annientato gli invasori, e ciononostante aver perso tutto ciò che possedevamo tra le fiamme di quelle che prima erano le nostre case. L'ira, giunti a quel punto, non poteva placarsi con così poco. Abbiamo trascinato gli Orientali arresisi ed i loro feriti nel bosco..." La voce si bloccò ed un amaro ribrezzo prese posto sul volto del Cavaliere "...lì...noi li...quale atrocità abbiamo commesso!""Non v'è necessità che la rievochi. Già ben conosco la macabra conclusione di questa vicenda" Intervenne Ulfreyr, ponendo termine al racconto."Come puoi tu conoscere ciò e come posso io? A quale maledizione stiamo assistendo?!"


Gli chiese immediatamente Wotangar."Nessuna maledizione" Continuò sorridendo il fabbro "Pensi davvero che quanto narriamo sugli Avi siano solo parole, credenze utili a mantenere salda l'identità del nostro popolo? Certo, in parte sarà anche così, ma abbi fiducia in me quando ti dico che non tutto è frutto della fantasia o della necessità"Dal volto di Wotangar trasparirono disappunto ed incredulità; aveva sempre disprezzato coloro incapaci di distinguere la realtà da ciò che invece desiderano essa sia."Sarà di certo una vicenda largamente conosciuta udita chissà dove, ed ora, quando la stanchezza rivela il suo grave peso, riaffiora nella mia memoria. Un tranello della mente insomma, nulla di più" Si giustificò il Rohir cercando di concentrarsi nuovamente sulla marcia."Ebbene, dunque è una prova quella che vuoi" Lo istigò Ulfreyr "Non si è forse spezzata la lancia tanta la violenza del colpo con la quale hai perforato l'Orientale? Inoltre, frantumandosi non ti ha forse ferito la mano destra, la stessa di cui fino a poco fa non riuscivi a trattenere i tremori?""Non ti ho descritto nulla di simile"

Commentò sommessamente Wotangar."No, non l'hai fatto, eppure resta ugualmente quel che è accaduto" Gli venne risposto con asprezza "Fu tuo padre anni or sono a narrarmi tale identica vicenda così come l'hai fatto tu ora, omettendo questo particolare per poi rammentarlo solo dopo diverso tempo"Ulfreyr osservò il suo silente interlocutore prima di procedere oltre."Non credere sia un evento unico poiché prima o poi, se le circostanze lo scatenano, questo momento giunge per ognuno di noi; nessuna meraviglia che tu abbia visto quanto tuo padre prima di te, in fondo, medesima stirpe comprende medesimi antenati e dunque comuni vicende che vanno intrecciandosi generazione dopo generazione, garantendo un retaggio senza pari su questa Terra di Mezzo" Il vecchio fabbro di Aldburg sorrise sospirando, per poi alzare lo sguardo al cielo oramai prossimo ad albeggiare "Cosa è la vita se non la somma delle sensazioni e delle emozioni provate da un Uomo? Come può tale esperienza continuare ad essere considerata vita anche dopo la morte di quello stesso Uomo? Solo tramite il ricordo possiamo avere un assaggio d'immortalità, ma attento, non l'identica che vantano gli Elfi, no affatto, poiché la loro è di molto più futile se paragonata ad un'eterna vita fatta di persone, di fratelli e figli che proseguono nel cammino portandoti con loro dal momento in cui si esaurisce il tuo tempo su queste lande"Wotangar rimase colpito da quelle parole, provò in qualche modo tenerezza e, dentro di lui, se ne commosse."Gli Avi non avevano terre o ricchezze da tramandare poiché tutto era stato loro strappato dal Nemico, per cui, pur di non lasciarci privi d'eredità, hanno consegnato quanto di più prezioso possedessero, ovvero le loro stesse vite. Tale memoria non perdura soltanto nei canti e nelle leggende ma, cosa più importante, scorre nel nostro sangue sorgendo quando è la necessità ad evocarne le forze per soccorrerci, per aiutarci a proseguire quel sentiero iniziato tanti secoli prima"Lentamente il sole sorse alle spalle dei Rohirrim e, grazie ad esso, la brezza mattutina si fece un poco più calda."Ci accompagnano, avanzano con noi. Durante tutto questo tempo non ci hanno mai abbandonati, sono rimasti qui a vegliare sui loro figli ed in essi vivono ancora, perpetrando un legame tanto ancestrale quanto selvaggio, tale da non poter essere minacciato neppure dall'Ombra di Mordor"Ulfreyr tacque all'improvviso ed i suoi occhi si colmarono d'orgoglio.Apertasi la valle, una prima luce illuminò fieramente il lontano Trombatorrione.Rohan, riunita nel suo massimo simulacro, poteva ora dirsi completa...
 
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L'intera colonna fece il suo lento ingresso nella valle al cui termine, a ridosso delle montagne, prendeva posto il possente Fosso di Helm.

Wotangar, Ulfreyr, Rijterbrond e Torstrid, fermatisi all'imboccatura, osservavano l'incedere delle persone davanti a loro, controllando che nessuno venisse lasciato indietro o rimanesse in qualche modo separato dagli altri.

Sotto un cielo rabbuiato da rapide nubi, Wotangar avvertì un improvviso malessere sopraggiungere, eppure, credendolo residuo del recente episodio, non se ne curò né tanto meno stette ad indagare, anzi, prese a discutere con i compagni in merito a quanto avrebbero dovuto dire una volta giunti al cospetto del Re.


Con zoccoli pesanti due Cavalieri superarono rapidamente il popolo in marcia, prendendo anch'essi la strettoia in direzione delle Mura Fossato.

"Wotangar!"

Gridò improvvisamente uno di questi.

Langestan e Hranteric, i Rohirrim incontrati più di anno prima sulla strada verso il Mark, si fecero incontro con occhi carichi di sorpresa.

"Le speranze di ritrovarti vivo ci avevano quasi del tutto abbandonati"

Disse il primo, tanto felice quanto stupito.

"In tempi così bui non c'è luogo più consono di questo dove riunirsi"

Aggiunse il secondo, facendo cenno con il capo affinché potessero prendere parola in privato.

Il Rohir, senza nemmeno pensare ai convenevoli, si congedò dai suoi compagni e, cavalcando lentamente, si allontanò al fianco dei due Cavalieri.

"Quali nuove giungono da Nord, amici miei? Cosa vi spinge in mia cerca durante momenti così gravosi per Rohan tutta?"

Chiese Wotangar accigliato, quasi temesse quanto sarebbe uscito dalle bocche dei suoi interlocutori.

Per brevi istanti i tre Rohirrim si parlarono nervosamente, rivolgendosi l'uno all'altro con durezza, talvolta incredulità, e con smorfie di chiaro fastidio ogni qual volta un'informazione venisse riportata; d'un tratto fece la sua comparsa un messaggio sigillato e, senza attendere un attimo di più, le mani di Wotangar lo afferrarono con agitazione.

Gli Uomini annuirono per poi placare nettamente il tono della conversazione e, con volti ben più mesti di quando si erano incontrati, si salutarono promettendo di ricongiungersi tra le mura del Fosso quando il tempo sarebbe giunto e l'ultima difesa spiegata.


Wotangar portò Sleipnhild presso un ammasso roccioso ai piedi della gola ormai superata dal grosso della marcia, e lì, in solitudine, decise di scendere di sella per leggere quanto gli era stato consegnato; infranto il sigillo, con sinistra meraviglia, si ritrovò tra le mani una lunga missiva del Comandante degli Elfi di Ost Galadh, nel Bosco Atro, dove quest'ultimo lo aggiornava dettagliatamente sui nutriti rinforzi nemici giunti presso Dol Guldur dopo la sua partenza, esprimendo a tal proposito preoccupazione riguardo un presunto, massiccio attacco che di lì a poco sarebbe stato lanciato dal Nemico con l'obiettivo di invadere Lothlorien e raderla al suolo.

Il Rohir lesse ogni parola con grande apprensione dovuta all'affetto che lo legava a quelle lande ed, in fondo, per quanto non le avesse mai apprezzate allorché ne era ospite, ora scopriva di amarle come una seconda Patria, provandone malinconia persino durante il tanto agognato arrivo al Fosso di Helm con i suoi fratelli di sangue al fianco.

Per lungo tempo aveva desiderato quel momento, subendo con insofferenza una realtà diversa dal suo volere, ed ora che finalmente vi si trovava, in lui non c'era quella gioia assoluta, anzi, una volontà nascosta pareva serpeggiare infida sussurrandogli di tornare sui suoi passi.

Giunto ormai al termine dello scritto, letto in un baleno di avida curiosità, bastarono poche frasi a frantumare ogni pensiero:

"Per quanto concerne Rodelleth, molto tempo è trascorso e molti eventi sono intercorsi, vicende che tu più non conosci e delle quali amaramente non posso renderti partecipe. Il culmine di tutto ciò è coinciso con la sua partenza alla volta dei Porti Grigi, avvenuta alcuni mesi or sono. Vorrei dirti di più, credimi, ma non è in mio potere ed a questo riguardo mi auguro comprenderai la delicata posizione che rivesto al momento. Se può esserti di consolazione, ora sta bene. Forse ha trovato la felicità che merita"


Lame, null'altro che fredde lame perforarono il petto di Wotangar mentre consumava ogni singola parola con ansia, come fosse l'ultimo affannoso respiro prima d'esser costretto ad immergersi sott'acqua.

Per la seconda volta avvertì distintamente qualcosa rompersi dentro di lui, prossimo a crollare su sé stesso in una nube di polvere.

"Mi ha lasciato alle spalle, è proseguita ben oltre me...mi ha abbandonato"

Pensava, perso in terribili attimi di vuoto.

La sorpresa per un dolore così fulmineo ed atroce lo allarmarono immediatamente, costringendolo ad un'indagine frenetica sotto l'oppressione della paura di cosa ne sarebbe sorto al termine.

Un'incoerente rabbia lo pervase contro la sua stessa volontà ma tuttavia non si mosse d'un soffio, perso com'era nella ricerca di una risposta ad una reazione tanto cruda ed inattesa.

"Una decisione venne presa e gli anni mostrarono quanto mai fosse stata necessaria. Perché dunque questa sofferenza nel conoscere il normale incedere della vita? Perché una così struggente delusione nel sapere le scelte di chi, per comune volontà, più non è al mio fianco? Cosa fui costretto ad abbandonare per rispondere alla chiamata del dovere?"

Si domandava senza sosta, incapace di darsi risposte quasi fosse un inetto sempliciotto che cade in confusione qualora gli vengano posti troppi quesiti.

Lentamente una smorfia d'ira comparve sul suo volto e le lacrime iniziarono a rigargli le gote, arrestandosi man mano che la rossiccia barba le intrappolava.

Una brutale consapevolezza prese a corroderlo e poté nuovamente udire il selvaggio grido farsi forte nel lacerarlo dall'abisso in cui era relegato.

Stremato dal terrore, supplicò quella terribile voce di fermarsi ed ella improvvisamente si chetò del tutto, come se per la prima volta gli avesse dato ascolto accogliendo una sua così pietosa richiesta, permettendo ai pensieri di correre nuovamente a quelle parole ormai scandagliate in ogni loro più recondito significato.

"Una decisione...volontà...la chiamata del dovere...mi ha lasciato alle spalle, è proseguita ben oltre me"

Un'odiosa realtà si delineava mentre i tasselli venivano uniti l'uno all'altro e la presa di coscienza che ne derivava non era altro che un unico, lancinante rigurgito di dolore.


Negli ultimi tristi momenti la decisione di prendere strade differenti era stata l'unica opzione pragmatica, Wotangar lo sapeva bene, ma sapeva anche che quanto aveva impedito la realizzazione del suo sogno, del loro sogno, altro non era che la guerra allora giunta a Rohan ma pronta a scatenarsi lungo tutta la Terra di Mezzo.

Non v'era futuro insieme, non con l'Ombra ad incombere su tutto, e Wotangar lo sapeva: l'unica via possibile per coronare quel comune desiderio era rispondere al proprio dovere e combattere fino a che il Nemico non fosse stato annientato.

La volontà di quel giovane Figlio di Eorl, i cui scopi erano rimasti mascherati ad una ragione che mai avrebbe concesso tale assurda fantasia, non era affatto mutata, bensì aveva continuato a perseguire il sogno di una vita insieme a Rodelleth, decisa ad eliminare quanto separava i due dalla loro più grande aspirazione.

Tutto ciò, però, non aveva tenuto conto della realtà delle cose e della fragilità dei ricordi laddove sono i venti del tempo ad eroderli, rendendoli nulla più che informe polvere affinché di nuovi possano nascerne.

La vita, gli eventi, avevano tutti fatto il loro corso e Wotangar era rimasto appigliato ad un'inconsapevole illusione.

Rabbia, delusione, dolore, trovavano ora chiara spiegazione nella drammatica sconfitta che il Rohir, ad occhi finalmente aperti, subiva pur essendone incolpevole.

"Quanto ho combattuto? Quanto ho viaggiato? Per che cosa, mi domando, in nome di che cosa ho fatto tutto ciò?" Si disse Wotangar, radendo progressivamente al suolo le sue convinzioni "Quale dovere può essere tale se fine a sé stesso...quale folle sogno ho ciecamente inseguito, incurante del Mondo che mi circonda e delle vicende che lo muovono...come ho potuto ingannare me stesso fino a questo punto?"


L'Uomo torreggiava immobile sulle sue gambe come paralizzato nella morsa del disincanto, con le lacrime che dal volto cadevano numerose a terra, e le mani, gelide, ancora strette nel trattenere la missiva del Comandante di Ost Galadh.

"Sta bene, è felice" Pensò traendone sollievo per alcuni attimi, prima che le lame tornassero a torturarlo "Ma non sono io a renderla tale, non faccio parte di quella serenità a lungo sperata e, per quanto mi sia impegnato nel realizzarla, me ne ritrovo fuori. Mi ha dimenticato. Mi ha lasciato per sempre alle spalle ed è proseguita oltre"

Come fulmini nel cielo tempestoso sovvennero i ricordi di quegli anni appena trascorsi, mostrando le fatiche, i sacrifici, le privazioni a cui si era sottoposto, richiamando la violenza che aveva affrontato e la forza cui si era dovuto appellare una volta rimasto solo; quella luce che a sua insaputa aveva illuminato ogni passo spingendolo a marciare contro qualunque avversario, vincendolo, spezzandolo con l'orrore della guerra e dominandolo nell'ardore della lotta, ora si affievoliva rendendo oscuro il sentiero di fronte a lui.

Seppur i suoi muscoli e la sua mente non fossero mai stati così forti prima di allora, si sentì debole come solo una volta in vita sua.

"Che ne è delle mie battaglie e delle mie vittorie, ora che lei mi ha lasciato per sempre alle spalle?"

Risuonò ancora quella patetica cantilena.


L'ambizione era stata svelata, ma solo ricomponendo i frammenti in cui il Fato l'aveva infranta.

"Cosa mi attende, ora?"

Sussurrò Wotangar, disperdendo quel filo di voce nel vento.

L'ombra nera che pareva ormai dimenticata, tornò ruggendo su di lui...
 
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Tre grandi massi stavano alle spalle di Wotangar ed egli, con cupo sguardo, si sedette lentamente su quello centrale brandendo ancora la lettera del Comandante degli Elfi; Sleipnhild, nel frattempo, gli si fece vicino a basse orecchie strofinando delicatamente il muso contro il suo braccio destro, inarcato e teso mentre poggiava il pugno sulla coscia.
Il Rohir guardò quel bianco cavallo che ora lo fissava con occhi tristi e gli sorrise stancamente, per mostrare in fondo quanto apprezzasse quel semplice gesto, per trasmettere in quel leggero movimento del volto tutta la sua tristezza camuffata da serenità.
Le mani dell'Uomo in un fremito di repulsione abbandonarono al vento la carta ingiallita recante Elfici sigilli quando, con delicatezza, presero a sfilare l'elmo d'acciaio per poggiarlo a terra, ai piedi di colui che lo vestiva, tra i corti steli di verde erba che stoicamente crescevano in quel freddo territorio.

Brevi rumori ruppero la sinistra calma, rumori di passi leggeri, di movimenti sicuri.
Wotangar sollevò lo sguardo e di fronte, a pochi metri, si trovò due grandi lupi a fissarlo con occhi glaciali, d'un azzurro ben più chiaro del cielo quando si fa terso.
I due animali non erano Mannari, affatto, ma facevano parte dei numerosi branchi di lupi che da tempi immemori abitavano i boschi delle Bianche Montagne e che, quando il gelo si faceva più rigido, scendevano a valle in cerca di riparo; un folto pelo grigio li ricopriva lasciando bianche striature disegnare motivi splendidi dal dorso sino alle zampe, tanto larghe quanto pesanti, tinte di nero come fosse notte a celarsi nei loro passi.
Un brivido percorse la schiena del Rohir, ma questi, stremato e disilluso, non ebbe né la forza né la volontà di estrarre la spada per difendersi, così, con una smorfia d'insofferenza, fece la sua letale scommessa: per alcuni attimi incrociò i suoi verdi occhi con quelli azzurri dei lupi, senza batter ciglio, e poi li abbassò nuovamente tornando nella posizione in cui prima si trovava.
Wotangar in quel momento scelse di rimettersi al Fato, senza appello, senza condizione, per la prima volta senza responsabilità.
Una delle belve chinò sinuosamente il capo digrignando i denti mentre l'altra, tirate all'indietro le aguzze orecchie, ringhiò emettendo uno sbuffo di vapore dalle fauci; imminente l'attacco, nulla avrebbe potuto un Uomo contro due così possenti creature, nulla che non fosse stato incontrare nello strazio la propria fine.
I lupi abbaiarono sommessi, improvvisamente rasserenati, ed abbandonato l'atteggiamento minaccioso si avvicinarono zampettando, finendo poi per accucciarsi, uno per parte, accanto agli stivali del Rohir.

Sopra un trono di roccia Wotangar sedeva, alla sua destra il bianco cavallo, ai piedi i due grigi lupi con l'elmo dei suoi Avi in mezzo a loro, il rotondo scudo dietro le spalle e la fronte china, sostenuta dalla mano sinistra serrata in un severo pugno.
Nel turbamento, nel dolore e nella malinconia, l'Uomo ritrovava sé stesso dopo molti, troppi anni.
Nell'accettazione degli eventi, nella riconciliazione con quell'essenza dimenticata ed attraverso la sua sincera comprensione, il Mondo restituiva a Wotangar il suo legittimo posto.

Un secco suono di carta stracciata fece lentamente sollevare il capo del Rohir: come al cospetto di un Re stava il Viandante, al quale venne spontaneo accennare un inchino prima di gettare i brandelli in cui aveva ridotto la lettera raccolta da terra.
"Non mi avresti creduto e la tua ira sarebbe esplosa se avessi cercato di convincertene. Dovevi scoprirlo da solo. Troppo a lungo questo momento si era fatto attendere"
I lupi drizzarono il muso e Sleipnhild sbuffò dalle narici udendo le parole compassate del misterioso individuo.
"Posso sedermi?"

Chiese pacatamente questi.
Wotangar dopo un breve momento di attesa annuì e, immediatamente, le fiere ai suoi piedi presero ad agitare allegramente la coda mentre il cavallo mosse in avanti il capo scuotendo la criniera.
Il Viandante si accomodò alla sinistra dell'Uomo, scrutandolo attentamente in attesa di un suo cenno.
"Dunque non la rivedrò mai più, vero?"
"Credo proprio che sia così. Ella è ormai molto distante dalla tua realtà"
"Perché ciò mi affligge così duramente? Altri sono i pensieri che dovrebbero impegnare la mia mente, altre le preoccupazioni ad assillarmi in ogni istante"
"Che siano parte dei tuoi turbamenti o no, che la loro attesa ti divori o meno, dovrai incontrare sia la guerra che il Nemico. Non hai scelta, e forse non l'hai mai avuta"
"Me ne rendo conto e proprio perché ineluttabili questi eventi dovrebbero catturare la mia attenzione, invece vengono relegati altrove come fossero lontani e tardivi, lasciando il solo pensiero di Rodelleth a dominare incontrastato le mie ansie, a torturarmi ed a spezzare la mia volontà come fossi un debole omuncolo incapace di sostenere il peso del proprio passato"
Concluse Wotangar alzando la voce e battendo il pugno sulla nuda pietra.
"La tua volontà non è spezzata, Cavaliere. Stai prendendo coscienza di quel che eri e che ora non sei più, per questo soffri, per questo il lutto ti attanaglia. Non è il pensiero a rammentarti Rodelleth ma bensì l'idea che di lei possiedi, e quest'ultima non può che essere distante dalla verità, lo sai bene anche tu. Gli anni hanno fatto il loro corso e così come tu sei divenuto qualcosa in cui ancora non ti riconosci, anche lei sarà di certo mutata, rendendosi una persona differente da quella che in te fece avvampare tale nobile sentimento" Ribatté il Viandante prima di alzarsi ed estrarre un corto pugnale "Stai accettando l'Uomo che sei diventato, ora riesci a comprenderlo. Ogni cosa merita giusta collocazione ed è tuo compito distribuirgliela: Rodelleth appartiene ad un passato lontano, meraviglioso di certo, ma non più parte di te se non come dolce ricordo. Giunge il tempo di abbracciare quanto sei, qui ed ora, pronto ad affrontare un ardente futuro ancor più glorioso di quel che è stato"
Mentre pronunciava tali parole, lo strano figuro si fece alle spalle di Wotangar e, afferratogli delicatamente il cranio, prese a raderlo passando con abilità la lama dal perfetto filo.
Ciocca di capelli dopo ciocca, l'Uomo non si oppose, nemmeno quando numerosi rivoli di sangue iniziarono a rigargli il volto e, anzi, parve rilassare la fronte, fino ad allora corrugata, per poi riprendere il discorso con insidiosa calma:
"Lei ha abbandonato il campo di battaglia. Non ha idea di cosa sia la guerra e ne è fuggita lasciando me solo a combatterla, privato dell'idea che sempre mi ha mosso. Un Elfo sì, con più inverni negli occhi di quanti io ne abbia visti, ma senza animo saldo e ben incline alla ritirata laddove si affievolisce una speranza di vittoria. Ora, chi si erge nel pantano di fango e roccia del Fosso di Helm levando la spada contro l'Ombra ultima che da Est divora la Terra? Chi invece muove frettolosamente i suoi passi ad Occidente per veleggiare lontano dal micidiale tramonto e ricevere una salvezza a noi negata?"
Il Viandante, per quanto fossero gravosi gli argomenti di Wotangar, si lasciò sfuggire una tiepida risata prima di rispondere.
"Non voglio mancarti di rispetto in alcun modo, bada bene" Premise con reverenza, quasi il suo interlocutore fosse davvero un Re adagiato su d'un roccioso scranno "Ma sei un Uomo e di giovane età. Basta ciò a mostrare il mare che ti separa da colei ora duramente criticata. La guerra non è solo fatta di acciaio, carne, ossa, sangue e fuoco, non è solo animata da grida e clangori, non ha solo la morte come dominatrice assoluta ed incontrastata; ci sono guerre molto più silenziose e profonde di cui tu non hai esperienza, ma Rodelleth sì, visti gli anni che ha trascorso nella sua infelicità a Bosco Atro. In tale luogo lei ha combattuto più duramente di quanto i tuoi muscoli mai faranno, in esso si è consumata fino allo stremo delle forze ed infine, per il suo stesso bene, è riuscita a lasciarlo probabilmente per sempre. Avrebbe potuto abbandonarlo con te, è vero, ma quanto gravava e tutt'ora grava sulle tue spalle non l'ha permesso. Perché? Te lo continui a domandare ossessivamente, figlio di Wotanhelm, ma la soluzione è tanto semplice quanto terrificante: sei un Uomo che di fronte si ritrova quella che potrebbe essere l'ascesa o la caduta della sua stirpe, senza via di mezzo alcuna, così come lo sono la vita e la morte. Alla luce di tutto ciò deve svanire l'ingiusto paragone tra te stesso ed un Elfo, mentre invece ha da sorgere la realizzazione di colui che invero sei, abbracciando cosa il tuo cuore brama essere ed i lupi nei tuoi occhi agognano. Agli Elfi il richiamo del mare, agli Éothéod quello del campo di battaglia"

Wotangar si passò una mano sul capo ora nudo ed a lungo tastò la pelle avvertendone le piccole ferite dovute al taglio dell'affilata lama.
"Non ho provato dolore e nemmeno ne ho avuto sentore"
Constatò con placida sorpresa, innescando la replica dell'individuo dietro di lui:
"Cosa stavo dicendoti? Come la guerra che non coinvolge la carne può essere ben più cruda e terribile, così le ferite che affliggono l'animo possono farti finanche ignorare quelle che lacerano la pelle"

Il Viandante si sedette nuovamente alla sinistra del Rohir, rivolgendosi a lui questa volta come fosse un triste fanciullo a cui va dato coraggio, a cui mostrare la speranza che ancora brilla nel futuro.
"Guarda le nubi di tormenta che dalle spalle del Fosso di Helm si raccolgono su di esso" Gli sussurrò indicando il cielo a Meridione "Non dite forse che i Numi sono con voi quando la tempesta si propaga dalle vostre schiere in direzione del Nemico? Non è nei lampi, nei tuoni e nei fulmini che scorgete gli Dei marciare vittoriosamente al vostro fianco verso un cruento trionfo?"
Udite queste parole e visti i primi bagliori di bufera esplodere sulle Bianche Montagne, Wotangar sorrise con l'audacia ad illuminargli il volto.
Improvvisamente i due lupi si sollevarono da terra ed uno di essi guaì per attirare l'attenzione del Rohir mentre l'altro, spingendolo con il muso, gli avvicinò l'elmo adagiato al suolo; colpito, l'Uomo abbassò lo sguardo rimanendo immobile e perciò le belve emisero un latrato, indicando ancora una volta con le fauci il copricapo d'acciaio.
Compresa la loro volontà, Wotangar raccolse il cimelio e lo indossò sentendo per la prima volta la fredda corazza venire a contatto con quella pelle ormai spoglia.
Il lupo alla sua sinistra lo fissò ringhiando e digrignando i denti finché non fu la mano dello stesso Rohir a placarlo carezzandogli l'irto, fiero pelo fra le orecchie, diversamente invece da quello alla sua destra, il quale, come una sentinella allarmata, prese minacciosamente ad abbaiare verso Nord.
"Ci siamo"
Bisbigliò il Viandante spalancando gli occhi.
Wotangar ebbe a malapena il tempo di voltarsi per realizzare come l'oscuro figuro fosse svanito nel vento, quando, inaspettatamente, i due lupi scattarono ruggendo in una furente corsa; messa mano alla spada, il Rohir vide chiaramente un Uruk discendere la riva scoscesa nella sua direzione, brandendo un pesante arco e con l'insegna della Bianca Mano ad ergersi dal suo dorso in un nero stendardo.
"Un esploratore dei reparti avanzati! L'avanguardia di Saruman incombe sulla valle!"
Urlò inutilmente Wotangar, essendo di fatto ben lontano da qualsiasi orecchio alleato.
L'orrida creatura strepitò dall'eccitazione e subito incoccò una freccia indirizzandola con un sadico sogghigno verso l'Uomo, ma non riuscì a scagliarla in quanto, ringhiando, con la forza di divine fiere, i due possenti lupi giunsero su di lui come ferali lampi, atterrandolo e dilaniandolo, strappandogli la carne dalle ossa con denti più simili a lame tanto bene riusciva loro di squarciare e recidere.
Selvaggi ed indomiti, gli animali continuarono a scannare l'Uruk tra disperati lamenti e folli grida finché uno dei due, sollevato il muso zuppo di nero sangue dal corpo ancora convulso, prese ad ululare verso Wotangar immediatamente seguito dal suo compagno; il Rohir, grato e sorpreso oltre ogni immaginazione, afferrò il corno e subito soffiò in risposta un orgoglioso suono che rapidamente pervase l'intera vallata.
Udito il profondo rimando, i lupi, scuotendo con serenità la coda, si tuffarono nuovamente nel ventre e nella gola del Nemico, terminando una volta per tutte l'agonia a cui l'avevano condannato.

Wotangar montò su Sleipnhild e, senza che parola venisse pronunciata, questi prese la via delle Mura Fossato a briglia sciolta, correndo privo di controllo alcuno, mentre il Cavaliere sopra di lui continuava freneticamente a dare l'allarme suonando il corno da guerra senza nemmeno riprendere fiato.
Con il ruggito di Thauron ad annunciarne il terribile principio, la tempesta poteva dirsi pronta a scatenare tutta la sua furia sul Fosso di Helm...
 
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--- Pur disastrosamente a livello di formattazione (gli spazi tra le righe non sono rimasti fedeli all'originale in .doc), è stato riveduto, corretto ed aggiornato ogni singolo post dall'inizio della vicenda (04/05/2010) ---
 
Digressione II - Le sponde dell'Anduin

Qualcosa lo frenò.
Qualcosa fece apparire tutto quel che stava avvenendo come terribilmente insensato, folle.

Wotangar aveva percorso solo poche decine di metri quando bruscamente invertì la marcia, senza sapere perché, sentendo il solo bisogno vitale di farlo.
Tornato indietro, trovò Rodelleth seduta sulla riva del Grande Fiume intenta a fissarne lo scorrere delle acque, assente, fredda nel profondo dei suoi occhi.
"Parla" Disse il Rohir sedendole accanto "Non importa di che cosa ma, te ne prego, parla. L'idea di non sentire più la tua voce mi terrorizza"
Un severo vento spirava dalle fronde degli alberi come sempre aveva fatto durante i mesi in cui Wotangar si era trattenuto nel Bosco Atro, ma questa volte l'aria recava il profumo di Lorien, magnifica e malinconica, la quale si apriva, splendente, sull'altra riva del fiume verso Occidente.
Il Rohir, con un movimento brusco e violento, conficcò la spada nel soffice terreno ed in seguito si slegò di dosso il mantello solo per adagiarlo, con amorevole cura, sulle spalle della ragazza stretta in sé stessa.
"Questo è quanto non comprendo"
Sentenziò Rodelleth distante, quasi irritata.
L'Uomo vicino a lei sfilò la mano sinistra dal guanto d'acciaio, la contrasse più volte e lentamente ebbe a volgersi verso gli scuri alberi dietro di loro.
Il grigiore del Bosco Atro, la sua spoglia tristezza, l'oppressione del cielo che da Dol Gudur si stagliava nero e tempestoso, era ormai tutto divenuto famigliare al Rohir, sinonimo in qualche modo della sua conquista, della sua felicità, della congiunzione tra quelle che erano state, nel passato, le origini del suo popolo e di quanto avrebbe preso forma, in un dolce futuro, con la Primogenita di Iluvatar al proprio fianco.
Wotangar, prima di aprir bocca, tornò a mirare il lontano bosco dorato di fronte a loro.
"Che cosa, nella tua imponente saggezza ed esperienza, non ti riesce di comprendere?"
Domandò poi con ostilità, mettendo a nudo la frustrazione nella quale si trovava costretto.
"Non essere arrogante. Non con me" Rispose Rodelleth volgendo uno sguardo di rimprovero al suo compagno "Non capisco come la mano che prima squarcia con violenza la terra sia poi la medesima che, con lo stesso amore e la stessa delicatezza di un padre, mi protegge dal gelo affinché io non debba soffrirne" Un sospiro interruppe brevemente quelle parole "La dualità racchiusa in te semina nella mia mente continui dubbi e l'imprevedibilità ad essa legata non fa altro che trasmettermi incertezza su di un futuro, ora più che mai, prossimo alla totale dissoluzione"
"Perché solo ora giungi a questa conclusione? Per anni abbiamo condiviso l'uno con l'altra le nostre vite, dunque, perché solo adesso temi quanto siamo?"
La domanda di Wotangar scosse profondamente Rodelleth ed i suoi occhi divennero vacui.
"Perché in fondo l'ho sempre saputo, ma solo ora ha riportato in me il dolore. L'idea che in te convivano, rendendoti quel che sei, due spiriti così differenti e così lontani fra loro, mi è inspiegabile e forse proprio per questo mi affascina più d'ogni altra cosa. Come puoi essere capace di una tale rabbia e, al contempo, di un tale amore? Come può prima l'amore farti desiderare di trascorrere ogni momento della tua vita mortale al mio fianco, costruendo una famiglia, allevando dei figli, e poi sopraggiungere la rabbia a portarti via, a compiere un feroce dovere d'orgoglio laddove io non posso ancora seguirti? L'Antico Fuoco ti divora, e tu non riesci ad impedirglielo"
"Non è forse questa una caratteristica degli Uomini? Non è forse la spontaneità con la quale essi esercitano gli estremi a renderli diversi da ogni altra Razza?"
La voce del Rohir si fece più rigida, i suoi lineamenti più severi.
"Oh no, affatto" Disse la ragazza sorridendo amaramente "Ho conosciuto gli Uomini di Numenor, le loro discendenze di Arnor e Gondor, gli Esterling, i Dunlending, persino i figli di Dale, ma nessuno di questi condivideva con voi tale tratto"
"Noi? Non sai nulla di noi, non hai visto nulla di noi che non sia stato io a volerti mostrare"
"Smetti di fare così, per favore" Sbuffò stancamente Rodelleth "La tua superbia è inutile quando chi ti parla vive da secoli per queste lande e conosce tutto ciò che il Fato le ha scagliato contro"

Wotangar odiava dover ammettere la sua minore esperienza, come se la fierezza insita in lui venisse danneggiata ogni qual volta la sua compagna si fosse dimostrata più saggia o semplicemente con più nozioni di quante lui non avesse, eppure, al contempo, ben sapeva che quella figlia degli Elfi mai lo aveva sminuito, mai lo aveva poco considerato e mai, a costo del fallimento, ne aveva prevaricato le scelte adoperando la propria maggiore comprensione delle cose.
Lei era superiore all'orgoglio, all'onore ed al dovere che per lui rappresentavano tanto.
Lei aveva sacrificato ognuno di quei sentimenti su d'un altare di amore incontrastato.
Lei, infine, sapeva che per lui non sarebbe stato possibile e così, con una dedizione senza pari, si era impegnata a farlo per entrambi.
Lui, però, smarrito nelle buie nebbie del suo essere, tutto ciò non riusciva a vedere né sarebbe stato in grado di accettare.

Il Rohir chinò il capo e tacque, in attesa che la ragazza accanto gli narrasse quanto desiderava.
In fondo, gli sarebbe bastato potersi consumare al suono di quella voce.
"Più di centocinquanta anni sono trascorsi da quando per la prima volta conobbi uno dei Figli di Eorl e, di lì in avanti, complice il Fato, gli eventi che vennero mi legarono sempre di più ad essi. Tu sei l'apice di tutto ciò, la realizzazione di qualcosa iniziato molto tempo fa e che, forse, è destinato proprio con te ad interrompersi"
Rodelleth sorrise mentre pronunciava tali parole, rischiarata com'era dai dorati riflessi di Lorien, ma, d'improvviso, un'ombra calò sul suo volto e la voce prese a tremarle come mai prima:
"Dopo una notte di violenta tempesta uscimmo per la guardia dei confini meridionali e lì, con una rossa alba ad illuminare le frasche, vi scorsi un Uomo armato ed intento a muoversi guardingo nella radura, probabilmente a caccia di animali selvatici.
La Legge di Lothlorien non permette a nessuno di entrare nella foresta, tanto meno brandendo armi, e vieta la caccia ad ogni essere vivente che ivi si trovi; la pena per aver infranto tali regole è la morte, senza processo alcuno, anzi, inflitta sul posto dalle Sentinelle stesse.
Mi appostai in cima ad una riva e lo trovai di spalle mentre pareva impegnato a seguire le tracce di un grosso cervo, così, incoccata la freccia, attesi si spostasse dalle fronde per averne migliore visuale.
Lentamente pietà s'insinuò nei miei pensieri e, vinto il dovere alla quale ero tenuta, scelsi di risparmiargli la vita solo per poterlo accompagnare fuori dal bosco senza provocare alcun male.
D'un tratto però, mentre prendevo tale decisione, la terra zuppa di pioggia franò sotto i miei piedi ed io mi ritrovai a ruzzolare lungo la parete di fango sulla quale prima stavo ergendomi; quando mi rialzai, frastornata, raccolsi l'arco e mi resi conto che la freccia in qualche modo era stata scoccata.
D'istinto mi voltai verso l'Uomo a cui avevo deciso di tener salva la vita, già temendo quanto avrei visto, già atterrita da un crudele presentimento.
Egli giaceva al suolo con il mio dardo conficcato nella gola, scosso dai tremori della triste morte ormai prossima.
Corsi immediatamente da lui e vidi che null'altro era se non un ragazzo di quindici anni o forse meno, la cui insolita altezza ed il robusto fisico mi avevano fatto credere si trattasse di un adulto.
Il suo viso era delicato quanto quello di un bambino, privo del minimo accenno d'incolto pelo, mentre dai lunghi capelli rossi come le foglie d'autunno facevano breccia quei suoi occhi, color della cenere di frassino, i quali mi imploravano, terrorizzati, senza che la bocca riuscisse ad emettere suono alcuno.
Era disperato, Wotangar, e si aggrappava a me senza poter parlare, animato dalla paura più profonda e con ancora troppe domande per quanto era il poco tempo rimastogli.
Spirò fra le mie braccia soffocato dal suo stesso sangue, fissandomi con un timore tale da farmi sentire più bestia di qualunque Orco sulla Terra di Mezzo.
La vita lo aveva appena abbandonato quando un altro giovane Uomo dalle simili fattezze comparì improvvisamente.
<<Leoffrid>> Bisbigliò, prima che il suo sguardo colmo di lacrime si posasse su di me <<Tu, voi, pagherete per questo. Il nobile Leofsige non avrà pietà!>>
Disse infine il ragazzo, strappandomi il corpo dalle mani ed allontanandosi affannosamente con esso sulle spalle.
Credetti che il peso di quell'orribile colpa mi avrebbe uccisa se ne avessi taciuto la vicenda, così, disperata, corsi verso Caras Galadhon senza mai guardare indietro e mi presentai dinnanzi a Sire Celeborn e Dama Galadriel per raccontare loro tutto sin nei minimi dettagli, nel futile tentativo di fuggire la mia responsabilità.
Le parole che ricevetti furono di estrema comprensione e mirarono, senza riuscirvi, a rassicurarmi: contravvenendo alle regole, per debolezza, la mia volontà era stata misericordiosa, ma tuttavia il Fato aveva preteso la sua vita e con essa il rispetto delle Leggi, perciò era stato inevitabile che a quella fortuita maniera si fossero svolti gli eventi.
Sire Celeborn inoltre, sul finire dell'udienza, continuamente incalzato dalle mie angosciose domande, non poté tacere la verità sulle possibili conseguenze di quel gesto:
<<Grande è il dolore per una vita spenta nel fiore dei loro anni mortali. Per quanto questi possano apparirci non più duraturi d'un battito di ciglia, enorme ne è il valore essendo in grado di eguagliare interi secoli delle nostre esistenze>> Disse pensieroso, per poi lentamente accigliarsi <<Quanto davvero mi turba, soppesando attentamente lo spirito degli Uomini, è il pensiero che domani potremmo dover affrontare il medesimo sconforto non per una, ma per centinaia di vite. Il giovane Uomo incontrato nel bosco non ha parlato a sproposito: Leofsige, il Signore di Stangard, giungerà in cerca di vendetta per il figlio. Dobbiamo essere preparati>>
Il primo dei Rohirrim da me incontrato non solo era morto per mano mia, ma era anche l'unico erede del Signore di Stangard, all'epoca giovane città fondata durante l'espansione verso Nord della popolazione proveniente dal Wold.
Quella notte si consumò velocemente e tutti gli Elfi di Lothlorien la trascorsero nei preparativi più frenetici per poi, all'alba del giorno successivo, ritrovarsi schierati sul confine meridionale della foresta con Sire Celeborn e Dama Galadriel ad attendere gli eventi imminenti.
Non passò molto dal sorgere del sole quando passi di Uomini ed animali scossero la terra, corni colmarono l'orecchio e grida di guerra nella lingua degli Eotheod echeggiarono per la prima volta tra le fronde del Bosco Dorato: quattrocento Cavalieri, di cui la metà appiedati, si presentarono di fronte a noi in formazione da battaglia, chetandosi solo dopo aver preso posizione; li sovrastavamo di numero ed il territorio era a noi favorevole, per cui, se ci fossimo scontrati, nessuno di loro sarebbe di certo sopravvissuto, ma ciononostante non accennavano a ritirarsi e ci fissavano senza fiatare come se da un momento all'altro potesse essere chiamato l'attacco.
Erano più grandi di qualunque altro Uomo che io avessi sin lì visto, persino dei discendenti di Numenor, avevano elmi dalle forme sconosciute e scudi rotondi, enormi e variopinti, mentre i loro imponenti destrieri sbuffavano da sotto le corazze, impazienti, nella bruma del mattino.
D'un tratto una voce rabbiosa lacerò il silenzio:
<<Dov'è?! Dov'è il vigliacco capace di assassinare un ragazzo reo della sua sola giovinezza?!>>
Davanti alle loro formazioni, in sella ad un magnifico destriero color del legno di quercia, stava un Uomo dai bianchi capelli le cui terribili grida risuonavano senza sosta nella nostra direzione; il suo corpo era segnato delle ingiurie dei numerosi anni ma, nonostante la veneranda età mortale, ancora vestiva una solida armatura dorata, ancora dava dimostrazione di grande abilità cavalleresca muovendosi con superba rapidità da una parte all'altra dello schieramento e, ancora, possedeva le forze per roteare minacciosamente la spada al cielo, come animato da incontrollabile furia.
<<Salute Leofsige, Signore di Stangard>> Rispose pacatamente Sire Celeborn <<Incolmabile è il vuoto lasciato dalla tua perdita, lo so bene, ma ciononostante non avere dubbi a riguardo dei nostri sentimenti, poiché ogni Elfo del mio reame piange amare lacrime per la scomparsa del tuo giovane erede, Leoffrid>>
<<Celeborn, Signore di Lothlorien, non ho necessità d'udire il tuo cordoglio così come non abbisogno le amare lacrime dei tuoi sudditi tutti. Vuoi invero essermi di autentico conforto? Ebbene, consegnami il colpevole d'un così vergognoso delitto e permetti che le sue lacrime, non amare ma di sangue, siano una giusta retribuzione>> Gli occhi di Leofsige, improvvisamente, si colorarono con una nuova luce <<Non lasciare invece che l'apparenza ti sia d'inganno: il tempo potrà anche avermi reso più vecchio, ma ho ancora abbastanza forza nelle membra da frantumare una ad una le ossa dei miei nemici>>
<<Condividiamo il tuo lutto, Figlio di Eorl, ma non ti permettiamo di muoverci insulti o minacce a questa maniera>> Intervenne Dama Galadriel <<La Legge è chiara e così anche la pena per coloro che varcano senza consenso i nostri confini, dunque non riceverai colpevole alcuno poiché, di fatto, non vi è colpa da attribuire. Ti invitiamo a ritornare sui tuoi passi ed a celebrare la scomparsa del tuo erede nel modo che le vostre tradizioni ritengono più giusto e decoroso>>

Fu lì che, per una prima volta, incontrai la vostra sciagurata ira.
L'orgoglio si mescolò al dolore in un selvaggio, fanatico sentimento votato al compimento di una missione, o di un dovere, per adoperare le tue parole, la cui volontà non conosceva ostacoli né tra i meandri della mente e né, purtroppo, nella realtà delle cose, come se anche quest'ultima fosse svanita di fronte ad occhi accecati da una tale, forsennata collera.
Non figlia d'un sol Uomo, d'una sola vita, era chiaramente quella furia scellerata, ma da molto più lontano essa recondita giungeva quale somma di antiche ed innumerevoli sofferenze.
Con il dolore come secca legna e l'orgoglio a farne da scintillante innesco, la rabbia, onnipresente compagna del vostro spirito, poteva infine divampare nel fuoco più violento.

<<Elfi di Lorien, non solo me, non solo il mio popolo, ma anche il retto giudizio infangate con questo vostro codardo invito>> Riprese Leofsige, mosso da infida calma <<Per un'ultima volta vi chiedo di consegnarmi l'assassino e lasciare che un così vile atto venga punito>> Disse ancora, sollevando lentamente la spada verso le nostre schiere <<Rifiutate ed allora, come mi avete voi stessi esortato a fare secondo le nostre tradizioni, celebrerò la scomparsa di Leoffrid marciando fino al Celebrant, onorerò la sua caduta con la gloria della battaglia e farò in modo che rimpiangiate il sangue innocente di cui siete intrisi versandone quanto più del vostro mi sarà possibile>>
<<Signore di Stangard, guarda gli Uomini che conduci: sono disposti a morire per la tua sete di vendetta? Perché è così che finirà quando deciderete di avanzare. Il nostro numero è di gran lunga superiore e posso fin d'ora garantirti che nessuno dei Rohirrim giungerà vivo al fiume senza il mio permesso>>
Lo ammonì Sire Celeborn mentre i nostri arcieri prendevano posizione tra le fila.
Leofsige sospirò e si volse verso i suoi Cavalieri.
Sapeva che quelle parole erano vere, lo sapevano tutti gli Eorlingas con lui, ma ormai era troppo tardi: l'Antico Fuoco già ardeva vigoroso e si era propagato di Uomo in Uomo, divorandone gli animi come un incendio fra gli alberi.
<<Temiamo il disonore, non la morte!>>
Proruppe la voce di uno dei Cavalieri, subito accompagnata da numerose grida.
Leofsige, allora, tornò con lo sguardo su Sire Celeborn e Dama Galadriel.
<<Ebbene, pare che giungeremo al fiume o incontreremo gli Avi nel tentativo>> Disse dunque con voce tonante <<Con me, fratelli, per giustizia e per vendetta! Raseri og tørst!>>
<<Blodtørst!>>
Risposero all'unisono gli Eotheod dietro di lui, sollevando le armi al cielo ed imbracciando gli scudi.
<<Til Celebrant!>>
Esplosero infine i suoi Capitani e, a quel punto, come animati dal medesimo spirito, tutti gli Uomini presero ad avanzare con passo pesante nella nostra direzione, serrando i ranghi ed urlando comandi alle linee di combattimento, incitandosi l'un l'altro ed invocando gli antenati affinché fossero testimoni del loro coraggio.
Quando ebbero percorso metà della strada che li divideva dalla selva e dai nostri soldati, però, il grido d'una nuova voce s'impose su ogni altro suono:
<<Non figlio di Rohan muoverà altro passo senza che io l'abbia ordinato!>>
D'un tratto un Uomo comparve in sella ad un bianco, magnifico destriero e, dopo essersi rivolto con severità ai Cavalieri di Stangard, conficcò la sua lunga lancia nel terreno; era il più alto fra i suoi ed aveva folti capelli color dell'oro luccicante, un petto possente ed in volto la bellezza di Tuor figlio di Huor, quella stessa che fece perdutamente innamorare Idril figlia di Re Turgon ai tempi della grandiosa Gondolin.
Il suo elmo dorato sarebbe stato riconoscibile nel mezzo d'ogni mischia così come il verde mantello che portava sulle spalle, recante il Bianco Cavallo del vostro popolo a dominarne il cuore inducendo un doveroso rispetto in chiunque vi posasse gli occhi.
<<Folca Cyning!>>
Esclamò Leofsige smontando di sella, affaticato com'era dagli anni che gravavano sul suo corpo ma ancora tanto devoto da voler mostrare i consueti rispetti sulle proprie gambe.
<<Hagl til Kongen!>>
<<Salute al Re!>>
Disse inchinandosi, seguito poi da tutti gli Uomini giunti al suo seguito, i quali deposero le armi e rimasero inginocchiati finché il Cavaliere dalla lunga lancia non fece loro cenno di ergersi nuovamente; tale era la nobiltà emanata da quest'ultimo che persino alcuni fra gli Elfi delle nostre fila chinarono con riverenza il capo, ben avvertendo il reale sangue di Rhovanion al cui cospetto si trovavano.
<<Folca il Cacciatore, sovrano di Rohan>> Intervenne Sire Celeborn con decisione <<Ferma quest'imminente, inutile bagno di sangue finché ancora ve n'è il tempo>>
Il Re dei Rohirrim, senza concedere risposta alcuna, si gettò giù da cavallo e si avvicinò a Leofsige: non riuscimmo ad udire le loro parole, ma stettero per interminabili minuti l'uno di fronte all'altro poggiandosi la mano sinistra sulla spalla e, mentre il vecchio Signore di Stangard chinava il capo scuotendolo fra le lacrime, Folca gli parlava con serenità, forse per portare conforto nel dolore struggente, forse provando ad ammansire quello spirito così furente.
I due Uomini, svestiti gli elmi da battaglia, si voltarono e si fecero avanti soli di fronte ai miei signori; dopo alcuni freddi convenevoli, Folca stette ad ascoltare entrambe le parti far valere ognuna la propria ragione, se non che Leofsige giunse rapidamente sul punto di perdere le staffe davanti al distacco di Celeborn, e così dovette giocoforza frapporsi.
<<Sovrani di Lothlorien, troppa è la sofferenza di questo mio fratello perché egli possa continuare a dibattere contro individui che, senza curarsi di quanto preme nel petto d'un Uomo, si nascondono dietro fredde leggi>> Disse il Re, ignorando come Celeborn e Galadriel stessero avanzando tali giustificazioni con il solo scopo di proteggermi <<Nulla più che un ragazzo è stato ucciso, e perciò vi sarà giustizia, in un modo o nell'altro>>
<<Dagli Elfi di Lorien non avrete nulla, Folca, ma muovete sui nostri domini e riceverete morte. Per l'antica amicizia che ci lega ad Eorl, capostipite della tua casata, ti invitiamo ancora una volta a ricondurre i tuoi Uomini presso le loro terre affinché lì vivano in pace il resto delle loro vite>>
Ingiunse duramente Dama Galadriel nel tentativo di scoraggiare ulteriori repliche.
Il Re si accese in volto, ben più colpito di quanto si sarebbe potuto immaginare, ed inclinato lo sguardo parlò in modo che ogni individuo potesse udire:
<<Nomini Eorl, mia signora, dopo aver negato ai suoi Figli una doverosa retribuzione ed averli minacciati di morte? No, non saranno gli Eotheod i soli a soffrire>> Continuò Folca strappando la lancia dal terreno <<Non un sovrano si reca ai confini del suo regno senza motivo: a meno di un giorno di marcia da qui sono accampati duemila Cavalieri diretti ad Oriente, sotto il mio comando, per combattere gli Esterling oltre il fiume Anduin. Potete massacrare quattrocento Uomini radunati in poche ore, certo, ma riuscirete a fare altrettanto con un'armata preparata alla dura guerra in terra straniera? Saranno in grado i vostri arcieri di subire l'impeto di trecento dei miei Huscarli senza venirne travolti?>> Disse poi, guardando con un sinistro sorriso le nostre fila <<Mia signora, fin dalla giovane età ho cacciato Orchi tra i boschi delle Bianche Montagne, non costringetemi ora a cacciare Elfi tra le fronde di Lothlorien>>
Quelle parole non nascondevano menzogne né erano frutto d'un'insana spavalderia, semplicemente Folca aveva detto il vero, e lo si poteva evincere dalla tristezza nella quale il suo volto era sprofondato all'idea di una guerra contro la nostra gente.
Non potevo permettere che per una mia colpa tutte quelle vite venissero messe a repentaglio, così, stremata dal peso del Fato, mi feci avanti e raccontai di fronte a tutti quanto era avvenuto, senza freno, come uno straripante fiume in piena troppo a lungo costretto da miseri argini; ciononostante, sapevo bene che la mia confessione non sarebbe bastata ad evitare lo scontro, anzi mi avrebbe ridotta ad oggetto di contesa, per cui scelsi di togliermi la vita subito dopo e pagare in tal modo il mio errore senza veder sparso altro sangue innocente.
Ebbi a malapena il tempo di estrarre il pugnale quando d'improvviso una mano prese a stritolarmi il polso, impedendo di fatto ogni mio movimento.
<<Mi dispiace, figlia di Lorien, ma non spetta a te questa decisione>>
Riconobbi Re Folca parlarmi, ed improvvisamente me lo ritrovai accanto intento a trattenere il mio braccio con salda presa.
I suoi occhi, dacché ardevano di sprezzo ed audacia, si erano fatti pietosi posandosi sui miei e la sua voce risuonava gentile, quasi paterna, mentre mi conduceva dai miei signori e Leofsige, i quali avevano assistito impietriti all'accaduto.
<<Avanti, fratello, ora puoi prenderti la tua vendetta>>
Bisbigliò Folca a quest'ultimo, seguito da un impercettibile cenno nella mia direzione.
Il Signore di Stangard mi guardò attonito per alcuni istanti, forse avendo immaginato ben altra figura per l'assassino di suoi figlio, e, vedutami terrorizzata in lacrime, gettò senza esitazione la spada a terra come se il ferro stesse bruciando tra le sue mani.
L'anziano Rohir in pochi passi fu su di me e l'atmosfera si fece più tesa di quando i nostri eserciti erano stati sul punto di scontrarsi.
Ho l'impressione che Sire Celeborn, pronto ad intervenire, abbia cercato con sguardo allarmato Re Folca e questi, vigile, gli abbia risposto con un cenno del capo per invitarlo ad attendere, ad avere in qualche modo fiducia.
<<Questa landa ha visto abbastanza morte per un sol giorno>> Disse Leofsige con improvvisa calma <<Non per mano mia ne vedrà altra>>
Pronunciate tali parole, egli mi abbracciò ed in silenzio pianse tenendomi stretta a sé.
Il suo corpo mi sovrastava ed avrebbe potuto spezzare con facilità il mio se solo avesse voluto, ma, al contrario, la sua presa delicata parve quasi cullarmi mentre la sua voce, rotta dal dolore, sussurrò attentamente un indimenticato dovere:
<<Figlia di Lorien, orribile è la prova a cui il Fato ci sottopone, tanto più per te che ancora molti anni hai davanti. Il mio tempo è quasi terminato, ma tu non rovinerai quanto ti rimane per ciò che qui è accaduto>> Leofsige si distaccò e continuò guardandomi con occhi sbarrati <<Ti chiederò un atto, ed uno soltanto, in riparazione della mia perdita: onora la memoria di Leoffrid vivendo l'esistenza che nel profondo desideri e così facendo gli permetterai di proseguire nel cammino, in parte attraverso te. Non farlo per il mio popolo o per me, fallo per Leoffrid e per te stessa. Donagli quell'immortalità che merita, con vita e con memoria>>
Lo stesso Uomo che poco prima, per rabbia, avrebbe marciato con quattrocento Cavalieri verso la sua certa fine addossandosi la responsabilità di ogni morte scaturitane, ora stava di fronte a me con uno stanco sorriso più lacerante di qualunque lama, mentre la sua misericordia vincolava il mio spirito per l'eternità.
Come possono convivere nello stesso animo due lupi così dissimili?
Come potete essere capaci di tali estremi pur rimanendo voi stessi?
Infine, un ultimo tuono nella tempesta della vostra dualità mi scosse quando gli occhi di Re Folca cessarono ogni clemenza e tornarono duramente severi.
<<Fiamme e ferro, Rohan v'invoca!>> Ruggì questi rivolto agli Eotheod <<Non contro chi assistette Eorl durante la Grande Cavalcata riverseremo la nostra furia. Figli di Stangard, gli odiosi Esterling si raccolgono per invadere il Riddermark e noi non rimarremo in attesa dei mesti eventi: vendicate il giovane Leoffrid difendendo quella che era anche la sua terra, celebratene la caduta versando il sangue del Nemico e, solo così, saprete di avergli tributato il giusto onore. Seguitemi, Rohirrim, verso Est, la gioia della battaglia ci attende! Dood uit het Westen!>>
<<Hagl til Kongen!>>
Risposero saldamente Leofsige ed i suoi Cavalieri, per poi, senza attendere oltre, prendere la posizione di marcia.
Dama Galadriel allora si accostò brevemente al Signore degli Eorlingas ed ancora una volta i loro sguardi si incrociarono.
<<Folca il Cacciatore>> Sussurrò <<Possa sempre il tuo senno prevalere sull'Antico Fuoco>>
Gli occhi del Re si fecero ardenti come brace e non vi fu risposta da parte sua, tranne un compassato inchino prima di rimontare a cavallo."

"Perché mi racconti tutto questo?"
Chiese accigliato Wotangar, cercando di nascondere la sorpresa suscitata da quella vicenda.
"Come possono convivere nello stesso animo due lupi così dissimili?" Riprese Rodelleth "Come potete essere capaci di tali estremi pur rimanendo voi stessi? Te lo domando nuovamente, Wotangar. Te lo domando perché pensavo di essere giunta al termine del mio travaglio, di aver trovato quella felicità assente da troppo tempo per averne memoria, ed invece sono ancora ad affrontare quel vostro tratto per me fonte di solo dolore"
"Perché dici così? Non è forse stato il mutamento nell'animo di Leofsige a risparmiarti la vita?"
"Sì, e non avrebbe dovuto: unicamente la morte sarebbe stata a manlevarmi da quella responsabilità che tanto a lungo è rimasta perseguitandomi. Improvvisamente però sei arrivato tu e per la seconda volta ho dovuto la mia vita ad un Figlio di Eorl; quando mi salvasti nel bosco, sulla mano con la quale accarezzasti delicatamente il mio viso v'era ancora il caldo sangue dell'Uruk, quasi come un avvertimento affinché rammentassi la duplicità da voi gelosamente nascosta. Quest'ultima, infine, fa ora ritorno e lascia nuovamente in frantumi quanto ne è della mia vita"
Wotangar abbassò il capo e dopo pochi istanti lo rialzò rivolto a Sud.
"Il mio cuore freme perché io faccia ritorno" Disse indicando i sentieri meridionali, con una lacrima a rompere l'indugio del suo sguardo "Non potrei spiegare come il mio animo si stia strappando, vincolato tra la tua presa e quella del Fato, del dovere e della rabbia, ma non c'è altra strada per adempiere al mio giuramento. Non capisci? Il sangue mi chiama verso un confronto finale contro il Nemico, ogni mia forza è proiettata a quel momento ed esso non mi troverà solo, con una compagnia o al fianco di altre genti, no affatto, quando giungerà l'ora io sarò con il mio popolo sotto lo stendardo degli Avi e marcerò con i miei fratelli come i nostri padri prima di noi, verso quale destino non posso sapere, ma per Eorl e per Helm, insieme siamo nati dal fuoco della guerra ed insieme in esso arderemo consumandoci finché non troveremo vittoria o morte"
Il Rohir strinse il pugno e la sua mano si perse in un violento tremore.
"Non lo comprendi? Ho esaurito il mio tempo qui e non me ne rimane abbastanza per attendere la fine della guerra, se mai davvero ci sarà e ti troverà ancora in vita" Replicò Rodelleth con un amaro sorriso "Sei diverso da quell'Uomo che entrò nel Bosco Atro diretto a Dol Guldur. Un tempo sedevamo presso impervi sentieri fantasticando su cosa vi fosse alle spalle di quelle lontane montagne nella speranza di poterlo un giorno ammirare insieme, ora invece ci ritroviamo separati mentre la tua voce racconta con sicurezza l'incubo che giace oltre la nostra vista e, bramandolo, lo pone al di sopra d'ogni altra parte di te, me stessa compresa, noi, compresi"
Lo sguardo della ragazza cercò scosso un appiglio, senza successo.
Wotangar però era lì, perduto nello stupore di quelle parole quanto mai vere, ed in esso piangeva, sconfitto.
"Cosa vuoi veramente, Figlio di Eorl?"
"Non ho amato che te in vita mia. Non conosco amore che non porti il tuo volto. Non posso pensare di non averti"
"No, Wotangar. Che cosa vuoi, veramente?"
A quella seconda domanda, pressante, l'espressione dell'Uomo si irrigidì ed i suoi lineamenti tornarono severi.
"Sentire i corpi dei nemici sotto i miei piedi mentre la linea di combattimento avanza nel furore della lotta"
Udita la risposta, Rodelleth chiuse gli occhi e chinò la fronte sulle ginocchia.
"Dunque così finisce?"
Chiese a stento il Rohir, quasi intimorito.
"Credo di sì"
"Figlia di Lorien, non lasciare che sia io a farlo"
Con animo gentile la ragazza acconsentì e mostrò ancora un bagliore di quell'amore incondizionato, talmente profondo da divenire crudele in un tale momento.
"Non preoccuparti, Wotangar, non c'è altro che tu debba fare"
Disse lei, mascherando il suo dolore con un benevolo sorriso affinché lui non ne soffrisse la responsabilità e porgendogli indietro il mantello accuratamente ripiegato.

"Penso che non sarò mai più davvero felice"
"Sei un Uomo. Sarai tu stesso a deciderlo"
Wotangar strappò la spada dal terreno e guardò un'ultima volta Rodelleth.
"Ferðu hal"
Le disse, incantato dalla Primogenita di Iluvatar così come lo era stato al loro primo incontro.
"Namárië"
Rispose lei mostrando un ultimo, stremato, dolce sorriso.
 
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Ritorno al presente III - Zorn (Rabbia)

“Omringd door vuur in een regen van pijlen
verblind door de haat die in ons brandt”
“Circondati dal fuoco sotto una pioggia di frecce
accecati dall'odio che brucia dentro di noi”
Wotangar pensava ossessivamente a quei versi mentre risaliva le scale del Trombatorrione.
Aveva condotto Sleipnhild presso le scuderie del Fosso per poi lasciarlo alle cure dei custodi ed immediatamente si era incamminato dove sapeva trovarsi il Re; credeva infatti di giungere per primo ad annunciare il Nemico, ma la frenesia dei Cavalieri e le grida disperate della popolazione gli avevano mostrato come la notizia fosse arrivata ben prima di lui.
“Hanno infranto la difese della valle” “Erkenbrand ed i suoi Uomini sono caduti” “Non verranno altri rinforzi dal Mark”
Le voci si riversavano l'una sull'altra come gli scrosci di una cascata impetuosa, animata da quell'infida paura tanto temuta dal Rohir, da quel medesimo, terribile sentimento che sembrava proclamare una sconfitta ancor prima della battaglia.
Wotangar strinse l'elsa della sua spada e guardò il nero cielo sopra di lui.
“Omringd door vuur in een regen van pijlen
verblind door de haat die in ons brandt”

Fattosi strada con passo deciso nel cuore del Fosso di Helm, non venne ostacolato da sentinella alcuna ed anzi, una volta giunto fuori la Grande Sala del Trombatorrione, trovò Rijterbrond e Torstrid intenti a narrare le loro avventure ad alcuni Guardiani della Corona che ivi stazionavano.
“Ventimila, vi dico, ventimila Esterling: mai avevo incontrato un'armata tanto numerosa. Quanta gloria abbiamo conquistato schiacciandoli senza pietà e vedendoli poi fuggire terrorizzati a ridosso dei propri morti!”
Faceva eco la sola voce di Rijterbrond.
“Fossero stati una tale moltitudine non avremmo più di che preoccuparci, ora! Aldburg sarebbe venerata per avere vinto da sola il Nemico, mentre tu ti ritroveresti, ubriaco e nudo, su d'uno degli Isengod fuori le mura intento ad intrattenere la folla con alticce orazioni sulla forza dei Rohirrim”
Le improvvise parole di Wotangar, il quale si era affiancato ai Cavalieri senza che questi se ne fossero accorti, scatenarono il riso in tutti, Rijterbrond compreso.
Questi, in fondo, per quanto brutale e vanaglorioso potesse mostrarsi, era dotato di una tale spontaneità ed umiltà che ognuno lo prendeva fin da subito in simpatia, recandogli benevolenza e tenendolo sempre in grande considerazione; Wotangar gli doveva la vita, l'intera Aldburg la vittoria, ma ciononostante non accennava a farsene vanto con alcuno.
“In che condizioni versano gli Uomini?”
Chiese stancamente il figlio di Wotanhelm.
Torstrid, prima di rispondere, corrugò la fronte.
“Pessime. Non si sono ancora ristabiliti dal combattimento, per giorni hanno patito la mancanza del sonno e molti di loro sono tormentati da nausea e dissenteria”
Wotangar si rabbuiò nervosamente.
“Nelle salmerie abbiamo disposto che fossero trasportate le erbe utili a tale necessità. Non indugiate oltre e fate preparare calderoni di acqua bollente, lasciatevi ad infondere quante più di quelle erbe possibile e datene da bere ai soldati, garantendo poi loro qualche ora di riposo. Al risveglio, distribuite birra in razione doppia con tutta la carne essiccata che ancora ci rimane”
Uditi i comandi, Rijterbrond e Torstrid fecero un compassato cenno con il capo, salutarono le guardie con le quali stavano intrattenendosi e se ne andarono in gran fretta.

Wotangar svestì l'elmo, lo mise sottobraccio e trasse un profondo respiro.
Il Re avrebbe dovuto ascoltarlo, tutti avrebbero dovuto comprendere quale flagello stesse per abbattersi su di loro.
Appoggiata una mano alle porte, il Rohir con un gesto deciso vi entrò richiudendole alle sue spalle e, finalmente, i suoi occhi poterono spaziare nella Grande Sala del Trombatorrione: l'austerità della nuda roccia lavorata veniva, in modo straordinariamente spontaneo, sopraffatta dai variopinti stendardi d'ogni città del Mark che dalle volte del soffitto discendevano come fronde d'alberi, mentre su ogni parete erano imponenti arazzi a narrare le gesta gloriose degli eroi fra i Rohirrim, cui quest'ultimi ispiravano le loro vite con ossessiva dedizione.
Consumata tale visione, lo sguardo si posò al centro del salone, dove, intorno ad un largo tavolo ricoperto da numerose mappe e carte, stavano alcuni Uomini intenti ad ascoltare quel che uno tra loro aveva da narrare.
Nel mezzo v'era Theoden figlio di Thengel, Re di Rohan, ed ai suoi fianchi Eomer figlio di Eomund, Terzo Maresciallo del Mark nonché Signore di Aldburg, Harding, Signore di Harwick, ed infine l'anziano Garwig, Signore di Forlaw; sola protagonista dell'attenzione generale si udiva chiaramente la voce di Ulfreyr, ritto sull'attenti di fronte al Re, riportare con cura le vicissitudini che avevano coinvolto il popolo di Aldburg prima del suo arrivo al Fosso di Helm.
Udite le porte muoversi, i Rohirrim si voltarono in direzione di Wotangar guardandolo con la fronte aggrottata, dubbiosi sulla sua identità, ma questi non ebbe neppure il tempo di aprir bocca poiché il vecchio fabbro lo anticipò tonante:
“Questo è dunque l'Uomo che ha guidato la nostra gente, la nostra armata, la nostra speranza” Disse levando alta la mano “Costui è Wotangar di Aldburg, figlio di Wotanhelm il Feldmaresciallo, nipote di Wotanwald il Noorman, Signore dell'Ætt degli Irminwig”
Ætt, la stirpe, il lignaggio.
Molto era il tempo trascorso dall'ultima volta in cui il Rohir aveva udito quella parola di antico uso, talmente tanto che qualcosa si agitò dentro di lui non appena Ulfreyr l'ebbe pronunciata.
“Hagel aan de Koning!”
“Salute al Re!”
Esclamò allora, portando il pugno al petto ed inginocchiandosi con fermezza.
“In piedi, Wotangar degli Irminwig” Disse impaziente Theoden, rivolgendogli poi uno sguardo sorprendentemente duro “Ricordo Wotanwald, fra i tuoi Avi, e ne ricordo l'immagine mentre rifiuta di eseguire un comando di mio padre Thengel sul campo di battaglia venendo, per tale ragione, quasi alle mani con quest'ultimo. Debbo aspettarmi una simile condotta anche da parte tua?”
Wotangar si rialzò, indisposto da quelle parole ma conscio della sua posizione.
“No, mio signore, non ci saranno ulteriori insubordinazioni. Sono piuttosto giunto per riferire la situazione presso la valle”
“Conosciamo bene la situazione” Irruppe con sufficienza la voce di Harding “La nostra avanguardia è stata distrutta ed ora il Nemico marcia su di noi adeguatamente equipaggiato per un assedio dalla quale non ci è lasciato scampo alcuno”
Garwig sbuffò infastidito e subito afferrò una carta del Fosso di Helm, volgendola poi in direzione di Wotangar.
“Ogni reggimento fornirà tutti i suoi arcieri affinché vengano raggruppati in un unico reparto e schierati sulle Mura Fossato, mentre le fanterie manterranno i loro attuali ranghi per posizionarsi nel Fosso stesso di fronte alle scuderie ed alle Caverne Scintillanti; in quest'ultime stiamo raccogliendo le donne ed i bambini, con la speranza di poterli difendere fino all'ultimo Uomo e lasciare comunque loro una via di fuga attraverso le Bianche Montagne qualora la situazione divenisse critica”
“Quale sezione interna del Fosso è stata designata per il nostro reggimento?”
Pur mascherato dalla bionda barba, un sorriso si mosse sul volto di Harding nell'udire tale domanda da Wotangar e subito s'affrettò a rispondere:
“Il comando di Eomer, legittimo Signore di Aldburg, è richiesto presso le eored affidategli per rango e, se anche così non fosse, le vostre fila risulterebbero comunque troppo assottigliate per poter sostenere un combattimento come unità indipendente. Alla luce di ciò, l'unanime decisione è stata quella di accorpare i vostri Uomini alle forze di Harwick sotto la mia guida, con la certezza di ricevere la vostra comprensione e la più serena acquiescenza”
Una scossa fremette nella mano sinistra di Wotangar.
“Acquiescenza?”
Domandò questi rivolgendosi a Theoden ed Eomer, i quali, silenti, abbozzarono un cenno d'intesa.
“Voi mi chiedete di andare là fuori ad annunciare ai nostri Cavalieri che, pur dopo quanto hanno sopportato, viene loro negata la possibilità di marciare sotto le insegne di Aldburg ed, anzi, sono reputati talmente deboli da dover rispondere ad un altro reggimento in battaglia?”
“Non te lo stiamo chiedendo” Replicò freddamente Harding “Te lo stiamo ordinando”
Wotangar inclinò il capo alla sua sinistra.
L'umiliazione prese a schiacciarlo.
Una scintilla di ribellione illuminò l'oscurità.
“Domandati, Signore di Harwick, se puoi vincermi. Domandati se puoi impedirmi di giungere alla tua gola, qui ed ora. Domandati il prezzo di queste tue parole allorché il mio controllo dovesse venir meno”
“Ti trovi di fronte al Re! Per Eorl, come osi pronunciare tali iniquità?!”
Strillò Ulfreyr livido in volto, quasi intimorito da quanto stava avvenendo.
“Non una parola di più, fabbro!” Parve risuonare la voce di Wotanhelm nel Trombatorrione “Non abbiamo combattuto, perduto fratelli, trionfato nel massacro, per poi venire oltraggiati a questo modo! Tu, Harding, rimarrai sempre un nostro pari e null'altro, dunque bada bene, poiché non udirò nuovamente parole disonorevoli senza retribuirtene il fio”
Wotangar, ammutoliti i presenti con quell'inaspettata reazione così apertamente ostile, si voltò verso Theoden ed Eomer inginocchiandosi ancora una volta.
“Sovrano di Rohan, Signore di Aldburg, non permettete che la Capitale di Eorl venga privata del rispetto ed i suoi Cavalieri dell'orgoglio”
Vedendo il Re irritato per l'accaduto, Eomer pose una mano sulla spalla di quest'ultimo e s'affretto a dire:
“Irminwig, hai protetto la mia città conducendola alla vittoria quando io ero troppo lontano per potermene curare. Ti sono debitore, e dunque un giusto favore dovrà ricompensare la tua lealtà”
“Lascia, mio signore, che sia io a guidare Aldburg in battaglia ancora una volta”
Eomer sorrise, soddisfatto, come se tutto avesse seguito il sentiero da lui tracciato.
“Un debito d'onore viene ora saldato. Feldmaresciallo Wotangar Irminwig di Aldburg, raccogli il rango avito e guida in mio nome i nostri Cavalieri verso trionfo o morte, poiché non altre vie conoscono i Rohirrim” La voce del Terzo Maresciallo si arrestò ed attese che Theoden annuisse prima di proseguire “Prenderete posto sulle mura e fornirete supporto agli arcieri nel momento in cui le scale del Nemico riuscissero ad aggrapparsi ai nostri merli”
Wotangar, sospirando per il gran sollievo, pose la mano sull'elsa della spada e chinò rispettosamente il capo, infine, dopo aver lanciato un tronfio sguardo all'indirizzo di Harding, uscì dalla Grande Sala con Ulfreyr al suo seguito.


“Credi di essere stato scaltro a comportarti così?!”
“Sicuramente più di quanto lo è stata la lingua di Harwick che poco fa blaterava comandi privi di autorità”
Wotangar, la cui mente bramava vendetta e la cui bocca rispondeva con astio ad ogni domanda, camminava velocemente senza guardarsi indietro, mentre il vecchio fabbro, sbuffando per il passo sostenuto, tentava in ogni modo di fermarlo senza riuscirvici.
Ad un tratto però, terminata la pazienza, Ulfreyr estrasse un panno avviluppato e sbottò:
“Se così stanno le cose, allora neppure la spada di Wotanhelm avrà speranze di ricevere la tua attenzione”
“Come hai detto?”
Sussurrò Wotangar, bloccandosi nel mezzo del corridoio.
“Le mani di Harding l'hanno riportata alla luce mentre erigevano il tumulo presso i Guadi dell'Isen e queste stesse, pochi minuti fa, l'hanno consegnata a me affinché te la restituissi. Egli conosceva tuo padre abbastanza bene da stringere con lui vincoli di ospitalità durante l'ultimo Thing prima della sua caduta, perciò ti invito, in quanto erede di tali vincoli, a valutare attentamente il modo in cui gestisci i tuoi rapporti”
Il figlio di Wotanhelm senza indugio aprì il drappo ritrovandosi tra le mani la lama, spezzata nel mezzo; la tastò, l'annusò, ne osservò il filo e riconobbe la runa incisa sul forte.
“Ansuz...” Sussurrò rivolto a quell'antico simbolo “...sei tu, Horsa, e ti ho bramata dacché ho memoria”
Sorrideva teneramente mentre parlava, privo di rabbia, senza desiderio di vendetta, come se in quel metallo vedesse lo spirito del suo possessore.
“Unisci l'acciaio delle nostre spade” Disse con uno scatto verso Ulfreyr “Permettimi di avere mio padre al fianco quando cadrò questa notte, permettigli di combattere ancora nella mischia feroce e lascia che insieme diveniamo l'odioso tormento del Nemico allorché prenderemo a trucidarlo sul campo di battaglia”
Ora Wotangar piangeva stringendo le labbra e fissava il vecchio fabbro con occhi spalancati, nella speranza di ricevere il suo aiuto malgrado il poco tempo a disposizione.
Lo sguardo di Ulfreyr si mosse rapidamente alle piccole finestre del Trombatorrione ed al sole che attraverso esse si propagava.
“Avanti, per di qua”

I due Rohirrim discesero sin nelle viscere del Fosso di Helm, dove i loro antenati avevano disposto un gran numero di forge per far fronte alle necessità militari di un lungo assedio, e lì, tra decine di fabbri che lavoravano alacremente per approntare gli equipaggiamenti dei Cavalieri, presero posto in una piccola fucina dal fuoco già ben avviato.
Senza esitare Wotangar estrasse Nehalennia e l'adagiò accanto ad Horsa sull'incudine, fermandosi ad osservarle l'una accanto all'altra, commosso, contrito.
La preparazione dello stampo seguì rapida ed Ulfreyr prese a separare le lame delle rispettive else, avendo cura di porre nel crogiolo per prima Horsa, la quale, a suo dire, era più solida e perciò avrebbe impiegato più tempo nel liquefarsi; la maestria del fabbro stupefece Wotangar a tal punto da incantarlo mentre guardava con quale abilità veniva maneggiato ogni singolo strumento e, quando l'acre odore dell'acciaio disciolto risalì nei fumi, non gli fu difficile notare l'espressione dubbiosa assunta dal volto del suo compagno.
“Per quale dannata ragione l'estremità di punta non vuole fondere?” Si chiese questi “La scorgo incandescente, ma affatto indebolita nella sua sostanza. Quale metallo può resistere ad un tale calore? Mai in vita mia ho veduto qualcosa di simile”
Sollevato il frammento dal magma, i Rohirrim ne ammirarono la brillantezza e l'inalterata composizione così come si fa con le pietre più preziose per confutarne il valore.
“Se colui che ha forgiato questa spada lo volle disporre all'estremità, ne avrà avuto un giusto motivo, e noi ora non possediamo il tempo per svelarlo”
Detto ciò, Ulfreyr ripose il curioso metallo nello stampo ed iniziò a fondere Nehalennia, unendola definitivamente all'acciaio di Horsa.
“Che conosca il sangue da vendicare e proteggere, che faccia parte di lei, che lei divenga parte di noi”
Wotangar, con un movimento deciso contro la punta dell'incudine, si aprì una piccola ferita sul palmo della mano sinistra e, stringendo il pugno, lasciò che numerose gocce di vita cadessero nel crogiolo mescolandosi al suo contenuto.
“Irminwig, versa il metallo iniziando dal forte cosicché abbracci quella curiosa punta senza sovrastarla del tutto. Dobbiamo renderla bilanciata e non ho molte altre soluzioni al riguardo”

La forgiatura continuò per numerose ore, durante le quali i due Uomini si detterò di frequente il cambio nel battere il ferro ardente sull'incudine ed Ulfreyr procedette alla creazione di un'elsa e di una guardia adeguate al peso dell'arma, ormai quasi terminata; infine, eseguito l'innesto e concluso il filo, il vecchio fabbro praticò una rapida incisione prima di consegnare la spada nelle mani di Wotangar.
“Attento, poiché è dannatamente pesante”
Disse con una risata, ansioso di capire se quell'oggetto sarebbe stato gradito dal suo legittimo padrone.
L'Irminwig, forse per timore o forse per reverenza, esitò prima di prendere lo strumento di morte che ora gli veniva offerto; l'impugnatura ricordava per sembianze l'una di Nehalennia, mentre da essa si diramava un'imponente guardia formata da due orgogliosi cavalli d'acciaio rivolti verso l'interno, come intenti a mirare, sulla spessa lama che li divideva, quella medesima runa sfoggiata in passato da Horsa.
Wotangar brandì finalmente la spada e la fece roteare, constatandone sia il notevole peso che la superba stabilità, udendone il curioso suono emesso ogni qual volta il suo braccio la manovrasse.
“Osserva, ascolta” Commentò poi, indicando l'estremità costituita dal misterioso frammento “Ad ogni suo movimento sulla sola punta s'increspano riflessi color smeraldo ed una risata si leva non appena incontra l'aria fendendola. Può, mi domando, un metallo avere gli occhi e la voce d'una fanciulla?”
“Credo sia felice di trovarsi nel tuo pugno, per questo ti guarda e ride di gioia. Essa è nata da qualcosa di molto caro alle persone che lo possedevano, qualcosa che li ha seguiti durante tutta la vita assistendone ogni passo, qualcosa che li ha veduti ridere e piangere sino all'ultimo loro respiro; lei sa tutto questo, lei è tutto questo, ed ora ti riconosce, come da secoli continua a fare, rallegrandosi di poterti accompagnare ancora una volta” La voce di Ulfreyr scorreva decisa, animata da invincibili certezze “Piuttosto, sono convinto che nessuna spada dovrebbe essere privata d'un degno nome, tanto meno questa, vista la sua unicità”
Wotangar sorrise e rivolse lo sguardo alla lama scintillante:
“Il suo nome è Gautr, e poiché in lei scorre il nostro sangue, mai servirà altri all'infuori degli Irminwig”
Così detto, subito afferrò il braccio del fabbro chinando il capo, senza aggiungere nulla ai suoi più completi rispetti.

“Preferirei veder corrisposta la mia paga anziché ricevere ossequi!”
Scherzò Ulfreyr, prima che brusio e confusione prendessero a dilagare tra le persone che li circondavano.
“Dunque ci siamo per davvero” Continuò guardandosi attorno “Non potevamo chiedere di meglio!”
I Rohirrim tornarono lesti in superficie e, non appena usciti dal Trombatorrione, Wotangar urtò inavvertitamente una ragazza intenta a trasportare viveri ed utensili presso le Caverne Scintillanti, facendo cadere a terra l'intero carico della giovane.
“Perdonami” Disse il Rohir con sufficienza “Lascia che ti aiuti”
Nessuna risposta giunse ed i due si chinarono entrambi per raccogliere gli oggetti perduti, finché, ad un tratto, i loro sguardi ebbero ad incontrarsi: i capelli della fanciulla erano d'un biondo chiaro quanto la neve che ricopre il grano ed i suoi occhi verdi come le prime foglie di quercia in primavera.
Wotangar rimase immobile a fissarla e lei arrossì, accelerando i suoi movimenti per fuggire l'imbarazzo; senza dire una parola ella poi si rialzò e, con un timido cenno del capo, prese di fretta la strada seguita in precedenza.
“Per Eorl, ti sembra forse il momento per questo genere di cose?”
Esplose in una sonora risata Ulfreyr, fra l'incredulo ed il divertito.

“Cavalieri, prendete posizione!” “La notte degli Eorlingas ha ora inizio!” “Con noi gli Avi, contro di noi la Terra intera!”
Le voci si rimbalzavano l'un l'altra e ogni Uomo cercava di unirsi al proprio reggimento prima che gli ordini venissero emanati.
Ulfreyr mise una mano sulla spalla di Wotangar.
“Tuo padre non te ne ha mai fatto menzione, lo so bene...” Gli sussurrò “...ma Wotanwald era un Uomo crudele, efferato e sadico; aveva un largo seguito, certo, ma chiunque seguirebbe un simile carnefice in guerra per assicurarsi la vittoria. Cerca di non somigliargli mai se ti è possibile, tranne ora, poiché è di quel genere di Uomini che Rohan ha bisogno in una notte come questa”...
 
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Per quei pochi (adorati) scappati di casa che negli anni si sono affezionati a questa piccola/media avventura, ho un annuncio doveroso.

Dopo averci tanto rimuginato, ho deciso di mettere in pausa il racconto.
Negli ultimi mesi era proseguito a rilento per il pochissimo tempo a disposizione e le mille idee da buttare giù, ma ora dentro di me è sorto un nuovo progetto narrativo, originale e totalmente nuovo, che mi costringe a fermare questo per lungo tempo.
Sei anni e sei mesi sono trascorsi da quando timidamente mi accingevo a raccontare le avventure di Wotangar nella Terra di Mezzo, lasciando che nel tempo quest'ultima divenisse ancor più una casa di quanto già non fosse prima, arrivando a spaziare nei suoi luoghi e permettendo alla mia immaginazione di aggirarvisi con familiarità attraverso le sue culture e le sue vicende, le sue gioie e le sue sofferenze, i suoi principi e le sue contraddizioni.
Questa è stata la palestra narrativa più lunga ed importante della mia vita sinora, perciò molto di lei sarà trasfuso in ciò che andrò a comporre e altro ancora verrà trasposto in forma integrale, semplicemente perché non riuscirei ad esprimere taluni concetti in modo migliore di come qui fatto.
Le sue visualizzazioni, superiori alle 8400, mi suggeriscono una suscitata curiosità, e l'affezione di qualche lettore che negli anni ha continuato a seguire con costanza malgrado pause ed attese, conferma quanto questo Mondo leghi a sé persino vicende estranee all'originale, permettendo a tutti di creare e perpetuare le proprie idee in questo scenario.

Grazie, amici.
Un autentico onore è stato per me condividere con voi questo viaggio, ed è anche grazie a voi se il progetto letterario che ho in mente potrà un giorno vedere la luce.
Noi siamo Eorl, noi siamo Helm, noi siamo Rohan.


Guido
 
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